In somma, il Vieusseux, aborrente da ogni esagerazione, sapeva tenerle lontane dal suo giornale, e conciliando anche in questo principio gli amici suoi, sapeva su ogni questione ottenerne giudizî, se non sempre giusti sempre sereni, quant'era possibile da gente letterata ottenerli. Cosí che il Giordani poteva, come altrove ho notato, affermare senza mentire all'amico suo né a sé stesso, che non era possibile a lui trovare nell'Antologia cose che direttamente offendessero certe sue massime principali e immutabili.
Eguale temperanza s'incontra, e non minore concordia tra gli scrittori, nel muovere guerra alle dispute meramente grammaticali, alle gare arcadiche, a quella letteratura delle nude parole, come la dicevano i critici del Conciliatore. Tutta quanta infatti l'Antologia propugnò sempre una letteratura intelligibile ai piú; che cercasse nel passato le ragioni e i rimedî del presente, le speranze e i successi dell'avvenire; una letteratura libera egualmente dalla pedanteria classica e dalla licenza romantica; piena degli affetti vivi del cuore, degl'idoli vivi della fantasia, delle vive rimembranze de' tempi recenti. Essa, tenendosi lontana, quant'era possibile, dagli eccessi delle fazioni, restaurare voleva con acquisto d'idee e di forme; e conservare con decoro di ricchezza; e innovare con vantaggio d'aumento.
Per ciò che riguarda la politica, nessuno degli scrittori voleva rivoluzioni: cosí che “timidi„ li disse[1107] piú tardi il Mazzini, che se ne divise: e certo erano, in paragone di lui, agitatore infaticabile. Se non che, il biasimo è assai temperato dall'avere súbito soggiunto “ma d'animo italiano„: né egli certo ignorava che ne' tempi tristi pe' popoli, i campi di battaglia sono per ogni dove, e che ciascuno sceglie quello che piú gli si confà. La spada loro non avrebbe fatto per il bene d'Italia, quello che fece la loro penna. E opera patria infatti compiva l'Antologia, grande del pari e forse piú, co 'l patrocinare con somma costanza la necessità di liberare gli uomini dall'ignoranza, co 'l muovere guerra, quanto consentivano i tempi, implacata, agli oscurantisti; a quella che il Giordani chiamò[1108] “generazione pestifera che si sforzava (invano) ad assicurarsi il dominio del mondo, col mantenerci il vaiolo e cacciarne l'alfabeto„. Primo fra tutti, il Vieusseux voleva che l'Antologia fosse scritta in modo intelligibile ai piú; che anche la scienza in essa fosse resa “popolare„[1109]; che abbracciasse, per cosí dire, tutte le parti del bene che poteva farsi al popolo. E il Valeriani affermava[1110] che gli scrittori tutti, assentendo al desiderio del Vieusseux, volevano “che potesse emergere da ogni pagina dell'Antologia qualche utile verità„. In essa infatti si imprendeva a far progredire le scienze industriali, agrarie ed economiche, le quali preparano e procurano al popolo il benessere materiale: in essa a far progredire le scienze morali e razionali in quanto, con le loro applicazioni, concorrono al suo perfezionamento. Forse per questo il Giornale Ligustico chiamava[1111] l'Antologia “giornale dei dilettanti„, e quello di Pisa “giornale dei dotti„: ma se men ricca di questo e di altri giornali d'Italia, di soda erudizione, fu però men pedante e piú gradevole a leggere, piú varia e piú largamente benefica.
L'opera dell'Antologia fu, come dissi, di conciliazione e di apparecchio: e appunto per questo, i suoi scrittori, concordi anche in ciò, propugnarono in essa una letteratura popolare, cioè utile all'Italia. Tale la voleva[1112] il Giordani; e il Tommaséo si doleva[1113] che la scarsa famiglia de' dotti fosse tra noi “una razza d'uomini segregata dalla umana, parlante un linguaggio che il volgo non ebbe mai la felicità di comprendere pienamente, ma che comprese abbastanza per annoiarsene„. Nella quale sentenza conveniva[1114] il Capponi, notando che “i dotti formarono sempre un popolo segregato„, e che “le faticose investigazioni degli eruditi... si rendono famigliari a poco numero di persone„. Lamentava[1115] del pari Giuseppe Bianchetti, che il popolo italiano non avesse libri adatti da leggere; che le idee già prima concepite da noi apprendesse da' libri stranieri, e in questi le amasse solo perché gli stranieri mirabilmente posseggono l'arte di farsi leggere.
Al quale proposito, il Lambruschini, dolendosi della mancanza di buoni libri popolari, e prevedendo co 'l pensiero il momento in cui gli adulti e i fanciulli saprebbero leggere, con vero sconforto dimandava[1116]: “che servirà loro questo sapere? Quai libri leggeranno essi?„ E il Mayer affermava[1117] non potersi piú la letteratura separare dall'esistenza morale della nazione; e le parole dello scrittore essere semi che tosto o tardi verranno fecondati.
