Cap. V.
La fine e la fortuna dell'Antologia

Alcuni giudizî dati su l'Antologia. — I propositi del Vieusseux dopo il 1830. — Nuovi scrittori. — I primi attacchi all'Antologia. — La Voce della Verità e gli altri giornali avversi. — La soppressione dell'Antologia. — Come piú volte il Vieusseux tenta farla risorgere. — Nuove persecuzioni a lui e all'opera sua. — Nuove speranze deluse. — Ancora della fortuna dell'Antologia.

Veduti gl'intendimenti e i pregi veri dell'Antologia, non potrà lo studioso stimare né esagerate né ingiuste le lodi, che da Italiani e da stranieri concordemente venivano ad essa tributate; né meravigliarsi che già grandi e numerose, come si è visto, fin da' primi suoi anni, si facessero in séguito piú numerose e piú grandi. Antonio Panizzi scriveva[1124] da Liverpool, che l'Antologia era il giornale “piú italiano degli altri e meno schiavo„: da Padova il Capponi assicurava[1125] al Vieusseux, che il suo giornale “faceva testo„ in quelle provincie: il Leopardi asseriva[1126] che ricevendo un fascicolo dell'Antologia, gli pareva di ricevere “non un numero di giornale, ma un libro„; e tempo dopo, “vi giuro — scriveva[1127] al Vieusseux — che quando io penso che un giornale simile, in questo secolo, si fa e si pubblica in Italia, mi par di sognare! Vera e bella e maravigliosa creazione è questa vostra„. Molti quel giornale leggevano con gusto grande, citandolo spesso come libro autorevole; non pochi lo attendevano con impazienza. “Aspetto con gran desiderio l'Antologia — diceva[1128] il Giordani. — Quando mi arriva è festa per me„. Da Parigi il Tommaséo scriveva[1129] nel '35 al Capponi: “l'altro giorno provai due piaceri grandi. Un piemontese mi disse che l'Antologia gli aveva fatto passare piú notti insonni: e un napoletano mi disse che la lettura dell'Antologia gli era come una festa„. E Urbano Lampredi, tra la tristezza e la noia in cui lo gittava la sua salute disfatta, “già ve lo scrissi: — ripeteva[1130] ai Vieusseux — io sono afflitto per necessità fisica, cioè senza ch'io abbia motivi, e conosco chiaramente di non averne. Intanto per altro, che posso poco leggere, quel poco è da me impiegato nel leggere qualche articolo dell'Antologia. Questo è il solo libro che mi tiene qualche minuto piú meno distratto dalla mia ambascia, e perciò Dio ve ne renda merito, e quando ve ne cadrà il destro, fate questa limosina a Lampredi, che vi ama e vi stima„.

Lodi non meno grandi l'Antologia riscoteva da scrittori stranieri[1131] e dai piú rinomati giornali d'oltr'alpe. In Francia la Rivista Enciclopedica, parca ne' primi tempi di elogi, non esitava piú tardi a chiamarla[1132] “il miglior giornale d'Italia, e il piú indipendente„. Tra gl'Inglesi, la Monthly Review affermava[1133] che “non solo essa è superiore a qualunque opera periodica italiana, ma non può temere il confronto con qualunque altra d'Europa„. E nella stessa Vienna imperiale e reale, un giornale austriaco affermava[1134] “eccellente„ l'Antologia.

Né di queste lodi, sincere perché non compre mai né sollecitate, il Vieusseux insuperbiva: modestamente, anzi, ed oh quanto diverso da' compilatori del Giornale Arcadico, i quali, al dire[1135] del Leopardi, ne andavano “pettoruti... come di un'opera Europea, di uno strumento della civilizzazione e del perfezionamento dell'uomo„; modestamente e con sincerità inusitata il Vieusseux confessava[1136] alcuni articoli del suo giornale “mediocri„, alcuni argomenti “troppo superficialmente trattati„. Giungeva persino a dire[1137] non aver egli “altro merito che di aver veduto quello che tutti potevano vedere, che molti vedevano, e di aver tentato quello che molti avrebbero potuto fare senza dubbio assai meglio...„. Nelle quali parole egli esprimeva il vero suo sentimento, uso com'era non già a innalzare sé stesso e l'impresa propria screditando le altrui, ma a trovar sempre in quelle degli altri qualche cosa di buono da imitare o emulare.

