Ma se gli zelanti e pii redattori della Voce, in omaggio a sua A. I. e R. Francesco I e al Duca di Modena, esercitavano assai bene l'ufficio di bravi, non si adattavano però né il Vieusseux né gli amici suoi a fare la parte del timido curato. Uscita infatti la prima risposta della Voce, il Marzucchi scriveva[1193] al Vieusseux: “.... vi confesso che me la sono goduta, e mi ha fatto moltissimo piacere. Quella risposta è cosí miserabile, che dimostra anche ai meno intelligenti che quei signori han torto. Perché non sono scesi a rispondere alla sostanza del mio articolo? Perché hanno temuto la forza del vero. A me basta se il mio articolo ha caratterizzato tanto bene chi volevo colpire, da far nominare da tutti chi non ho nominato„.
Di lí a poco, l'Antologia pubblicava[1194] nel fascicolo del settembre il terzo articolo del Tommaséo su la Storia del Balbo: e fu questo occasione, o pretesto, di nuova e piú violenta guerra al Vieusseux. La schiera de' suoi nemici veniva ingrossando nel covo di Modena: e a' compilatori di un nuovo giornale (che al dire[1195] di un di costoro faceva “guadagnare mezzo il paradiso„ a chi s'adoprasse un poco per divulgarlo), quell'articolo parve[1196] “di uno scandalo cosí coraggioso e palese„, e di tale “assurdità di principî„ e “perversità delle dottrine„, che credettero non poterne tacere “senza ripudiare i principî del retto raziocinio... e senza rinunziare all'impegno di pubblicare La Voce della Ragione„. Si proponevano essi farne l'analisi, congiungendo “alle gravi considerazioni..... lo scherzo„: e tra le considerazioni non gravi, e gli scherzi, ma volgari e qua e là confinanti co 'l pornografico, asserivano che nell'articolo incriminato volevasi persuadere agl'Italiani essere tutti malmenati traditi assassinati, perché da ciechi corressero sotto le bandiere della filosofia, la quale si assumeva l'impegno caritativo di operare la loro restaurazione: essere i sovrani servitori de' popoli, e che quando non servano bene possono licenziarsi, come il porcaio quando non guida bene la mandra: e quasi ciò non bastasse, essere necessaria “la strage e lo scannamento abbondante degli uomini„.
Per vincere co 'l dispregio tali accuse maligne non mancavano incitamenti al non feroce Vieusseux, quand'egli men saldo fosse stato ne' suoi principî: e giova rammentare che un degli amici suoi non feroci, Leopoldo Cicognara, avanti che la Voce della Ragione levasse tanto rumore, scriveva[1197] di quell'istesso fascicolo: “Per Dio, che il settembre è un capo d'opera. Quante cose di peso, quanta profondità, quanta filosofia, che bel numero di giornale! Ma chi ha steso quell'introduzione alla Storia del Balbo? È un uomo di grande criterio e di fine accorgimento„. Se non che, mentre i buoni plaudivano a' generosi ardimenti del Vieusseux, i partigiani del duca di Modena e del Canosa via via infittivano, come gli sterpi nel bosco: e la guerra diventava sempre piú viva e piú fosca.
Un altro giornale, l'Amico della Gioventú, di fresco uscito alla luce, e che si gloriava[1198] di volgere le proprie forze al medesimo fine degli altri due, cioè a “salvare la società dalle insidie di un'iniqua setta„, aveva anch'esso, come dicevano[1199] i suoi compilatori, piú volte fin dal principio sentito “il prurito di trarre la maschera a quell'ipocrita [l'Antologia]„: se non che, trattenuto dalla riputazione di quel giornale, si era solo contentato di far voti perché qualche impugnatore sorgesse, degno della “meritoria impresa„. Ma quando i suoi compilatori videro “la non mai abbastanza applaudita Voce della Ragione„ sollevarsi contro quell'“ardita seminatrice di false e paradossastiche opinioni„, contro quella “nemica della società„, presero ardire, e vollero anch'essi scrivere “due parole sull'Antologia„.
Non erano proprio due le parole; ma le molte ch'essi scrivevano, tornavano per vero in lode grande di ciò cercavano vituperare. Asserivano infatti, che quel giornale “non piú sensibile di certi pazientissimi animali riceve le sferzate, e non altera il suo passo„: e che è “sí innanzi nell'impudenza, da degradarne i fogli rivoluzionari oltramontani, che già da lungo tempo ne subodoravano le intenzioni, e nel tributargli encomî lo proclamarono loro alleato„: e che viene ormai “grandissimo stomaco„ a leggere quelle “perfide e sinistre insinuazioni che sotto il velo delle lettere va continuamente spargendo„. Ma piú che tali sdegni intemperanti, meritano singolare attenzione alcune parole di questo scritto, che non furono, com'io credo, senza efficacia nelle sorti dell'Antologia. “Noi ci compiaciamo — dicevano — alla speranza che questa aperta pugna della Voce della Ragione ne fa concepire, che fiaccato alfine possa essere l'orgoglio di quel foglio sí maligno e soppiattone, che noi non dubitiamo di metter nel novero degli aperti nemici dell'umanità, e che sarebbe ormai tempo che scendesse da quell'usurpato scranno da cui pretende dar legge alla società e ricostruirla su tutt'altre basi che le antiche„. Scagliatisi poi contro “il temerario promulgatore di quelle iniquissime massime infernali„, degno di essere consegnato “alla ben meritata esecrazione„, “... e qual privilegio — conchiudevano — avrebbe il foglio fiorentino da non toccare la sorte de' fogli rivoluzionari suoi confratelli? Guerra dunque ai traditori, guerra„.