Ora, il bandire la guerra alle canzoni d'amore e alle inezie d'arcadia, incoraggiando invece le severe meditazioni e gli studî severi, necessaria preparazione alla pubblica vita, alla quale gl'Italiani sarebbero un dí o l'altro chiamati; il propugnare una letteratura popolare, e l'essere essa stessa l'Antologia rivolta, il piú che fosse possibile, al popolo, promovendone l'istruzione elementare, la diffusione del reciproco insegnamento, e tutte le scoperte utili della scienza; il rappresentare al popolo, con tutti que' modi che deludevano l'oculatezza censoria, le oppressioni presenti e i suoi fatti antichi e le antiche franchigie e le memorie e le glorie; tutto questo poteva, se cosí si vuole, essere opera di scrittori e di uomini timidi, ma certo era veramente italiana, e tanto necessaria che forse senz'essa, che fu tutta preparazione, non si sarebbe avuta quella primavera sacra di Curtatone e di Montanara.
“L'Antologia — ben disse[1118] il Guerrazzi, — non fu scudo, non fu lancia, bensí una intera panoplia con la quale in tempi malvagi con senno e pertinacia meravigliosa ebbe difesa la patria libertà„. Oh gli sforzi mirabili del Vieusseux e di tutti i suoi amici, in ogni argomento scientifico e letterario, in ogni proposta, sempre, pur di cancellare ogni avanzo di gare antiche, ogni vestigio di quelle tante piccole patrie “seminate — al dire[1119] del Ciampi — in Italia come i cocomeri per i campi del Pistoiese„! Tutti concordi, in questo principalmente preparavano l'avvenire d'Italia; da tutte le pagine dell'Antologia esce l'espressione di un solo pensiero: conoscere i mali del vicino, e patirne come de' proprî; esce un augurio solo: l'oblio di tante discordie inveterate per lunga memoria di stragi, e l'amore non immiserito in quello della propria provincia, ma l'amore vero d'Italia.
Anche parlando del Giornale agrario, il Lambruschini affermava[1120] ch'esso doveva considerarsi come “un vincolo di famiglia... tra i campagnoli d'una provincia e quelli d'un'altra„. E non a caso il Tommaséo proponeva[1121] che i dotti italiani ora in una, ora in altra città si adunassero: egli scorgeva in quel riavvicinarsi un perfezionamento fecondo di quelle idee “dalla nazionale divisione quasi lacerate„; un vincere, o almeno uno scemare, di pregiudizi e di odî municipali. Fin da' primi numeri del giornale, “io vorrei non essere nato — scriveva[1122] il Benci — piuttostoché ristringere l'amor di patria al solo lido toscano„. E il Vieusseux, felicemente compendiando il pensiero de' suoi amici e l'anima del giornale; “o Italiani — esclamava[1123] — vogliate bene esser certi che l'Antologia è affatto esente da quello che chiamasi spirito di municipio; che per lei ci possono essere Alpi, ma non vi sono Appennini„.
Che importa dunque, se ognuno si fingeva un'Italia futura in modo conforme a' suoi pensieri e a' suoi affetti? Potevano le aspirazioni essere non solo diverse ma contrarie, quanto alle forme di governo: tutti però si accordavano nel desiderare qualche cosa di meno umiliante delle condizioni imposte dal congresso di Vienna; nel desiderare la patria libera tutta, e signora di tutte le sue terre, di tutti i suoi mari. Che importa, se nelle idee scientifiche e letterarie non tutti si accordavano, e si contradicevano molti? Tutti però si trovavano uniti nel fine supremo: e questo bastava al Vieusseux. Essi con idee differenti svolgevano i principî delle scienze sociali, ma tutti ponevano intanto le basi del diritto nazionale: in guise diverse trattavano di pubblica economia, della libertà commerciale, ma in questo concetto inchiudevano tutti la libertà politica: variamente discorrevano di asili infantili, dell'educazione de' bimbi poveri e delle donne; pareva un'opera di semplice pedagogia, ed era invece tutta di civiltà vera e di vera italianità: discutevano con opposti criterî de' migliori e piú fruttuosi avvicendamenti di cultura, di nuove seminagioni e di nuove macchine; ma i loro discorsi si levavano tutti ben piú alti dal suolo: pareva che discorressero di contadini, e invece parlavano d'uomini, cioè di menti da persuadere, di cuori da illuminare; pareva che limitassero il loro sguardo a' poderi, alle fattorie, e miravano invece all'Italia.
Cosí appunto il giornale acquistava non pure varietà di materie, ma di idee, di inspirazioni, di forme: e tutte queste differenti gradazioni non appaiono se non solo alla superficie, perché nella varietà, e spesso contrarietà, de' concetti, è l'unità del principio fondamentale. Cosí l'albero grande dà frutti al cittadino e dà legna, dà nidi agli uccelli, al passeggiero ombre grate e freschi susurri: ma il suo tronco è uno solo.