Il giorno stesso in cui S. A. I. e R. il granduca pagava al Vieusseux l'indennità per i danni sofferti, il Presidente del Buon Governo misteriosamente scriveva[1298] al commissario di Santo Spirito: “In questa sera, quando ella possa combinare il modo del relativo trasporto, in ora già bruna, onde non richiamare osservazioni popolari, potrà ella spedire a questo dipartimento, con tali cautele da assicurare l'integrità dell'involucro, i pacchi contenenti i suddetti esemplari, per essere depositati e custoditi nell'archivio di cotesto dipartimento„. E poche ore dopo, Gaetano Landi rispondeva, ch'egli spediva tutti i numeri dei fascicoli di gennaio e febbraio “contenuti in una balla all'uso mercantile cucita con spago, incrociata da cordicella bianca, ed assicurata nelle tre annodature con altrettanti sigilli in cera rossa di Spagna... sovrapposti all'estremità di detta corda, ed a striscie di carta turchina...„.
Cosí finiva l'Antologia.
Per altre ragioni, singolare coincidenza!, in Francia finiva quasi nel tempo stesso la vita La Rivista Enciclopedica, ch'era stata ne' primi anni modello a Gian Pietro Vieusseux. Ma il suo direttore Marcantonio Jullien, non poteva certo dire del proprio giornale per rispetto alla Francia ciò che il Vieusseux avrebbe potuto del suo: che cioè l'Antologia nacque, prosperò e giacque con le speranze d'Italia.
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Il 23 di maggio del 1833 il Tommaséo brevemente scriveva[1299]: “Caro Vieusseux, Nel riconoscere pienamente saldato ogni conto antologico io vi ringrazio col cuore del passato, e desidero che con migliori auspizi s'incominci piú lieto cammino„. Povero Vieusseux! da dodici anni egli era là, nel suo studio al secondo piano, in quella stessa casa di dove in altri tempi era uscita la face di lunga discordia, ma dove egli aveva portato pace fraterna; infaticabilmente operoso correggendo prove di stampa, leggendo articoli da inserire, altri sollecitandone da ogni parte d'Italia: ora frenando i suoi amici impetuosi, ora eccitando i restii; pieno tutta l'anima dell'opera sua, della sua Antologia, che era, quale egli la voleva, tutta nazionale, tale da adempiere il voto unanime degl'Italiani. E que' dodici anni erano stati per lui di lavoro perseverante, di sacrifici magnanimi, confortati da pure speranze. Ed ora tutto era finito, e quello che era stato era stato. Gli amici suoi, ringraziandolo, si sbandavano, costretti per vivere a offrire ad altri giornali l'opera loro; ed egli non poteva piú come prima soccorrere a' loro bisogni: l'Italia giaceva prostrata come mai per l'innanzi, e a lui avevano spezzato lo strumento che serviva per rianimarla.
Eppure, il Governo toscano aveva ancora timore del Vieusseux, cui altro non rimaneva se non il Gabinetto di lettura e il Giornale Agrario; aveva ancora timore degli amici di lui. Non vo' ricordare come in Milano la Polizia attendesse[1300] il Tommaséo, pronta a fargli una “scrupolosa perquisizione„, con la certezza ch'egli sarebbe “carico di manoscritti ed altre carte forse perniciose„. Ma non è da tacere che nella stessa Firenze, il Vieusseux e gli amici suoi erano diligentemente sorvegliati e spiati. Anzi, non solo in Firenze, ma per gli ordini inviati dalla capitale, anco nell'altre città ne seguivano i passi, ne spiavano gli atti. Nel luglio del '33 si recava egli in Pescia co 'l Lambruschini; e il Vicario Regio scriveva[1301] sollecito, ch'egli, “conoscendo le massime ed i sentimenti di costoro, con tutta riservatezza e circospezione aveva fatto tener dietro alle loro mosse„. Il gabinetto era dalla Polizia ritenuto[1302] sempre “assai pericoloso„; e si doleva l'ispettore, che le precauzioni e le tenebre nelle quali si avvolgevano i frequentatori, fossero tali “da rendere disgraziatamente inutile e infruttuoso qualunque tentativo, anche ardito, si potesse fare dalla Polizia per scoprirli e sorprenderli in mezzo ai loro intrighi ed iniqui maneggi„. Si giunse al punto, che le lettere del Vieusseux erano aperte, non di rado trattenute, cosí ch'egli pregava[1303] gli scrivessero con l'indirizzo L. Wolff. Il che dimostra quanto sinceramente S. E. Corsini gli dicesse[1304] “Oh! il Governo sa bene che Lei non è capace...„, e non terminava la frase, ma assentiva alle parole del Vieusseux che, nemico d'ogni violenza, affermava biasimare egli altamente certe manifestazioni imprudenti.
