Mirabile è la costanza con che, piú o meno palesemente, difese la libertà della patria; non meno mirabile il modo, anzi l'arte, con che in ogni argomento trovò occasione per diffondere aspirazioni e sentimenti tutti italiani. Annunciava[1083], ad esempio, il Tommaséo la Novissima guida dei viaggiatori in Italia: ma nell'investigare la varietà e le vicende de' popoli primi, il suo discorso ritorna sempre al presente, nel quale i suoi pensieri sempre ricadono, quasi a centro; cosí che la storia de' popoli antichi è commento alle cose presenti. Parla di certe provincie, che discorrono dell'Italia come di paese diverso dal proprio, e soggiunge: “non par egli d'essere ancora a' tempi anteriori alla dominazione di Roma, quando cotesto titolo spettava in proprio alle meridionali provincie?„. Parla della ruina di Babilonia e di Roma, e ne deduce l'aforisma: “quando un sovrano è ridotto a mantenere le sue possessioni lontane con la violenza delle armi, con quant'ha di piú basso la politica del sospetto, allora si può ben dire che il suo regno è finito„. Parla de' tanti invasori venuti in Italia da tante regioni diverse, e rammenta “quegli Inglesi che accorrono a proteggere l'Italia,... quegli Austriaci alle cui grida risponde l'eco... di Milano e di Napoli„. E si poteva, nel rammentare le antiche vicende, parlar piú chiaro e piú ardito de' tempi presenti? “Sui campi d'Italia — egli dice — fu piú volte disputato dei destini del mondo: Canne lo dica e Marengo. Ma l'Italia il piú delle volte fu posta quasi prezzo del vincitore; come la favola dice di Deianira. I suoi cambiamenti non furono che novità di dolori: e il dolore piú pungente fu sempre per lei la vergogna d'una speranza delusa. Ma ad ogni modo, non è egli questo singolare destino che fece di lei quasi il nodo delle grandi questioni politiche, definite finora con le catene, col laccio, col ferro? E da un terreno consacrato con tanto sangue non escirà alcuna voce di rimprovero o di consiglio agli oppressori avvenire? Oh se da queste zolle feconde alzassero il capo que' milioni d'infelici che per l'Italia morirono, questo esercito di spettri troverebbe contro gli spietati invasori un grido terribile come il rimorso, se il rimorso fosse terribile ad altri che al malvagio infelice....„: ma “l'Italia troverà ben miglior modo di vincere i violenti che quello di soffrirne gli assalti e d'ingoiarne i cadaveri: allora potrà con altra voce che con quella delle proprie sventure ammaestrare le genti„.
Se non che, alla parola franca e spirante civile ardimento, anche nella mite Toscana difficili mostravansi i tempi non raramente. Come a un cavallo bizzarro, il quale si suole richiamare al dovere con una buona tirata di morso, di tanto in tanto il Corsini pregava[1084] al censore di “far sentire„ al Vieusseux, che era necessario “ricondurre al primitivo scopo il giornale, che deve trattare soltanto di scienze, lettere ed arti, e non già di materie politiche„. E il Vieusseux, a tu per tu co 'l censore, discuteva, spiegava, rischiarava; e serbando a migliore occasione gli scritti piú vivi, cantava per un istante la nanna al dispotismo perché tornasse a dormire. E non potendosi intanto dare a tutti i pensieri la via, si andava innanzi con frasi velate, mezzo nascoste tra le parentisi e le citazioni erudite; con allusioni, come per cenni. Parlando, ad esempio, dell'Alfieri, l'avvocato Aldobrando Paolini dopo aver detto ch'egli “vivificò certe passioni che si volevano morte„, e queste risvegliò in un tempo in cui il loro sonno era “blandito da tutti coloro che ne temevano il risvegliamento„; “parlo ad uomini — soggiungeva[1085] — per i quali basta il segnale delle idee„. Né a poche cose alludeva il breve commento[1086] del Forti nel dare notizia del ritorno in Parma di Giacomo Tommasini: che cioè la civiltà moderna fa sí che gli uomini grandi, “molestati in un paese, possan subito trovare in un altro maggiori agi e tranquillità. Il che deve esser freno alle soverchierie de' potenti„. Una volta, nelle notizie epilogate, brevemente parlando dell'istruzione nella Lombardia, comparve questo periodo[1087]: “Quello che parrà molto piú singolare, e che è verissimo, si è che l'istruzione popolare negli Stati Austriaci è piú diffusa che in tutti quasi gli Stati d'Europa. Il rapporto tra gli alunni e gli abitanti nell'Austria superiore è di 1 a 20, nell'inferiore di 1 a 16, nella Moravia e nella Slesia e nella Lombardia (vedete ravvicinamento singolare), di 1 a 13„. Nel quale periodo innocentissimo, quella parentisi mezzo nascosta significava certo non poco. Altrove, nel parlare di certo Azzaloni condannato ad avere il coperchio della sua arca convertito in abbeveratoio di pecore e d'asini, commentava[1088]: “tanto è vero che chi vuol soprastare, rimane al di sotto, e a Modena e in tutte le parti del mondo„. E poche pagine dopo, discorrendo di un metodo nuovo per insegnare a' fanciulli, “questo — diceva[1089] lo scrittore — richiederebbe una rivoluzione nell'arte dell'educare, lo so: ma son tante le rivoluzioni inevitabili ormai!„.
