In una parola, co 'l piegarsi, benché con aria contrita e uggiti dell'essere forzati a disdire la mansuetudine antica, ma come che sia, co 'l piegarsi alle ingiunzioni mandate da Vienna, il Governo toscano era venuto via via distruggendo quel paradiso terrestre nel quale l'affetto e l'onorata accoglienza avevano a molti reso men duro l'esilio dalle patrie case. Non ripeterò co 'l Mazzini[1179], che la Toscana era divenuta una “colonia del Canosa e della sbirraglia modenese„: ma certo sembrava che in essa si corresse di furia a ricopiare tutta la sapienza del benigno governo di Francesco IV. Sarà stata un purgatorio, se cosí si vuole, in confronto all'inferno delle altre provincie: ma certo era anch'essa divenuta un luogo di pena.

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De' tempi mutati infatti Gian Pietro Vieusseux ben presto ebbe a sperimentare gli effetti e nella maggiore lentezza e ne' rigori piú acerbi della censura.

Sí di frequente e in tal numero le pagine ritornavano a lui mutilate, che, per rendere quanto fosse possibile meno inutili le spese già grandi, non potè piú consegnare al censore l'intero quaderno già pronto[1180], ma di ogni articolo presentava innanzi le bozze in istampa. Nel fascicolo dell'aprile del 1831, ad esempio, ben cinquantasei pagine furono falcidiate dalla già mite censura: cosa che, co 'l ripetersi spesso, portava seco dispendi gravi, e, nell'allestire il giornale, ritardi forse piú gravi ancora al Vieusseux.

Ond'egli se ne scusava[1181] a' suoi associati: ma “essi intenderanno — aggiungeva — che i ritardi non dipendono sempre da cause volontarie„. E agli inciampi, di per sé soli già grandi, procurati dal Governo toscano, altri ne procurava maggiori la maggiore, e dopo il '30 accresciuta, barbarie d'altre censure d'altre parti d'Italia. Con la certezza di non riceverla mai, o di riceverla miseramente tarpata, molti, che volentieri si sarebbero fatti associati all'Antologia, ne smettevano il pensiero: de' già associati la disdivano molti. “Nessuno — scriveva[1182] nel '32 Gaetano Barbieri al Vieusseux — nessuno vuol dare il suo nome ad un'opera della quale in sul piú bello gli vengono trattenute le copie„. E se qualche fascicolo scampava (rarissimo caso) a sí triste destino, era però licenziato da que' censori tanto in ritardo, da renderne poco meno che inutile la lettura[1183]. A tal segno si giunse, che volendo il Vieusseux pubblicare nella Gazzetta di Mantova una lettera con che sollecitava l'aiuto de' migliori scrittori di quella provincia, l'editore della gazzetta restituiva la lettera e l'introduzione a questa preposta da Ferdinando Arrivabene, adducendo[1184] a sua scusa che egli “aveva di che temere pregiudicio politico facendosi a menzionare l'Antologia fiorentina„.

Le quali parole bene dimostrano quanto puerilmente maligne fossero le accuse de' compilatori del Nuovo Giornale Ligustico, quando, asserito che nell'Antologia anco la novella letteraria parla “di politica e di guerra„, aggiungevano[1185] che il principal difetto dell'Antologia si era questo, “di voler piacere a' promotori delle novità; non tanto perché le amassero i compilatori.... ma sí perché fosse maggiore il numero de' soci, e perciò il profitto dell'Editore„. Era il primo segnale di battaglia: al quale il Vieusseux, né timido né provocatore, rispose[1186] in termini dignitosi, ma temperati. “Non per piaggiare opinioni che pur troppo non sono dominanti.... — egli rispose — non per servire a indegne speranze od a vili interessi ritornano spesso sopra a certi argomenti i collaboratori dell'Antologia; ma per un bisogno invincibile, per un sacro dovere; perché credono che le cose letterarie non si possano ormai dalle morali e dalle civili interamente disgiungere;.... perché giova ed è forza educare gl'ingegni e gli animi a considerare in ogni cosa la parte piú seria e piú importante alla privata e alla pubblica felicità; perché l'uomo che in mezzo a tanta lotta d'opinioni e di affetti, in mezzo a tante lagrime e a tanto sangue, potesse cosí bene involarsi alle cose che gli stanno d'intorno, da ragionare amena letteratura o scienze esatte, come se uscisse di sotto a una stuoia della Tebaide, o dalla caverna d'Epimenide, cotest'uomo sarebbe o un tristo o uno stolto. L'accusa.... mossaci dal Giornale Ligustico richiederebbe forse piú lunga risposta, se noi non parlassimo innanzi ad un pubblico il quale ci crederà facilmente, quando ci protesteremo disposti a rigettare non solo un vile guadagno, non solo un meschino risparmio, ma quante cose ha piú care la vita, per non mentire alle nostre opinioni, per non tradire la causa della verità e dell'onore„.

Brevemente, tra serî e stizzosi, ribatterono i compilatori del giornale genovese, ammonendo[1187] al Vieusseux essere il secolo XIX “annoiato e vergognoso„ di certi “abietti principî„ che all'intelletto si volevano imporre: ma il Vieusseux non li degnò di nuova risposta, e sempre meravigliosamente costante ne' suoi propositi seguitò la sua via.