È questo, come si vede, il primo consiglio o di far tacere la voce molesta dell'Antologia o di punire severamente il suo direttore. Io non so fino a qual segno si prestasse docile orecchio alla irragionevole Voce della Ragione e all'Amico della Gioventú: ma ben so che il 1º febbraio del 1833 l'ambasciatore austriaco in Firenze, il conte di Senfft Pilsach, sollecitato dalla corte di Vienna presentava[1200] al Fossombroni un reclamo nel quale, dopo affermato che l'Antologia già da qualche tempo manifestava “una notevole animosità contro il Governo Imperiale„, denunciava il fascicolo di settembre come in ispecial modo contenente “insinuazioni odiose e anche attacchi violenti, quantunque indiretti, contro l'Austria„. Avvertiva, come di passaggio, che quel fascicolo era stato proibito dalla censura austriaca: e in foglio a parte trascriveva al Fossombroni, “per ottemperare agli ordini giuntigli dal suo Governo„, i passi “piú notevoli„, a fine di rendere il Governo toscano “attento alla tendenza pericolosa e rivoluzionaria dell'opera in questione„; sicuro che questo Governo, unito al suo da vincoli di una “stretta amicizia„, non mancherebbe di “far provare alla redazione l'effetto di una giusta animavversione su' torti suoi per il passato, e richiamarla per l'avvenire al rispetto delle convenienze e a un indirizzo non contrario all'ordine delle cose legittime„. Sollecitava intanto dalla gentilezza del Ministro, “la comunicazione delle misure che a questo riguardo si prenderebbero„.
De' passi addotti[1201] dall'ambasciatore nel foglio a parte, il primo, scritto da Celso Marzucchi, diceva che il Romagnosi, nel continuo avvicendarsi di speranze e di timori, di potenze e di sorti italiane, conservò l'anima intemerata, e con virtuosa rassegnazione sopportò le ingiustizie e la povertà: il secondo, di Luigi Leoni, che una immensa sciagura si era addensata su 'l capo del Pellico, e un lungo silenzio era succeduto a quel canto, che risonando sempre in ogni anima, risvegliava la pietà e il desiderio dell'infelice poeta: il terzo, del Tommaséo, su la storia del Balbo: “Taccio di Carlo Magno, che lasciò sulla polvere dell'Italia un solco della vittoriosa sua lancia per quindi legare la tutela al lontano tedesco; taccio del tedesco, per la lontananza stessa quasi necessariamente colpevole ora d'ignorante e sospettosa e goffa tirannia, ora di vile e barbarica noncuranza„.
Le parole del Ministro austriaco, bench'egli parlasse di legami di “stretta amicizia„, erano di vero comando: e quell'avvertire, benché di sfuggita, che l'intero fascicolo era stato proibito dall'Austria, era un rimprovero aspro al censore, cioè al Governo toscano: e quella sicurezza che si sarebbe punito il direttore del giornale, e quel dichiarare che attendeva comunicazione de' provvedimenti che si sarebbero presi, erano ordini che non ammettevano repliche. Rispose[1202] infatti sollecito il Fossombroni: e assicurando l'ambasciatore, ch'egli non aveva indugiato un istante a richiamare su questo proposito il Dipartimento, si riservava di fargli conoscere ciò che su tale affare verrebbe a lui stesso risposto.
Il giorno 9 di febbraio il Corsini scriveva[1203] al Fossombroni annunciando che, sebbene non potesse dubitarsi della “purità delle massime religiose e politiche„ de' censori tutti del granducato, e in ispecie della “distinta capacità„ del Bernardini, pure non aveva trascurato di “far sentire„ a quest'ultimo i “ragionati motivi„ per cui la censura di Milano aveva riprovato il fascicolo di settembre, né di richiamarlo a portare in avvenire “la piú scrupolosa attenzione„. E prometteva in fine che “ingiunzioni analoghe„ si farebbero al direttore dell'Antologia.
Ricevuta la memoria del Corsini, il Fossombroni ne dava comunicazione al Senfft Pilsach, aggiungendo[1204] essere stato necessario limitarsi a far solo notare al censore gli articoli incriminati (la cui inserzione dovevasi a una “semplice svista„), perché i principî di lui politici e religiosi erano “al di sopra di ogni sospetto„. E assicurava poi al ministro austriaco, che “severi rimproveri„ si farebbero al Vieusseux, “con minaccia di sottometterlo a misure di rigore, in caso di nuove aberrazioni di simil specie„.