Ne' primi dí del febbraio 1833 era intanto uscito alla luce il doppio fascicolo del novembre-dicembre 1832[1215]. Erano brevi assai que' fascicoli, perché la doppia censura del Bernardini e del Corsini aveva spietatamente soppresso non frasi né pagine sole, ma articoli interi: e il Vieusseux, sebbene alla somma spesa aggiungesse trecento lire, non poté rimediare al barbaro sconcio. Dell'articolo del Pepe, ad esempio, intitolato Relazione di un viaggio fatto nell'Abruzzo Citeriore dal Cavalier M. Tenore, che doveva comparire alla pag. 57 del fascicolo di novembre, e tuttavia si legge annunciato nell'indice del volume; dell'articolo del Pepe, ben quindici pagine furono soppresse, cosí che solo qualche linea restava, su cui non avesse il censore tracciato il suo rigo nero. Nel fascicolo del dicembre il guasto era stato maggiore: e giova qui darne un'idea. Nella pag. 15 tolse il censore un breve periodo di Gräberg di Hemso, forse perché il rammentare il verso del Petrarca Il bel paese, con quel che segue, parve a lui pericolo grave. Nella pag. 11, parlando della consuetudine rinnovata nella repubblica veneta, di inviare un magistrato nelle provincie, che ne conoscesse i bisogni, il Tommaséo aveva scritto: “al sentirla di nuovo proporre, que' ladri governatori e la canaglia de' corrotti patrizi levarono gran rumore„: e il censore cancellò le parole che ho qui riprodotto in corsivo. Nella pag. 57, nota 5ª, dopo “senato„, fu tolta questa frase: “Gl'imbecilli al comando son peggio talvolta de' tristi„. Nella pag. 59, ove si parlava di una strada che nell'Elide nominavasi dal silenzio, perché in silenzio le spie vennero ad esplorare il nemico, fu tolto del pari questo periodo: “ed oh quante contrade di questo mondo potrebbero pigliare un tal nome! Ma la nostra è storia obliterata, impotente, e piú vieta che non la favola„. Alla pag. 138 doveva leggersi (e ne è rimasto l'annuncio nell'indice del volume) doveva leggersi un articolo su l'Educatore del povero: ma fu per intero soppresso; e si cancellarono fino queste parole: “Tutti siam popolo — i piú ricchi, i piú nobili, i piú potenti, sempre son popolo: perché in questa parola è il complesso d'ogni ricchezza, d'ogni nobiltà, d'ogni potenza...„. Che piú? nella pag. 140, parlando del Murras, pittore in miniatura, era scritto: “che fu già al servizio del Granduca di Toscana„; e il censore fece correggere: “ben conosciuto in Toscana„.
Tali, in somma, e sí gravi apparivano le mutilazioni, che la Voce della Ragione qualche tempo dopo commentava[1216]: “Il fascicolo di novembre e dicembre quando uscí dall'utero materno doveva essere un bel capo d'opera, vedendosi che ha bisognato medicarlo e mutilarlo in piú luoghi affinché apparisse meno deforme. Nel novembre dalla pag. 57 si salta alla pag. 78, e con le pagine saltate è scomparso un articolo sul Viaggio del cavaliere Tenore nell'Abruzzo, il quale era già annunziato nell'indice; nel decembre manca pure un articolo intitolato L'Educazione del povero, annunziato nell'indice anch'esso; e chi sa che belle creaturine erano quei due articoletti, i quali si è creduto indispensabile di soffocare nella culla„.
