Non diede però il Governo toscano grandi noie al Vieusseux: bensí il Fossombroni, nemico d'ogni molestia e di ogni atto energico che molestia gli procurasse, si mostrò con l'ambasciatore austriaco sollecito in parole di compiacere a' desiderî di lui, lasciando invece ne' fatti correre il mondo da sé. Si limitarono, io penso, i due ministri toscani (e piú per prudenza e per non ne avere altre noie, che per altro motivo) si limitarono a proporsi di tenere un poco piú aperti gli occhi, senza darsi tuttavia troppa pena. E al censore Bernardini, che il 30 gennaio del '33 aveva chiesto se le discussioni politiche e amministrative, affatto estranee al giornale, dovessero limitarsi al nostro Paese o anche agli altri Stati ne' quali esisteva libertà di discussione; e se egli dovesse, in doppio caso negativo, prendere di mira soltanto gli articoli ne' quali ex professo o anche quelli ne' quali per incidenza riconosciuta non colposa, come di passaggio si trattasse delle materie inibite; al censore, il Corsini rispondeva[1205] il 9 febbraio (il giorno stesso che al Fossombroni) rispondeva: che nelle questioni di economia politica si poteva “continuare a permettere una modesta discussione„: che per ciò che riguardava la Toscana, era necessaria “una piú stretta censura„ in cose politiche: ma che per ciò che concerneva gli esteri Governi, ove era permessa libera discussione, poteasi procedere “con piú franchezza„, purché non si discendesse “a una critica acerrima„ o non si lodasse “in termini trascendenti e tali da far scomparire quei Governi, che professassero massime e principî diversi„. Caldamente però gli raccomandava di rendere “piú castigata„ l'Antologia; di “portare uno scrupoloso, e direi quasi sospettoso, esame sopra tutte le espressioni equivoche; aneddoti; concetti misteriosi; doppi sensi; non appropriate posizioni di termini e di frasi, sentenze generali isolate, e non legittimamente dedotte dalle materie trattate....„.

Comunicandogli poi nello stesso giorno con altra lettera[1206] que' “ragionati motivi„ di cui aveva parlato al Fossombroni, e che avevano indotto la Censura austriaca a interdire ne' suoi Stati la divulgazione del fascicolo di settembre, novamente richiamava il suo “ben conosciuto zelo„, e la sua “saviezza„ ad esercitare “la piú scrupolosa attenzione sulla tendenza, che il suddetto foglio periodico non cessava di manifestare, a rivolgere in tutte le occasioni i suoi articoli a riflessioni politiche, le quali direttamente o indirettamente alludessero ad avvenimenti recenti, o alle opinioni, che in fatto di Governo si sarebber voluto promuovere dai partigiani di innovazioni„.

Pensavano il Fossombroni e il Corsini avere con tali avvertenze ottemperato a' desiderî dell'ambasciatore, lieti nel tempo stesso di avere, difendendo nelle lor repliche timidette la censura toscana, difeso il Governo, e salvata la sua dignità. Ma se il ministro d'Austria in Firenze restò contento alle ampie promesse ricevute, e se contenti i ministri toscani del mantenerle fino ad un certo segno, non tacquero i giornali di Modena il loro dispetto al vedere che il Vieusseux poteva, senza molestie apparenti, continuare l'impresa propria. Già, poco innanzi, l'Amico della Gioventú, con chiara allusione all'Antologia, aveva pregato[1207] Dio perché tutti i Governi si impegnassero a “distruggere da per tutto le spelonche e gli ordigni di questi novelli assassini dell'umanità„: già si sono veduti a suo luogo i consigli pii della Voce della Ragione. Ma piú chiaramente e malignamente, a proposito di uno scritto del Libri su la Rivista Europea, la Voce della Verità sentenziava il 2 marzo del '33: “che direbbe l'Antologia... se molti fra' suoi collaboratori ritornassero alle loro case, e se il suo direttore, sig. Vieusseux (supponendolo un dotto), dovesse abbandonare una terra, che per lui è realmente straniera?„.

Ma il Vieusseux non rispondeva con ingiurie alle ingiurie: rispondeva perseverantemente operando. E spirito di sacrificio e amore vero d'Italia e della impresa propria, erano necessarî per sopportare tante molestie, non solo da que' di Modena, ma dalla censura Toscana, che, sebbene non pedantemente, fedelmente però poneva in pratica i ricevuti consigli. Il 10 di febbraio infatti del '33, scriveva[1208] il Vieusseux a S. E. Corsini rammentando a lui, senza ombra d'orgoglio, ma con dignità d'anima e di parole, come l'Antologia da dodici anni gli costasse “continui sacrifici di tempo, di quiete, di danaro,„: e come quest'opera, “decorosa per l'Italia in generale, e per la Toscana in particolare„, che occupava varî letterati suoi amici e non poche famiglie di compositori e legatori, oltre che di vivere per il bene degli altri, avesse bisogno, perché vivesse essa stessa, di essere stampata e dispensata ad epoche regolari. Lodava egli, probo com'era, “l'onesta libertà„ che fino a quel tempo gli era stata concessa: ma notava principalmente che ora aveva a dolersi degl'insoliti rigori da parte della censura, i quali potevano costringerlo a cessare la sua pubblicazione: giungendo essi a tal segno, che il fascicolo del novembre-dicembre 1832 solo ne' primi di febbraio del '33 fosse licenziato per la stampa, e con tali mutilazioni, da richiedere la spesa di trecento lire per ripararvi. Presentava egli intanto il proemio (ove era una digressione su 'l progresso) al primo fascicolo del 1833, che stava ancor preparando, e si lusingava che alla rettitudine delle sue intenzioni verrebbe resa giustizia.