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Nel 1830 (io vengo seguitando la storia, che per deliberato proposito ho lasciata interrotta quando giunsi al Mazzini), nel 1830 il Vieusseux si accingeva a compilare l'Antologia, mutandola però in qualche parte. Non era indirizzo diverso quel mutamento, anzi ne era lo svolgimento: infatti egli poteva in quel tempo tradurre in pratica un desiderio suo antico. Per quanto, fin dal principio, si fosse adoprato perché il suo giornale divenisse[1138] “essenzialmente italiano„, non aveva però mai potuto, benché via via limitandone il numero, escluderne affatto le traduzioni. Era sorto frattanto in Milano l'Indicatore lombardo, era sorta l'Antologia straniera in Torino: e per questa ragione il Vieusseux deliberava[1139] far sempre piú raccolta nel suo giornale di cose italiane, o applicate ai bisogni dell'Italia; in modo — come diceva[1140] al Dragonetti — “da potere escludere... qualunque articolo straniero, o vertente sulle cose straniere„. In somma, l'Antologia d'ora innanzi doveva essere “esclusivamente l'espressione dell'attuale società italiana e de' suoi bisogni nel secolo XIX„.

Per raggiungere questo scopo, con insistenti premure sollecitò l'aiuto d'altri studiosi d'ogni parte di Italia; e molti di essi volentieri si unirono a' vecchi scrittori dell'Antologia, la quale in tal modo pareva, attempandosi, ringiovanire acquistando forze novelle. È del giugno del '30 uno scritto del Troya, nel quale egli ragiona[1141] del codice diplomatico longobardo, e del come si indusse a scrivere la Storia d'Italia avanti il dominio dei Longobardi. È posteriore a questo, di poco, uno scritto[1142] del Reumont su Andrea del Sarto.

Alle “gentili richieste„ del Vieusseux, nel maggio del '31 corrispose Alberto Nota, inviando una descrizione[1143] del terremoto nella provincia di S. Remo: e per consiglio[1144] del Giordani, che stimava il Bianchetti “degno dell'Antologia„, e desiderava che uno scrittore “sí lucido ed elegante e utile e di pratica utilità„ ne divenisse assiduo collaboratore; sollecito il Vieusseux proponeva[1145] al Bianchetti la compilazione non solo di un bollettino economico, morale e statistico delle provincie Venete, ma delle Lettere di un Romito dell'Appennino, tempo innanzi inutilmente offerta, come si è visto, al Leopardi e al Brighenti.

Volentieri accoglieva[1146] la proposta il Bianchetti, e nell'ottobre infatti mandava[1147] co 'l titolo di Romito Patrofilo la prima lettera; nella quale, dopo discorso delle ragioni che avevano indotto il Romito a ritirarsi dal mondo, a lungo si fermava su 'l manifesto dell'Antologia del 1830. Ma questa prima lettera, benché piacesse al Censore, non tutta però fu approvata[1148]: e alla proposta del Vieusseux, che qualche cosa mutasse, “abbandoniamo — rispose[1149] il Bianchetti — abbandoniamo, mio caro Vieusseux, l'idea di queste lettere..... Non dispero di potervi mandare un giorno stampate nelle nostre provincie forse quelle stesse cose e parole, che nella vostra beata Toscana non si lasciano stampare„. Invano il Vieusseux gli scriveva[1150] che il censore aveva detto: mandasse la seconda lettera, perché dal modo con cui vedesse fatta l'applicazione de' principî manifestati nella prima, si regolerebbe, e facilmente farebbe poche modificazioni; invano gli riscriveva[1151], dicendo tra le altre cose: “quando chiedo un favore per l'Antologia, non chiedo a nome de' miei interessi, bensí a nome dell'amore che tutti portiamo alle cose italiane„. Il Bianchetti rispose[1152] facendogli la raccomandazione, che era divieto, “di non fare alcun uso di quel manoscritto„.