Eppure, benché il fascicolo comparisse cosí mutilato visibilmente, trovò modo la Voce della Verità di fare i suoi commenti a quel poco che dalla doppia censura del Bernardini e del Corsini era stato risparmiato. Tra gli scrittori negli ultimi tempi dal Vieusseux procurati al giornale, era Luigi Leoni[1217], impiegato granducale in Follonica con sessanta lire mensili, che nell'ottobre del '29 diede all'Antologia il primo scritto[1218], e fu ne' primi tempi di aiuto al Tommaséo nel compilare le riviste. Due anni innanzi, per alcune terzine sue su Colombo, il Montani diceva[1219] che l'Italia avrebbe tra poco sentito “parlar molto di lui„: e il Leopardi, al Vieusseux che gli dimandava[1220] che cosa pensasse di quel “nuovo e giovanissimo collaboratore„, rispondeva[1221] ch'egli credeva che riuscirebbe “buono ed utile„, e lodava le cose di lui come scritte “con molto calore di sentimenti e molta chiarezza d'espressione„.
Un articolo di lui, e uno del Tommaséo, destarono le ire della Voce della Verità, che spinsero l'ambasciatore d'Austria e di Russia a muovere nuove e piú severe lagnanze, e indussero il debole Governo toscano a sopprimere l'Antologia[1222]. Diceva[1223] il Tommaséo, nel parlare del volgarizzamento di Pausania fatto dal Ciampi: “i Romani sentirono pietà della Grecia, e restituirono a popolo per popolo l'antico consiglio. Un pretore mandavasi in Grecia tuttavia a mio tempo. Non lo chiamano pretore della Grecia ma dell'Acaja (il Regno Lombardo-Veneto)„. Aveva bensí il Corsini raccomandato, come si è visto, al Censore, uno scrupoloso, anzi sospettoso, esame di tutte le non appropriate posizioni di termini e di frasi; aveva, ciò che piú monta, egli stesso, non si fidando del Bernardini, reso “piú castigata„ l'Antologia: ma quella parentesi, al dire del Tommaséo[1224] “greca insieme e italiana ed austriaca,„ non fermò l'attenzione di lui se non tardi, pe 'l chiasso grande che se ne fece, e non senza sua molta meraviglia stizzosa.
Parlando del poema di Angelo Curti su Pietro di Russia, il Leoni scriveva[1225]: “... farò solo rimprovero al cav. Curti della dedica del suo poema. Cada pure in oblio non solo questo migliaio di rime, ma qualunque opera di eccelso ingegno, che abbagliato dalle gemme di una corona, non ode e non vede il sangue i gemiti e il disperato grido di una massacrata e dispersa nazione„. Fumava ancora di sangue la terra polacca, fumavano ancora le macerie delle città incendiate e distrutte da' russi; e S. E. Corsini non si accorse, se non in ritardo, del chiaro significato di quelle parole!
Ma ben se ne accorse l'autor del poema, e ne mosse lamento al Vieusseux con parole le quali meritano che siano conosciute, non tanto per l'asprezza loro, quanto perché si vegga come la morte dell'Antologia fosse da lui, non dico affrettata, certo però presentita. Dopo avere espresso il timore che in quell'articolo lo si fosse voluto deridere, “Deggio pensare — egli scriveva[1226] al Vieusseux — che la riputazione del suo giornale è a lei molto cara, e ch'ella v'ha il detto articolo inserito senza ponderarlo, e fors'anco senza leggerlo, poiché mi pare impossibile ch'ella v'abbia con animo deliberato ammesso un articolo, il quale contiene tanti errori di lingua, e non corrisponde in niente alle mire, che debbe avere un giornale letterario; e tanto meno poi so persuadermi, ch'ella siasi volontariamente arrischiato di pungere cosí nel vivo l'Imperator delle Russie, il quale potrebbe volerne soddisfazione con di lei sommo dispiacere„. Alla qual lettera, francamente il Vieusseux rispondeva[1227]: “di una cosa... potrei dolermi, ed è che Lei abbia voluto vedere un'offesa per la di Lei persona, o una mancanza di riguardo personale per l'imperatore delle Russie, in una delle tante semplici manifestazioni della pubblica opinione sopra uno dei piú grandi oltraggi fatti all'umanità nel secolo XIX. L'autore dell'articolo ha colto l'occasione di esprimere sentimenti generosi; ma lui scrivendo, ed io lasciando stampare, non abbiam mai avuto l'intenzione di offendere le persone — l'Antologia non mira che ai principî e alle cose„.