Ricevuta la lettera, il Corsini chiamava a sé Gian Pietro Vieusseux, e fu cosí lontano dal fargli que' “severi rimproveri„ e quelle “minaccie„, dal Fossombroni annunciate all'ambasciatore d'Austria, che tempo dopo il Vieusseux poteva scrivergli[1209] che le risposte di lui lo consolarono e gli crebbero le piú care speranze.

Di quel colloquio infatti serbò notizia nelle sue carte il Vieusseux, scrivendo[1210] che S. E. Corsini “1º Non permetteva, benché buona, la digressione sul progresso; 2º M'impegnò caldamente a proseguire l'Antologia; 3º Mi domandò di scansare gli argomenti che possono dar luogo a discussioni di politica, e ad allusioni all'Austria; 4º Promise dal canto suo di essere piú andante sulle cose nostrali e di sollecitare la revisione„. Le quali parole, mentre da un lato dimostrano come le promesse fatte al legato austriaco non furono mantenute, dall'altro però dimostrano come S. E. Corsini lodasse, e le cose lodate non permettesse tuttavia divulgare; non per timore della propria coscienza, che, se egli assentisse, lo pungerebbe di non degnamente servire al granduca, ma per timore degli altrui timori. Egli, in somma, concedeva che si parlasse, ma, per iscansare noie e imbarazzi, chiedeva che si parlasse senza però fare grande strepito intorno: concedeva che si pensasse, ma senza rendere a sé stessi ragione del proprio pensare; come in un dormiveglia.

L'avere egli infatti stimata buona la digressione con che nel proemio all'annata del '33 Gian Pietro Vieusseux esprimeva i principî suoi su 'l progresso, e il non ne avere tuttavia consentita la stampa, possono essere prova di quanto ho asserito. Diceva[1211] in essa il Vieusseux: “Noi lo professiamo altamente, siamo fautori della diffusione de' lumi... Il popolo non può piú essere sottomesso per istupidità: bisogna che egli lo sia per convincimento e per amore... Il popolo è avido di sapere? e noi apriamogli le fonti di un'istruzione che lo renda piú atto a' suoi lavori, che gli educhi il cuore mentre gli coltiva la mente; iniziamolo ad una scienza che sia la scienza del bene. Il popolo ci parla de' suoi diritti? e noi, senza negargli, parliamogli insieme de' suoi doveri, mostriamogli quanto importi a lui stesso la tranquillità pubblica e la subordinazione. Il popolo chiede il pane e le comodità, ci domanda di sedere con noi al gran banchetto della vita? e noi assistiamolo a procacciarsi questi doni della provvidenza con quel mezzo ch'ella ha prescritto, cioè col sudore della propria fronte; avvezziamolo a conservare, ad accumulare gli avanzi di questi frutti del suo lavoro, e sforziamolo cosí, divenendo proprietario, a divenire docile e fedel cittadino... Stringiamoci, insomma, con un vero vincolo di famiglia tra maggiori e minori fratelli, costituiamo finalmente una vera società; cerchiamo a gara di diffondere nel maggior numero che si possa i beni della terra, e i beni molto piú stimabili della saviezza, delle virtú morali e civili, e d'una religione che sia convincimento ed affetto....„.

Nulla in verità di feroce aveva detto il Vieusseux, da dovergli interdire la stampa di queste idee: ma esse avevano il torto di esprimere tutto un programma civile e politico; e al Corsini omai dava ombra non il sentire, ma il franco manifestare ogni civil sentimento.

Dolse al Vieusseux pubblicare il suo proemio senza quel brano, che a lui bene serviva di difesa contro gli attacchi della colonia di Modena: e con gli amici ne mosse lamento. Appunto in quel tempo, “tenete forte finché potete — gli scriveva[1212] il Giordani — speriamo che una qualche volta i governi vengano al senso comune„. Ma il Vieusseux non consentiva con le idee dell'amico: a lui pareva che tra il silenzio e il poco dire, fosse maggiore distanza che tra il poco dire e il molto dire. Egli sapeva che vi sono cose le quali, anche accennate, si capiscono da' piú, e delle quali a destare il sentimento e il pensiero, non fa d'uopo di molta ciarla. Per questo, non potendo fare e dire tutto quanto avrebbe voluto, si sforzava di fare e dire il bene quanto piú largamente gli fosse concesso. Ei si accordava co 'l Cicognara, il quale, pochi dí appresso la lettera del Giordani, parlando anch'egli della censura gli diceva[1213]: “meglio qualche cosa che nulla. Oh quel nulla è brutto — ed è falso, come voleva il Giordani, o tutto o niente; io in vece dico, se non tutto, almen qualche cosa„.

Attendeva infatti il Vieusseux alla compilazione del numero di gennaio del '33, il quale conteneva un articolo di Defendente Sacchi su l'industria lombarda, uno scritto del Pepe su la difesa della città e del porto di Brindisi, e uno del Cicognara su lo Spasimo inciso dal Toschi. Seguivano poi la prima delle cinque lettere promesse[1214] dal Romagnosi per indicare in che modo dovessero studiarsi le opere sue; un articolo del Montani già morto, su' documenti per servire alla storia d'Italia, e uno studio del Tommaséo su la versione, fatta da Tommaso Tonelli, delle epistole di Poggio. Preparava del pari il Vieusseux i primi quaderni del fascicolo di febbraio: e già le prove di stampa erano pronte della seconda lettera del Romagnosi e del Sacchi, di varî canti popolari toscani, della descrizione di una gita a Siena del Tommaséo, e di una lettera del Mannu su certe innovazioni fatte da Carlo Alberto.