Queste, e altre cose ancora consimili, leggevansi nell'Antologia, la quale accoglieva in sé quanto potesse dirsi di piú ardito in Toscana, cioè in Italia. Tanto è vero che il censore veneto canonico Pianton giudicò[1090] quell'articolo del Tommaséo su la Novissima guida dei viaggiatori, pieno di “sensi sí franchi, arditi e pieni delle rivoltose massime della insubordinazione„, che non poté ristarsi dall'invocarne la classificazione (per diportarsi, com'egli diceva, “con distinta mitezza„) all'erga schedam. E all'erga schedam condannava del pari in quel fascicolo istesso lo scritto del Pepe su Federico il Grande, e quello del Montani su' canti del Leopardi. In Milano poi l'intero fascicolo passava col transeat, ciò che equivaleva ad una semi-proibizione[1091].
Ma non per la sola nostra patria infelice, con tanta franchezza quanta consentivano i tempi, l'Antologia combatteva: per tutti i popoli gementi sotto il giogo, e cospiranti per romperlo e rannodarsi sotto un solo vessillo; per tutti i popoli che le stesse grandi sventure e le stesse grandi speranze affratellavano co 'l nostro; per tutte le patrie avaramente mercanteggiate, per tutti i diritti dell'umanità conculcati, l'Antologia aveva fremiti e lacrime. Non so chi diede in essa la traduzione[1092] di alcuni canti di Federica Brunn, che rampognano l'Europa vituperosamente neghittosa dinanzi allo sterminio de' Greci: ma so che Antonio Renzi fa voti[1093] per la loro “santa e nobile impresa„: e il Capponi chiama[1094] la Grecia “la terra del sapere e della libertà„, e spera che quella catena di monti, la quale si ricongiunge co 'l mare alle Termopili, ed ha il Parnaso nella sua estrema pendice a mezzogiorno, saranno “i limiti e la difesa di quel popolo che è destinato a risorgere„. Altrove il Pagnozzi scriveva[1095]: “non sapremmo indovinare su qual fondamento si creda fra noi, che sia utile il dominio dei Turchi in Europa„: al quale pensiero oggi i Turchi rispondono con le stragi in Armenia. E degli Armeni e degli Ebrei discorre Gabriello Pepe con pietà vera; e li chiama[1096] “miserande reliquie de' due popoli i piú vetusti e singolari fra tutti i popoli della terra: de' due popoli i piú contemplabili... dell'uman genere„. Piú volte, e con dolore, l'Antologia discorre della Polonia; e nel parlarne, avvertiva[1097] tra questa e l'Italia “una certa similitudine di vicende e di sventure„.
