Dopo tanti e sí varî tentativi infelicemente riusciti, per la prima volta il Vieusseux veramente scoraggiato rivolse il 5 luglio 1833 una circolare a' varî corrispondenti[1333], nella quale rammentando i propositi suoi contrastati e le speranze deluse, mostravasi rassegnato ad aspettare “tempi migliori„, e si affidava che il pubblico non lo accuserebbe né di pigrizia né di indifferenza per le cose patrie, vedendolo limitare le sue premure al migliore andamento del Gabinetto e del Giornale agrario.
Egli però poteva bensí mostrarsi rassegnato ad aspettare tempi migliori; poteva bensí affermare che limiterebbe le sue premure al solo Giornale agrario e al suo Gabinetto: ma s'ingannava davvero. Gian Pietro Vieusseux non era capace di limitarsi a questo soltanto.
Non potendo egli avere un giornale proprio, sempre però continuava con tutti que' mezzi che naturalmente e abbondantemente gli fornivano il Gabinetto e le relazioni sue molte, ad essere utile alle lettere italiane co 'l favorire la diffusione degli altri buoni giornali, co 'l facilitare lo scambio di quelli del mezzogiorno con quelli dell'alta Italia, e con l'eccitare i molti scrittori a lui noti, a fare per le altre provincie della penisola quanto insieme con lui avevano fatto per la Toscana. Gli avevano tolta l'Antologia, gli avevano tutto negato; ma solo una cosa non gli potevano togliere: i saldi convincimenti e il fermo volere.
Il progresso delle scienze lettere ed arti, fondato[1334] nel '32 dal Ricciardi co 'l proposito[1335] (non nuovo per vero a chi abbia seguito la storia che dell'Antologia sono venuto facendo) di “esporre all'Italia i tesori d'ogni maniera che in questa e quella parte racchiudeva„, e di far sí che l'Italia “conoscesse alcunché di quel tanto a cui si poneva mano oltremonti e oltremare„; il Progresso traeva stentata la vita. Modesto confessava[1336] il Ricciardi mancare a lui l'esperienza del Vieusseux, e i molti collaboratori, e le vaste corrispondenze, e la censura tollerabile, e la posizione centrale di Firenze: e il fatto si è che il suo giornale a molti spiaceva, benché fosse opera, se non da reggere il confronto con l'Antologia, certo non disprezzabile. Il Tommaséo giudicava[1337] che in esso valevano le sole notizie statistiche; ma in quanto al resto, diceva: “stile o barbaro, o arcadico, peggio che barbaro; idee nessuna, calore nessuno, grazia nessuna„. E anche quando, carcerato il Ricciardi, successe nella direzione il Bianchini, al Guerrazzi quel giornale pareva[1338] composto di articoli alcuni pesanti, altri leggerissimi, senza autorità di materia, scritti con stile ostrogoto: pareva insomma “un progresso da funaioli„, ciò che indicava un tornare indietro.
Ma il Vieusseux, che sapeva quanto il far bene costi, e stimava quel giornale, non ristava dal cercare per esso collaboratori, e dal raccomandarlo in Italia e fuori. “Bisogna far tutto il possibile — scriveva[1339] al Tommaséo — perché il Progresso acquisti riputazione; bisogna che voi, Libri, Mamiani e Orioli mandiate materiali...„. Il che prova, tra le altre cose, come il Vieusseux, non potendo per sé, senza invidia si adoprasse per gli altri. Egli stimava un dovere giovare alla patria; solo questo cercava e voleva. Che importava a lui dunque, se altri giovasse meglio e di piú? Non potendo far altro, era lieto di aiutare perché altri facesse.
Oltre questa ragione principale, lo induceva a farsi aiutatore e divulgatore del Progresso, il vedere la guerra che que' di Modena gli avevano già mosso contro. Caduta l'Antologia, la Voce della Verità aveva preso di mira il giornale napolitano. Avendo infatti il Constitutionel asserito[1340] che, pubblicandosi in Napoli un giornale letterario, il Progresso, “compilato con molto ingegno da giovani scrittori liberali„, il Governo non aveva fatto uso di alcun mezzo violento per combatterlo, sebbene dal primo momento ne avesse compresa la tendenza; la Voce della Verità, co 'l sistema felicemente adottato per l'Antologia, commentava[1341]: “l'ufficio non è cattivo, e il Governo se ne terrà per ben avvertito„. Al quale proposito, Giuseppe Ricciardi assicurava[1342] al Vieusseux, “essersi riportate al Governo queste parole: “l'Opera periodica intitolata Il Progresso, altro non è che una succursale della Giovine Italia„„.
