Dolente della ripulsa, ma non vinto tuttavia, pensò allora il Vieusseux ridare in Milano la vita alla sua Antologia: e a ciò anche il Centofanti lo esortava[1316], rammentandogli che “la censura austriaca sarebbe meno difficile„: la qual cosa, per dire il vero, non torna in lode del Governo toscano. Certo[1317] però il Vieusseux, che co 'l titolo istesso non gli verrebbe consentito, voleva dare al risorto giornale quello di Fenice, co 'l motto significativo:
Cosí per li gran savi si confessa
che la fenice muore e poi rinasce.
E si proponeva[1318] creare un giornale “come mai era stato fatto in Italia. Tutte persone conosciute, e lire 100 il foglio. Tutti gli articoli firmati. Ma sono sogni...„, conchiudeva poi come sfiduciato. Che importa però se questi erano sogni? Essi dimostrano bene come nel Vieusseux fosse il desiderio di non vivere inoperoso.
Ma i suoi dolori non dovevano ancora aver fine, ché altri ne sopraggiunsero nuovi e piú fieri a inacerbire i non pochi sofferti. Anche dopo soppressa l'Antologia, anche dopo dileguati i timori che potesse risorgere quell'“insidioso mortifero giornale„ (cosí lo chiamava[1319] il bali Sanminiatelli), non ristette la colonia di Modena dalla guerra; e le calunnie furono piú spesse e piú vili. Aveva il Vieusseux, morto il Montani, stampato[1320] intorno all'amico poche parole, come il dolor suo comportava; non belle, letterariamente parlando, ma piene di lacrime vere: e alla lettera di lui seguivano alcune considerazioni di Defendente Sacchi. Annunciando codesta lettera, non mancarono i compilatori della Voce della Verità dal fare i loro commenti[1321]; e senza risparmiare neppure il Lambruschini (le cui parole pronunciate dinanzi la tomba del Montani erano dal Vieusseux giudicate “sublimi pei nobili sentimenti di purissima religione„), dicevano: “noi non sappiamo se molto ci dobbiam congratulare con un cattolico, per esser la sua religione dichiarata purissima da un ginevrino„. Servendosi poi di certe comunicazioni tratte da lettera “non iscritta per la stampa„, asserivano che “finiti gli uffici della Chiesa, il convoglio (meno il parroco e i preti, s'intende) si portò in luogo ove era imbandita una lauta mensa che terminò in una festa di ballo per compimento dei funerali„.
A sí goffa calunnia rispose[1322] il Vieusseux una breve e dignitosa risposta, pensata tutta e scritta da lui, ma poi modificata dal Lambruschini[1323]; e la inviò a que' di Modena, pregandoli in jnome della giustizia e della lealtà, che volessero inserirla nel loro giornale. La inserirono[1324] essi, non senza però dire innanzi, che troppo strano sembrava loro che nessuno de' molti amici si fosse presa la pena di avvisarli della falsità detta: e scusando persin l'autore della lettera ch'essi avevano riportata, malignamente scrivevano avere quegli forse confusa “la verisimiglianza colla realtà„. E quasi ciò non bastasse, alla risposta del Vieusseux aggiunsero “qualche noterella„: ma cosí goffamente malvagie, che lo stesso Monaldo Leopardi, al quale il Vieusseux aveva inviata una copia della sua protesta, pensando[1325] che il Vieusseux lo credesse partecipe di quelli articoli, attestava, pur confessando la sua molta stima per la Voce della Verità, ch'egli non era tra' redattori del foglio di Modena, e che non aveva parte nessuna in tutto ciò di cui il Vieusseux si doleva. Né paghi ancora, pubblicavano un'altra “graziosa lettera„[1326] scritta, com'essi dicevano, da Firenze; ove si parlava della “scandalosa adunanza„, dicendo che il Governo aveva proibito portare “torcie ed altre cose emblematiche (e chi sa poi che cose!)„.
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Eppure, non ostante il rifiuto di pubblicare l'Indicatore bibliografico, non ostante le atroci calunnie di quei di Modena, ancora non si stancava il Vieusseux di tentare altre vie con che giovasse alla patria. “Se c'è un santo al mondo — gli scriveva[1327] il Giordani — se c'è un santo al mondo siete voi: almeno io vi adoro per tale; ché sovrumana è la vostra pazienza a non stancarvi di fare il bene in mezzo a tante vessazioni„. Vedendo infatti che la parola giornale impauriva di per sé stessa il Governo, e che gli si negava fino la stampa di un catalogo sistematico delle opere italiane e de' loro prezzi, pensò allora il Vieusseux compilare una raccolta di Opuscoli scientifici e letterarî, ridando cosí la vita alla collezione[1328] nel 1807 intrapresa da Francesco Daddi: e presentava al Bernardini il manifesto[1329], nel quale affermava non essere suo pensiero compilare un giornale né cosa che a giornale simigliasse, ma riunire in un volume discorsi e dissertazioni, trattatelli e memorie, lettere e dialoghi, scene e novelle. “Per tal modo — seguitava — alternando un discorso d'economia pubblica ad un poemetto; la traduzione d'una memoria storica ad una scena storica; un frammento di opera inedita alla lettera inedita di celebre antico; un prezioso documento ad una novella piacevole; una memoria di tecnologia, di storia naturale, di chimica, di fisica..., ad uno scherzo di fantasia; noi speriamo poter conciliare il divertimento al profitto, l'interesse del lettore a quel degli autori, interessi non facilmente e non di frequente conciliabili„.
Non negò il Corsini al Vieusseux il permesso richiesto, perché il divieto poteva, al dire[1330] del Padre Mauro, apparire fondato “sopra motivi personali„: ma perché la nuova collezione poteva altresí (sempre secondo il parere del Padre Mauro) poteva “servire di veicolo per dare alla luce molte materie della natura stessa di quelle solite inserirsi nella cessata Antologia„; il Corsini intimava al Vieusseux presentare tutti gli opuscoli che pensava inserire nel primo volume, a ciò che si potesse avere una chiara idea del piano e dello spirito della sua collezione, innanzi di approvare il Manifesto presentato.
Credendo il Vieusseux che tutti gli ostacoli fossero suscitati dal Padre Mauro (non imaginava egli che ministro e censore mirabilmente consentissero), si rivolse[1331] al Corsini, con la speranza di ottenere da lui ciò che dal censore non aveva potuto. Ma invano rammentò “il letterario decoro della Toscana„, e “i bisogni della stamperia Pezzati, ridotta a deplorabile stato„, e le spese grandi ch'egli dovrebbe affrontare pubblicando il primo volume senz'averlo annunciato avanti co 'l manifesto, e senza avere certezza che troverebbe cooperatori; invano fece considerare non poter egli alle sue abitudini “senza dolore e senza danno rinunciare, dopo dieci anni di penoso, dispendioso, infaticabile e non inonorato lavoro„. Il Corsini rimase fermo nelle prese deliberazioni, tra le quali era questa,[1332] notevolissima, con che si interdiva comprendere nella divisata raccolta, le corrispondenze, che troppo avrebbero fatto assomigliare il nuovo lavoro alla cessata Antologia, e potevano farlo considerare come una continuazione di questa. E cosí non venne neppur consentito che il semplice manifesto comparisse alla luce.