Que' due scritti però furono come ne' giorni afosi d'estate il primo brontolio lontano del tuono, che annuncia la tempesta vicina: né questa infatti tardò molto a scoppiare. Il 20 febbraio del 1832 Celso Marzucchi parlando del Canosa, ch'egli chiamava “feroce cannibale„, scriveva[1188] da Siena al Vieusseux: “Nell'articolo sulla pubblicità dei giudizî mi verrà forse opportuno di dir qualche cosa in proposito, e la dirò, salva sempre l'approvazione„. Un mese dopo, mandando l'articolo, continuava[1189]: “Voi mi scriveste che lasciassi correr libera la penna come il cuore mi avrebbe dettato, per combattere le teorie infernali di C[anosa] senza nominarlo. Ho fatto quanto mi autorizzaste a fare. Forse vi parrà ch'io abbia detto troppo, e a me pare di aver detto poco. Ma che dirà la Censura? Se non passerà, la colpa non sarà tutta mia„. Non so che cosa dicesse la censura; so che lo scritto fu lasciato passare. In esso, tra l'altre cose, il Marzucchi diceva[1190]: “è forza il riconoscere che bestemmiano contro la Providenza divina tutti coloro, i quali vorrebbero che si retrocedesse alle idee dei secoli di maggiore ignoranza, e che le società, le quali con lena tanto affannata giunsero ad esser civili, ridiventassero teocratiche; e poi fan voti perché il Tribunale del Sant'Uffizio, la feudalità, le primogeniture, i fidecommissi, ove abolironsi si ristabiliscano; e sono dolenti (inorridisco a dirlo) che non si ritorni da per tutto all'uso della tortura, alla pena del fuoco, della ruota, e di altri supplizî allungati e penosi, e che in fatto di teorie governative quelle per tutto il mondo non si professino di Filmer e di Hobbes. A questi scrittori, che si ostentano tutti compresi da una grande carità di patria e da un gran sentimento di religione, noi, che ci facciam gloria di esser nati e di vivere in Toscana, e di essere governati dalle leggi di quel Grande che essi insultano, diremo francamente che Iddio pose loro il buio nel pensiero, e che vivono in stato abituale di delirio. Se cosí non fosse, oserebbe uno fra essi piú imprudente paragonarsi empiamente al Divino Salvatore, al Dio venuto in terra a fondare il regno della giustizia e della eguaglianza fra gli uomini? Una bocca che vomita sentenze infernali di terrore e di esterminio si vorrà confrontare con quella bocca divina, che dettava una legge di mansuetudine, di amore, e di fratellanza? E ardite chiamarvi annunziatori della verità? Mentite. La verità è sole che scorre placido e maestoso, e colora e scalda e vivifica e muove tutte le cose create. Le vostre parole non suonano che morte. Dunque la vostra parola è menzogna„.

Un giornale di Modena da poco fondato e già tristamente famoso, La Voce della Verità, figlia adottiva del grande bargello d'Italia Francesco IV, e nutrita della malvagità del Canosa (e della natura de' due riteneva non poco non solo negli scritti ma e nell'emblema, uno scoglio con scrittovi sopra non commovebitur); la Voce della Verità, uscito appena il fascicolo dell'Antologia, tra scherzosa e biliosa ribatteva[1191] in un articolo intitolato “All'“Antologia„ di Firenze„: “M'è stato detto che voi avete conciati pel dí delle feste i poveri redattori della Voce della Verità; e mi è stato detto da tanti, che l'ho dovuto credere, quantunque non mi sia riuscito di leggere nell'articolo del signor Marzucchi, Voce della Verità né in maiuscolo, né in minuscoletto, né in corsivo„. E fingendo rivolgersi a quelli che avevano “con evidente calunnia attribuito all'Antologia un animo sí cattivo„, dopo accennato che alcuni a torto volevano che quell'articolo alludesse a un opuscolo del “dotto e profondo signore„ il principe di Canosa; terminava: “io aveva sempre creduto che voi foste un giornale liberale, ed ho scoperto che siete realista. Me ne rallegro di cuore, e voglio proclamare per tutta Italia questa consolante notizia: l'Antologia non è liberalesca: l'Antologia è realista. E se alcuno nol crede, ascolti. I liberali non sono mai contenti del loro governo, e fanno applauso a chi insulta i sovrani. Ma l'Antologia si fa gloria di vivere sotto le leggi dell'Augusto Gran Duca di Toscana, e per molto zelo lo difende dagli insulti persino di chi lo venera e lo rispetta per dovere e per inclinazione. Dunque l'Antologia non è liberalesca: dunque l'Antologia è realista..... È vero che anche quest'ultimo fascicolo è da capo a fondo pieno di proposizioni liberalesche, ma è questa un'arte finissima di coprire sotto il velo del liberalismo le buone massime per diffonderle piú agevolmente„.

Penso che alcuno degli amici al Vieusseux, forse egli stesso, il Vieusseux, privatamente si dolesse di quest'articolo co' redattori della Voce, perché qualche giorno dopo comparve[1192] in essa una Risposta ad una lettera pervenutaci da Firenze in data 4 settembre 1832, nella quale alludendo, senza però nominarlo, al Vieusseux, era detto, che quel “liberalissimo signore„ intendeva per dispotismo non quello che lasciarono definito i piú reputati maestri della politica, ma quello “chiamato tale degli odierni imbrattacarte„: e poi (con chiaro accenno al Capponi), che sapevano esservi de' liberali, specialmente nella nobiltà, della quale quel “liberalissimo signore„ si mostrava “assai tenero„. Indi, messili entrambi nel numero de' “nemici„, terminava con un “già c'intendete„, che mi fa pensare a quel minaccioso lei c'intende del bravo a don Abbondio.