A queste non brevi trattative ho qui con certa ampiezza accennato, perché si veda con che sollecitudine premurosa il Vieusseux cercasse in quel tempo adunare intorno a sé ogni buono scrittore italiano, e come se qualche volta fallisse in questo intento, non fosse certo sua colpa. Pregava[1153] intanto il marchese Dragonetti di mandargli “qualche articolo sullo stato attuale della sua provincia„: e di lí a poco sollecitava Cesare Alfieri perché volesse di qualche suo scritto su cose politiche ed economiche onorare l'Antologia. Alle quali cortesi premure, l'Alfieri rispondeva[1154] dichiarandosi disposto a fare ciò di che il Vieusseux lo pregava, e assicurandolo essere tanta la sua buona volontà, che solo gravissime ragioni potrebbero distoglierlo dal suo proposito. Nel tempo stesso, il Vieusseux chiedeva a Cesare Balbo alcuna delle sue novelle: e a lui che se ne schermiva[1155] co 'l dirgli che non gli parevano esse “il genere dell'Antologia„, il Vieusseux replicava[1156]: “... l'Antologia non è circoscritta in un genere speciale; qualunque sia la forma d'uno scritto, sarà sempre gradito quando tratti argomento italiano, ed abbia per scopo il migliorare le condizioni dell'Italia.....„. Piú sollecito del Balbo rispose all'invito del Vieusseux il Montanelli, mandando su 'l corcirese Achille Delvinotti uno scritto[1157] dove, nel ragionare dell'arti belle, le chiama “vergini custodi delle fiamme del sentimento„; scritto che non è, per dire il vero, gran cosa. E del pari sollecito rispondeva il Carrer, dicendo[1158] al Vieusseux, che associarsi in un'impresa tanto onorata, “era cosa ambita meglio che desiderata„.
A questi scrittori, che in parte avevano già mandato, in parte promesso all'Antologia loro scritti, si aggiunse il giovine Opprandino Arrivabene, presentato[1159] al Vieusseux da Ferdinando, come per compensarlo del non potere egli stesso corrispondere con qualche suo articolo all'invito cortese. E di lui comparvero[1160] que' pensieri su la letteratura cosmopolita, che piacquero[1161] molto al Giordani perché vedeva derisa, al dire di lui, “giustamente„, l'idea della letteratura universale “sognata da quella bella testa del Mazzini„.
Intanto il Vieusseux non solo andava via via chiamando a sé d'intorno altri scrittori o già provetti, o giovani, che il suo intúito felicemente discerneva capaci di diventare provetti; ma a rendere l'opera propria piú utile e piú nazionale, cercava in ogni provincia d'Italia corrispondenti, i quali compendiosamente lo ragguagliassero di ogni cosa importante intorno alle scienze, alle lettere, alle condizioni morali, statistiche ed economiche d'ogni regione. E dal gennaio del '32 creava[1162] per questo scopo una parte nuova nel suo giornale, co 'l titolo di corrispondenze e notizie epilogate: parte che a Gino Capponi sembrò[1163] “un capo d'opera, un'ottima, una utilissima cosa.....„. E nella stessa lettera, “Le vostre idee di Direttore — esclamava — sono sempre bellissime. Cosí tutto il giornale potesse rispondervi sempre!„
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Non il giornale però, ma i tempi via via divenuti piú torbidi, non rispondevano a' sacrifici di Gian Pietro Vieusseux né alle intenzioni sue generose. Sin dal 1828 era successo al Puccini nella Presidenza del Buon Governo il Ciantelli: e con lui cominciarono veramente que' rigori e quelle persecuzioni, se non paragonabili ancora a quelli di altre regioni d'Italia, certo fino a quel tempo inusitati in Toscana. Mutato il maestro, la musica era peggiorata. Fu relegato a Montepulciano il Guerrazzi; soppresso nel febbraio del '30 l'Indicatore Livornese: e già si andava tant'oltre per questa via, che avendo il Cortesi fatto del Giovanni da Procida un ballo da darsi alla Pergola, ne fu interdetta[1164] la rappresentazione. Delle quali cose il popolo mite toscano ogni dí piú mostrava al granduca, con segni di ostilità punto dubbî, la sua scontentezza. Alle ore 7½ del mattino del 12 di maggio 1829, l'agente di turno del quartiere di Santa Maria Novella, Pietro Pepi, staccava dalla colonna di Santa Trinita un cartello, in cui si leggeva[1165]: “Sotto l'apparente velo della giustizia si nasconde il tiranno Leopoldo II. Morte al medesimo„. Il 18 di maggio, prima delle ore cinque, fu trovato affisso a una colonna del R. Arcispedale di Santa Maria Nuova un altro cartello con sopra scrittovi: “L'infame Leopoldo II sia morto„: e all'inscrizione tenevano dietro alcuni versi[1166]. Tanto era grande il numero de' cartelli affissi, che si dovette creare un “nuovo sorvegliante incaricato del servizio straordinario dei cartelli„: e perché in Firenze, allora come ora, non mancava mai in ogni cosa, per quanto seria, lo scherzo, uno di questi cartelli fu trovato affisso al casino de' nobili, di faccia all'arco demolito, ove a stampatello era scritto: “Appigionasi primo piano nel Palazzo Reale Pitti con mobilia„.
Racconta[1167] il Pieri, che nella notte del 22 giugno un attentato al granduca si facesse, infruttuoso; e che opinione generale in Firenze era che quell'attentato fosse instigato “dalla Corte di Vienna e particolarmente dal vicino duca di Modena per mettere paura al Gran duca, ond'egli mutasse nel rigore il suo mite ed umano reggimento„. Ma senz'andare tant'oltre nelle supposizioni, altri fatti non dubbi dimostrano per quali ragioni e pressioni la Toscana per la prima volta sperimentava i rigori di una politica nuova.