Ma se un grande dolore era per il Vieusseux l'avere perduto l'Antologia, ch'egli dopo passati dieci anni chiamava[1305] ancora “il grande pensiero della sua vita„, tuttavia rammentandola con affettuoso rimpianto; s'egli con amarezza si vedeva cosí sospetto al Governo, egli che sentiva[1306] pura la sua coscienza da ogni altra cospirazione che non fosse quella che aveva per iscopo “lo sviluppo e il progresso dell'umanità con la diffusione saggia e continua de' lumi, con un nuovo sistema di educazione morale, religioso, civile, industriale, di tutte le classi povere ed infelici„; non per questo egli si sentiva scoraggiato o avvilito; non per questo poneva in pratica il consiglio datogli dall'amico Sismondi. Meglio che fare il morto, andava ripensando come potesse ridare la vita alla sua Antologia, come novamente tentare il bene: simile a un antico guerriero, che il giorno dopo la battaglia perduta si toglieva e posava la grave armatura per riforbirla, per assettarla, e rivestirla poi un'altra volta, con lo stesso coraggio di prima.
Soppressa l'Antologia, il suo primo pensiero — confessava[1307] anni dopo — fu partire per Parigi, e quivi continuare il suo giornale portando seco alcuni de' piú valenti collaboratori, e altri cercandone di nuovi tra gl'Italiani colà residenti. E in ciò non gli sarebbe mancato l'aiuto del Libri, che gli scriveva[1308]: “se mai foste nel caso di lasciare Firenze (lo che sarebbe un gran danno pel mio paese), e che voleste venire a stabilirvi in Parigi, posso accertarvi che tutto l'Istituto favorirebbe ogni vostra impresa„. Ma al Vieusseux mancavano i mezzi pecuniari per mettere in atto il suo divisamente, e non gli resse il cuore di sacrificare il suo gabinetto, ch'egli credeva[1309] “sempre utile all'Italia„. Il Capponi invece avrebbe voluto[1310] far rinascere in Piemonte l'Antologia, e con articoli e con tutti i mezzi possibili, sostenerla in quella misura di indipendenza che era là comportabile: né spiacque questo consiglio al Vieusseux, il quale, appunto in quel tempo, persuadeva al Pomba tentare l'impresa, scrivendogli[1311]: “Mio caro Pomba, l'Antologia, morta sulla sponda dell'Arno, bisogna farla rinascere sulle sponde della Dora. Abbiate l'energia necessaria, e farete sicuramente un buon affare: ed il Piemonte vi sarà grato per avergli dato infine un giornale nazionale originale; e l'Italia tutta vi ringrazierà per aver fatto risorgere un giornale che godeva, oso dirlo, della stima universale„.
Fece il Pomba le debite dimande per ottenere il permesso: ma S. M. “pose a dormire ogni cosa„[1312]. Eppure al Pomba avevano dato qualche non lieve speranza: “... sappiate — scriveva egli infatti al Vieusseux — sappiate che il nostro ottimo sovrano, prima che voi mi scriveste, e prima che nessuno ne parlasse, ma appena che seppe soppressa l'Antologia, esternò ad una persona che gli stava a fianco, dalla quale io stesso lo riseppi, che sarebbe stato bene di far qui un giornale letterario ora che mancava all'Italia l'Antologia; eppure ad onta di questa spontaneità del padrone, dopo maggiori riflessi, e dopo essersene parlato nel congresso dei ministri, si è deciso quanto vi ho detto„. Il che bene dimostra, che il far risorgere e il possedere un giornale come quello per tanti anni vissuto in Firenze, era stimata cosa onorevole, ma che pure il nome di Antologia faceva troppa paura.
Parve allora al Vieusseux consiglio migliore dare alla luce in Firenze un giornaletto: e nell'aprile del '33 presentava al Corsini (con data del 10 gennaio), il primo numero, che serviva di manifesto, dell'Indicatore bibliografico italiano[1313]. “Impresa — diceva in esso il Vieusseux — che può non solo servire all'utilità dei librai, dei tipografi, e alla fama degli autori, ma può farsi vincolo di comunicazioni importanti tra il Piemonte, la Sardegna, la Liguria, il Regno Lombardo-Veneto, il Canton del Ticino, da un lato; dall'altro gli Stati Pontificî, Napoli, la Sicilia, Malta e la Corsica„. Non si presentava, è pur vero, questo giornale co 'l medesimo aspetto dell'Antologia, dovendo esso limitarsi a solo annunciare il titolo e il prezzo de' libri nuovi: ma il fine ne era lo stesso; era in entrambi lo stesso pensiero di stringere in un solo affetto tutte le Provincie italiane. E bene se ne avvide il Corsini, il quale scriveva[1314] al censore pregandolo dicesse al Vieusseux, che poteva essergli permessa sola “una nota indicatrice„ de' libri che si trovavano nel suo gabinetto, o che via via acquistava, ma non già la pubblicazione di un giornale bibliografico. “Allegri! — esclamava[1315] il Capponi, saputa questa notizia — allegri! Atene d'Italia! Ci rimane il Giornale di Pisa (dico il Canosa) ed il Guadagnoli„.