Il Vieusseux però, ben lungi dal limitare la sua attività al Giornale Agrario e al suo Gabinetto, veniva meno a' propositi espressi pubblicamente, non solo divulgando il Progresso e facendosi, com'egli diceva[1343], “intermediario tra Napoli e il nord della penisola„, ma in ben altro modo. Passati i brevi scoramenti del luglio, sentí rinascere in cuore le care speranze, e nel dicembre del '33 scriveva[1344] infatti al Sismondi, fiducioso che il Governo toscano verrebbe a sentimenti piú moderati verso di lui, e gli concederebbe ricominciare l'Antologia. E vagheggiava un periodico “assai piú importante„, trimestrale, in cui metterebbe a profitto la sua esperienza di tredici anni. Riflettendo meglio però, gli parve piú saggio consiglio compilare per il momento una Rassegna trimestrale, con gli articoli migliori attinti agli altri giornali; e nell'aprile del '34 presentò[1345] il progetto al padre Mauro Bernardini, che ne fece un rapporto favorevole. Il dí 8 di maggio, il Corsini, chiamato a Palazzo Vecchio il Vieusseux, gli disse parergli il progetto “buono in sé, ma che non sarebbe cosa decorosa per la Toscana il non fare un giornale che a spese degli altri, e che si direbbe i Toscani non sapere piú fare un articolo originale„. Ben lieto il Vieusseux replicò, che se il Governo volesse permettergli ricominciare un giornale originale, sarebbe cosa lusinghiera per lui, piú utile per la Toscana e nel tempo stesso piú decorosa. E il Corsini, fatta qualche lieve osservazione su 'l titolo di Rassegna, “rifletta — soggiunse — ponderi, veda ciò che si potrebbe fare. Ma poiché, dopo l'accaduto, un giornale nelle sue mani non dipende dalla sola censura, e sarebbe un affare di Governo, bisogna fare una memoria al Granduca„.
Vero è che in queste parole era una certa diffidenza: ma il Vieusseux non poté non ringraziare il Corsini de' suggerimenti che gli aprivano il cuore a “liete speranze„. Preparò dunque un nuovo Progetto e la Supplica[1346], da consegnarsi entrambi al granduca; e il 22 di maggio li portò egli stesso al Corsini. Nella supplica, dopo avere notato che in tutta la Toscana non esisteva un giornale letterario, se non solo quello di Pisa, diceva: “Circostanze difficili e di amara rimembranza portarono la soppressione dell'Antologia! oso lusingarmi però non mi fecero perdere la stima dell'I. e R. Governo. Si degni V. A. I. e R. obliando l'accaduto, non contemplar che l'avvenire, e lasciarmi l'onore e la consolazione di ricominciare un giornale in Firenze: mi permetta di esercitare una nobile industria acquistata con quindici anni di cure, di fatiche, di sagrificii; industria che procurava e procurerebbe un'altra volta mezzi di sussistenza a piú di 25 persone. Ho la coscienza di poter condurre decorosamente la progettata intrapresa senza tradire l'aspettativa dell'I. e R. Governo, e quella del pubblico. Io non voglio ingannare né V. A., cui dovrei di risorgere a nuova vita, né quel pubblico cui chiedo sussidii ed associati, né ingannar me medesimo cimentandomi in un'intrapresa che non potesse conseguire un esito onorevole e felice...„.
Il progetto a stampa, insieme con la supplica da presentarsi al granduca, era di una Rassegna italiana: diceva in esso, che il piano e l'andamento dell'Antologia potevano bensí migliorarsi, ma che il titolo istesso del giornale, essendo questo in tutto divenuto originale, non sarebbe piú giustificato; che, quasi tutti i giornali in Italia mostrandosi intenti a rivendicare le glorie e ad esporre i bisogni letterarî di sole quelle provincie in cui vedevano la luce, era suo pensiero creare un'opera, la quale, “prescindendo da qualunque affetto e preoccupazione municipale, fosse tanto franca e indipendente da potere, occorrendo, combatterle tutte; un'opera che con vero spirito filosofico sottoponesse a giudiziosa analisi le produzioni veramente importanti... e fosse, quanto piú sarebbe possibile, lo specchio veridico dello stato fisico, economico ed intellettuale dell'Italia...„.
Con “liete speranze„, e co 'l desiderio di ricominciare la sua vita operosa di direttore di giornale e l'opera rigeneratrice interrotta, il Vieusseux si volgeva al granduca: ma anche questa volta i suoi desiderî dovevano rimanere insodisfatti, e le sue speranze deluse. Recatosi[1347] il 10 di giugno dal Corsini per avere notizie del suo progetto, “Io non posso — si sentí dire seccamente da S. E. — io non posso proporre al Granduca di lasciar risorgere l'Antologia. Il Governo avendo soppresso questo giornale, non può permettere ch'egli ricomparisca alla luce„. Fece notare il Vieusseux aver egli “rinunziato al titolo di Antologia„: ma questa volta non errava il ministro, giudicando che “lo spirito del nuovo giornale sarebbe lo stesso„; non errava soggiungendo: “Ella vuole trattare di politica e dell'amministrazione di tutti i paesi d'Italia„. Invano il Vieusseux assicurò non aver egli manifestato l'intenzione di trattare politica e di amministrazione: il Corsini bene intendeva che l'ex direttore dell'Antologia avrebbe considerato le scienze e le lettere “principalmente per l'influenza che possono avere sul benessere e la felicità de' popoli, sulla loro amministrazione„. E il Vieusseux stesso, non ostante le sue proteste, troppo sinceramente gli confessava il suo pensiero, quando diceva: “rinunciando a riprendere il titolo del mio antico giornale, non rinuncio per ciò ad esser coerente con i miei antecedenti, ed a far sempre un giornale filosofico, un giornale dedicato al progresso, un giornale piú dedicato all'universale che ai soli pedanti„. Cosí che il Corsini coglieva proprio nel segno, quando affermava che “la Rassegna non sarebbe altro che l'Antologia perfezionata„. Ora, chiedere licenza di fondare un giornale filosofico, dedicato al progresso, chiedere licenza di restare sempre lo stesso Vieusseux di prima, coerente con i suoi antecedenti; era in verità pretendere un poco troppo dal prudente ministro! Questi poteva un'altra volta cadere in agguati su 'l genere di que' due famosi; potevano (Dio liberi) capitare nuovi rabbuffi... No, no, “simil cosa„ non era neppure da proporsi al granduca.