Non so quello che il Curti pensasse della replica del Vieusseux, né so s'egli fosse legato d'amicizia con que' di Modena: fare sospetto maligno non voglio, ma certo è che la frase l'Imperator delle Russie potrebbe volerne soddisfazione con di lei sommo dispiacere, è significativa non poco. E ancor piú certo è che, nove giorni dopo, La Voce della Verità (o come la chiamavano i nostri, La tromba della bugia), pubblicava[1228] l'articolo sciaguratamente famoso: Ciò che ho appreso dall'ultimo fascicolo dell'Antologia.
Diceva in esso lo scrittore (il Parenti forse, forse lo stesso principe di Canosa?): “Di mano in mano ch'esce alla luce un fascicolo dell'Antologia io ho l'uso di scorrerlo qua e là, saltellando, secondo che piú m'aggradiscono i titoli degli articoli, e le firme degli scrittori, e notando quelle cose che piú mi piacciono. Perché, parlando sinceramente, in quel Giornale v'è sempre qualche bella cosa da imparare„. E accingendosi a dare notizia di ciò che nell'ultimo fascicolo gli era parso di “piú bello, piú utile e piú degno della fama a cui era salita l'Antologia,„, commentava: “Ho imparato dal sig. L. un metodo facile per destar l'entusiasmo: Parlate di Pietro (questa ricetta trovasi in un articolo intorno al poema del signor cav. A. Curti, intitolato Pietro di Russia) parlate di Pietro, di Federico, di Bonaparte, narrate (per non uscir dalla moderna storia) le giornate di Parigi, di Brusselles, di Varsavia, e quale anima non è accesa, esaltata, compresa dal piú alto entusiasmo? Evidente l'agevolezza della transizione da Pietro di Russia alle giornate di Varsavia...„. “Anche un altro bel metodo ho imparato dal signor L. per giudicare del merito de' lavori specialmente poetici: “Farò solo rimprovero al cav. Curti della dedica del suo poema. Cada pure in oblio non solo questo migliaio di rime, ma qualunque opera di eccelso ingegno, che abbagliato dalle gemme di una corona non ode e non vede il sangue, i gemiti e il disperato grido di una massacrata e dispersa nazione„. Se il signor L. non vuole consumare la sua collera, come il suo entusiasmo, rivolgerà per senno tutta l'ira sua, e a buon diritto, non contro le armi che hanno estinta l'insurrezione polacca, ma contro gli scellerati che spinsero in tanti errori quella sconsigliata ed infelice nazione, e che, se avesser potuto, volevano e vorrebbero regalare all'Italia una sorte simile„... “Vi sono poi due cose insegnate dal piú acuto fra gli scrittori dell'Antologia, che io non potrei passar sotto silenzio, senza che me ne rimanesse un lungo rimorso. Tanto piú che la prima è tutta pratica, e potrebbe servire di regola a moltissimi altri scrittori. Supponiamo che voi viviate a Firenze sotto il regime di un Principe strettamente congiunto alla casa Austriaca, presso la cui corte risiede un ambasciatore Austriaco, ed il cui governo ha una censura. Supponiamo ancora che voi vogliate scrivere, o di vostro capo, o traducendo qualche diatriba del Costituzionale, o di altri hujuscemodi, che: L'Austria facendo sembiante di governare il Regno Lombardo Veneto, domina su tutta l'Italia. Questa è una falsità manifesta: ma non importa. Supponiamo che voi non vi curiate della verità o falsità del fatto, e che vogliate ad ogni modo lanciare il vostro motto contro l'Austria. Per quanto facile sia il Censore, non vi lascia per certo cavar questa voglia, se non altro per convenienza: e se anche il Censore si benda