Il Canosa però non vide cacciato in esilio il Vieusseux: ma il Vieusseux ben potè senza superbia affermare[1377] che la guerra mossagli contro, era agli occhi degl'Italiani ben pensanti “un titolo di gloria„; ben potè con grande compiacimento vedere che la sua Antologia non aveva invano vissuto per dodici anni.

Tanta efficacia ebbe questa, e tanti ricordi di speranze e di propositi fermi e di carità patria compendiava il suo nome istesso, che volendosi in Abruzzo fondare un giornale co 'l titolo di Antologia abruzzese, il ministro della Polizia di Napoli vietò che gli si desse quel nome, e volle che si chiamasse Filologia Abruzzese[1378]. E dieci anni dopo soppressa l'Antologia, mentre la Voce della Verità aveva da poco miseramente finito i suoi giorni, un editore francese proponeva[1379] la traduzione del giornale fiorentino: della qual cosa il Vieusseux molto si compiaceva, scrivendo[1380] che un monumento elevato in Francia al giornale che era stato la grande impresa della sua vita, sarebbe una cosa ben onorevole a lui, e ben consolante per l'Italia. Ma non ristava egli, probo com'era, dal dire che non poteva mai consigliarne la traduzione completa, e che bisognava fare una scelta “ben severa„ degli articoli da stampare.

L'impresa non andò innanzi, è pur vero: ma il solo averla proposta non è senza grande significato.

Nel 1846, quando i cuori degl'Italiani cominciarono a palpitare piú forte, tentò il Vieusseux con le risorte speranze della patria far risorgere la sua Antologia: ma perché appunto in quell'anno il Pomba e il Predari, rendendo onore al giornale fiorentino, avevano creato in Torino l'Antologia italiana, il Vieusseux ripensò al titolo di Fenice; e con gli stessi sentimenti generosi di un tempo, chiedeva[1381] al Gioberti pe 'l nuovo giornale uno scritto a fine di far cessare con la sua voce autorevole tante “assurde persecuzioni„ contro gli ebrei. Con tanto amore si era accinto all'impresa, che non volle neppur assentire alle preghiere del Capponi, del Ridolfi e del Digny, e poi del Ricasoli, del Salvagnoli e del Lambruschini, che meditavano due giornali diversi. E persuase a' primi a offrire i loro scritti alla Patria; e si scusò[1382] co' secondi di non potere, quanto avrebbe voluto, aiutarli, dicendo che la “Fenice, come terreno neutro, in mezzo alle gare che potessero nascere tra le varie intraprese di fogli volanti, doveva cercare, bene inteso quanto comportassero i suoi principî, di attirare a sé i migliori fra gli scrittori dei detti giornali„.

Viepiú incoraggiato dalla legge granducale su la stampa, il 12 giugno del 1847 divulgò il Manifesto,[1383] nel quale tra l'altre cose ripeteva lo stesso pensiero costantemente espresso nell'Antologia: “la Fenice sarà un giornale italiano per ogni rispetto, cioè tale da comprendere, per quanto sarà possibile, gl'interessi di tutta la penisola„. Ma chiesta e avuta licenza[1384] dal consigliere Giuseppe Pauer, e già ottenuto buon numero di soscrittori e promesse di collaborazione da tutte le Provincie d'Italia, nuove e non prevedute difficoltà fecero fallire anche questa volta l'impresa. Appena nel regno Lombardo-Veneto fu conosciuto il manifesto del Vieusseux, bandirono contro la Fenice non nata ancora, decreto di proibizione: ciò che indicava sicura proibizione anche in Napoli, in Modena e in Parma. D'altra parte, l'importanza a cui salí la stampa politica e giornaliera, e l'essere da questa quasi interamente assorbita tutta la vita della nazione, fecero certo il Vieusseux, che il suo giornale, essenzialmente filosofico, scientifico e letterario, non avrebbe potuto sostenersi se non con gravissimi sacrifici. Per la qual cosa, il 20 gennaio del 1848 il Vieusseux mandò a' suoi amici una circolare[1385] con la quale, esprimendo il suo dolore vivissimo di rinunciare a tradurre in atto il suo disegno, diceva attendere “tempi piú propizî a imprese siffatte„.

Eppure, dopo tanta acerbità di dolori, dopo tanta amarezza di delusioni, il Vieusseux non rinunciava ancora alla speranza di ridare, quando che fosse, la vita al suo antico giornale: e anche in quella circolare, pur confessando che con vivissimo dispiacere doveva rinunciare a mandare ad effetto il suo disegno, diceva: “debbo rinunciare (almeno per ora)...„. Era però destino che il Vieusseux non potesse piú mai tradurre in atto la sua speranza!

Ma quando nel 1866, nella nuova capitale dell'Italia rinnovellata, si pensò a diffondere nuove cognizioni e principî, de' quali tutte le menti in vario grado partecipassero, scelse il Protonotari come lieto auspicio al suo giornale il titolo di Nuova Antologia; sentendo[1386] egli “l'obbligo di rannodare le tradizioni illustri ed intemerate dell'Antologia, e ravvivare altresí con tal nome gli onori e la gratitudine sempre dovuta alla memoria carissima de' suoi fondatori„.

Tale è la storia, e insieme la fortuna, del giornale fiorentino. Io quando penso che della vita di Gian Pietro Vieusseux buona parte è la vita dell'Antologia, e che la vita dell'Antologia è gran parte della vita intellettuale non solo toscana ma italiana in que' dodici anni; quando penso le laboriose non interrotte battaglie che il Vieusseux ebbe da sostenere, e le continue sue aspirazioni al bene; e considero il molto che in tanta avversità di tempi volle e seppe fare co 'l suo giornale per questa terra da lui con elezione pensata scelta per patria; non so trovare elogio migliore di questo, che gli faceva[1387] Pietro Giordani: “oh buon Vieusseux, quanta gratitudine meritate da tutta Italia!„

DOCUMENTI

Appendice I (pag. 52).