In somma, l'Antologia combattendo per la libertà della patria combatteva del pari per la libertà di tutti gli oppressi, abbracciando in uno solo affetto i lontani e i vicini, i noti e gli ignoti. E prima assai che Giuseppe Mazzini con accese parole cantasse nella Giovine Italia la fratellanza de' popoli; prima assai il Tommaséo scriveva[1098] nell'Antologia: “... l'Europa sente ancora l'orgoglio di possedere milioni di soldati, pronti a spargere il sangue ad ogni occorrenza; e... passeranno ancora molti secoli prima che l'ammazzare uomini a migliaia, prender città, e riscuotere piú tributi del solito, cessi di parere una onorevolissima cosa„. E altrove scriveva[1099]: “l'amor di patria, quando cresceranno le idee o le sventure, speriamo, diventerà a poco a poco europeo„. Lo stesso colonnello Pepe esprimeva[1100] la sua fede in un ordine sociale, in cui le genti riconoscerebbero e rinuncierebbero al “fatale errore ereditato dallo stato selvaggio, di non potere cioè avere esistenza e sussistenza che a spese della vita e roba altrui„. E il Montani affermava[1101]: “l'incivilimento farà un giorno di tutti i popoli un popolo solo, distinto anzichè diviso in differenti famiglie, tutte egualmente avventurate, perché tutte egualmente illuminate„.
In una parola, l'Antologia sollevandosi dalla realtà presente al concetto che divina il futuro, intravedeva il popolo d'Italia e tutti i popoli della terra levarsi sublimi, affratellati in un solo pensiero di sviluppo progressivo, in una sola fede, in un solo patto di eguaglianza o d'amore.
***
Giova a questo punto considerare nel suo insieme il giornale: e nell'indagarne lo spirito e la significazione morale, mi verrà fatto di dimostrare come e in che cosa le differenze (alle quali ho altrove accennato) tra i varî scrittori si conciliassero; e come la varietà delle opinioni fosse in esso, come in certe opere in musica, non già disarmonia ma ricchezza di accordi.
Se con due sole parole dovessi definire l'Antologia, la chiamerei giornale di conciliazione e di rivendicazione. Sorta in tempi difficili, come quelli che erano succeduti alle grandi disfatte della libertà, l'opera sua fu di riunire nel campo delle scienze, delle lettere e delle arti, gli avanzi delle falangi disperse, e cosí ricominciare l'opera rigeneratrice interrotta. Conciliare da prima, per indi apparecchiare, e in ultimo riconquistare.
Per questo, in ogni argomento trattato giudicava senza preconcetti di parte e senza esagerazioni ridicole. Nelle questioni di lingua, ad esempio, se tutti i suoi scrittori preferivano, come quelli del Caffé, le idee alle parole, se tutti concordemente ammiravano i grandi maestri della parola d'ogni parte d'Italia; nessuno di essi però giunse mai, come quelli del Caffé, a fare[1102] “solenne rinuncia alla pretesa purezza della Toscana favella„. E se i varî critici dell'Antologia piú volte combatterono il sistema di ammassare notizie e particolari minimi, meglio che indagare con ispirito filosofico la storia secreta delle anime, e l'anima universale del popolo; nessuno di essi però giunse mai a deridere, come gli scrittori del Conciliatore, gli eruditi e l'erudizione. Può bensí il Montani giudicare[1103] un'opera del Denina non composta con grandissima arte, ma non per questo la crede del tutto inutile: e se al Padre Affò il Mamiani non concede[1104] il vanto d'essere filosofo né bello scrittore, pure lo chiama “cima d'erudito„, e dice che “non è da meravigliarsi se tanta vastità e esattezza d'erudizione è scompagnata dalla filosofia, e da quell'ingegno speculativo che analizza e approfonda le cose„. Parimenti, se piú pagine dell'Antologia furono scritte in difesa di una giudiziosa libertà nello svolgimento del dramma, piú volte però l'Antologia rammenta l'Alfieri con lode grande, e Vincenzo Salvagnoli lo difende[1105] da' biasimi ingiusti di censori pedanti. È bensí nell'Antologia un articolo[1106] in cui, a similitudine di certi articoli del Conciliatore, gridando contro l'educazione classica si afferma che lo studio del latino e del greco non ha altra utilità se non di impedire che per un certo numero d'ore i giovani facciano nessun male: e che è necessario liberarsi dal monopolio de' maestri di lingue classiche: ma quell'articolo è estratto dalla Rivista britannica, né il Vieusseux lo inserí senza prima temperarlo con note prudenti.