ambedue gli occhi, l'Ambasciatore Residente farebbe un ufficio diplomatico che potrebbe farvi perdere due ore di sonno. Sicché, come si fa? Se voi nol sapete, io non me ne stupisco; e confesso ch'io non avrei trovato altro rimedio che di tenermi in gola l'epigramma. Ora no, grazie all'Antologia, il problema è sciolto. Si prende una recente traduzione dal greco, per esempio quella di Pausania fatta dal ch. ab. Ciampi, si fa un articolo piuttosto lungo cominciando dai remotissimi tempi della Grecia, si aggiunge in nota delle citazioni assai, specialmente di etimologie greche ecc. in somma si fa in modo che l'articolo abbia l'aria d'essere scritto da un pazientissimo ed eruditissimo commentatore germanico. In mezzo all'articolo si riportano alcuni tratti di Pausania, e si è ottenuto l'intento. Ecco in qual maniera: “I Romani (scrive Pausania) sentirono pietà della Grecia, e restituirono a popolo per popolo l'antico consiglio. Un pretore mandavasi in Grecia tuttavia a mio tempo... Non lo chiamano pretore della Grecia, ma dell'Acaja, (il regno lombardo-veneto)„. Questa breve parentisi in corsivo dice tutto. Perché poi l'epigramma non resti troppo secreto si susurra all'orecchio degli amici: Guardate a pag. 57 del fascicolo di Dicembre; e cosí dall'una bocca all'altra l'epigramma fa il giro che si voleva, senza che né il Censore se ne sia accorto; né l'Ambasciatore ne sia stato avvertito. Quod erat faciendum„.
Maligno per certo tutto l'articolo, pure (e perché non dirlo?) scritto con ispirito e non senza ingegno: ingegno maligno, se vuolsi, ma ingegno. Giunse la Voce in Firenze nel mattino del 23 di marzo; e due giorni dopo, il Vieusseux scriveva[1229] a Giuliano Ricci: “ciò non mi spaventa. Anzi, mi sento piú coraggio che prima per difendere ciò che credo la verità ed il progresso, contro gli attacchi di ogni specie di gesuiti, e soprattutto contro la canaglia di Modena„. Egli non prevedeva, il Vieusseux, le persecuzioni che a lui si farebbero sempre piú fiere, e le dolorose amarezze che ancora per lunghi anni avrebbe a patire: non prevedeva che di lí a poche ore l'Antologia sarebbe soppressa, e il crocchio de' suoi amici disciolto; e che molti di essi, piú con dolore suo che loro, andrebbero per Italia e Francia raminghi.
Il giorno stesso in cui giunse in Firenze la Voce della Verità, l'ambasciatore d'Austria, il conte di Senfft Pilsach, e quello di Russia, il principe di Gortschakoff, facendo, come la Voce consigliava, un “ufficio diplomatico„ dovettero non pur querelarsi co 'l Fossombroni, ma chiedere la punizione de' due scrittori e del direttore. Che essi chiedessero la soppressione del giornale, è stato finora senza prove asserito: io no 'l credo, e in séguito ne addurrò le ragioni. Certo è però, che la ristrettezza del tempo corsa tra il giungere in Firenze della Voce della Verità, e i risentimenti de' due ambasciatori e il decreto granducale che soppresse l'Antologia (26 marzo), troppo bene comprovano avere quelli già in precedenza ricevute istruzioni da' loro Governi, e che non altro attendevano se non l'occasione per metterle in pratica. Non esiste ne' varî reparti dell'Archivio in Firenze nessuna nota diplomatica a tale riguardo: il che induce a credere, o che tali ingiunzioni fossero fatte a voce, o che, se presentate in iscritto, fossero subito distrutte dal Governo toscano, che, cedendo, volle avere almeno l'illusione di salvare la sua dignità.