Fin dall'ottobre del 1828 Alfonso Lamartine scriveva[1168] da Parigi al Capponi: “io non ritrovo piú la Francia nelle stesse condizioni in cui l'avevo lasciata: tutto è sconvolto„. Due anni di poi, nel luglio, le idee, le speranze, le necessità degli altri popoli, sordamente accolte per via sotterranea scoppiavano in Francia quasi per aperto cratere, rovesciandosi su tutta Europa in fumo tetro e in minacciosa favilla. Parigi insorgeva gridando il sommesso sospiro di tutta l'Europa: e dopo Parigi si levavano i Sassoni chiedendo al loro re costituzione piú larga; al loro duca la chiedevano i Brunsvichesi; il Belgio insorgeva; insorgevano di lí a poco Modena, Bologna e le Legazioni. Questi sconvolgimenti avvenuti in parte, in parte presentiti vicini, indussero l'Austria a inviare nel '30 in Firenze il Saurau, duro e sospettoso, per iscuotere la Polizia toscana, che nulla vedeva e sapeva, e per sostituirvi il conte di Bombelles, intento troppo a corteggiare Carlotta Grisi, cantatrice lombarda e sorella alla celebre Giulia ch'ebbe di grandi applausi in Parigi; e forse per questo, curante tanto della diplomazia e della sua legazione quanto della contessa sua moglie, leggiadra bionda perdutamente invaghita di un russo della famiglia degli Orloff, cui mancavano le gambe portategli via da una palla di cannone nella battaglia di Dresda[1169]. Le vicende accadute in Francia ed altrove, facevano piú rapido scorrere il sangue nelle vene degl'Italiani[1170], non presaghi allora che di lí a poco la Francia bandirebbe il principio del non intervento, consecrando l'opera della Santa Alleanza, e soffocando la rivoluzione europea: e il Saurau giungeva in buon punto per reprimere non dico ogni moto, che non ce n'era di bisogno giacché il mormorio che pur si udiva in Toscana era dolce, come di ruscello, ma il pensiero e fin la speranza di libertà, e mettere cosí la Toscana alla pari di tutte l'altre provincie d'Italia.
Verso la metà di settembre del 1830, a Giovanni La Cecilia[1171], da poco ritornato in Firenze, gli ufficiali del secondo reggimento offersero un pranzo nella sala della gran guardia: si fecero brindisi all'Italia, e fu cantata la Marsigliese. Que' canti e que' brindisi, che non scrollavano davvero le fondamenta né dell'Austria né del regno Lombardo-Veneto, provocarono “una nota molto aspra„ dell'ambasciatore d'Austria: e al La Cecilia, chiamato a Palazzo Nonfinito, fu imposto “lasciare Firenze e la Toscana nel termine di otto giorni„. “Non dovrei dirlo — soggiunse il Presidente del Buon Governo — ma la di lei permanenza tra noi è creduta pericolosa„. Oh come mutati apparivano i tempi, da quando il buon Ferdinando negava nel '21 Gino Capponi al fratello pedante, che instantemente lo richiedeva! L'esilio del La Cecilia fu l'inizio di altri esilî, cioè di altre e inusitate condiscendenze, sempre piú comprovanti la debolezza del Governo toscano ormai divenuto vassallo.
La sera del 13 novembre 1830 a Pietro Giordani, facile a parlare ardito e francamente, ma non cospirante tuttavia (aveva egli infatti preparata l'inscrizione da porsi nella base di una colonna da erigersi tre miglia vicino a Firenze, per festeggiare Leopoldo II ritornante da Vienna); a Pietro Giordani il commissario di Santa Croce intimò[1172] “partire da Firenze entro 24 ore, dalla Toscana in 3 giorni, sotto minaccia d'arresto e di carcere„. E la sera stessa fu del pari cacciata in esilio la famiglia Poerio, con otto giorni di tempo per lasciare la Toscana. Partito appena il Giordani, il Fossombroni scrisse[1173] al barone Werklein perché il fiero piacentino fosse da lui “bene accolto, e ben trattato„: e non si accorgeva, nel compiere questo atto, non si accorgeva punto lo scaltro e faceto ministro toscano, di confessare l'apatica sua debolezza.
Non a torto Mario Pieri, nel prendere memoria dell'esilio del Giordani e de' Poerio, commentava[1174]: “ciascuno comincierà a vivere con qualche inquietudine, e specialmente noi forestieri„. Di lí a poco, infatti, a Pietro Colletta mortalmente malato, intimavano l'esilio; ond'egli rispose[1175]: “aspettassero un'ora, che sariasi tolto tale esilio egli stesso da non disturbare piú nessuna polizia del mondo„. Revocarono l'ordine: ma quando nel novembre del '31 morí, fu vietato[1176] parlare di lui nell'Antologia, fu vietato perfino dare alla luce un suo discorso su la storia de' Greci moderni. E avendo gli amici, per onorarne in Livorno la memoria, eretto nella chiesa un catafalco con certe statue raffiguranti la Costanza e il Silenzio, assai molestie patirono, e gravi: fu instruito processo, asserendo il Governo sapere di certa scienza quelle statue rappresentare l'una l'Italia, l'altra la Vendetta: e il Commissario conchiudeva il suo discorso dicendo[1177]: “Dopo l'abolizione della corda non può sapersi piú una verità„. Dopo non molto, fu mandato in esilio Antonio Benci; tolta, senza motivo alcuno, a Celso Marzucchi la cattedra: e perché il consiglio municipale di Siena lo aveva eletto bibliotecario, non si peritava il granduca ad annullare la presa deliberazione[1178].