Se la difesa fatta dal Tommaséo piacque al Capponi, imaginate con che cuore il Vieusseux la lesse, e con che gratitudine viva ne ringraziò[1361] il suo “buon amico„. Corse dal Padre Mauro, chiedendo di poterla moltiplicare con la stampa fiorentina, ma sotto data di Parigi: e benché dubitasse che la sua domanda venisse accolta, con vero compiacimento però diceva al Tommaséo aver posto in lettura nel Gabinetto una copia dell'opuscolo, e che lo stesso segretario Fabbroni, avutane conoscenza, aveva esclamato: a questo scritto non si risponde.
Non s'ingannava il Vieusseux, credendo che il Governo toscano non assentirebbe alla sua dimanda: il 19 di maggio del '35 il censore Padre Mauro, facendo in una nota[1362] le sue “osservazioni rispettose„ allo scritto del Tommaséo, diceva parergli “foggiato con modi di prestigio e di seduzione„, e quel che è peggio, che mentre con esso si voleva sostenere la rettitudine delle intenzioni del Vieusseux, e mettere in dispregio la gazzetta modenese, indirettamente la difesa del Vieusseux tornava “ad offesa e condanna del Governo che volle soppressa l'Antologia„. Considerato anche, essere il nome istesso del Tommaséo tale da “inspirare gran diffidenza,„ giudicava lo scritto “periglioso„ e “affatto riprovevole„. Parvero sagge al Governo toscano le osservazioni del Censore, e lo scritto non fu lasciato ristampare.
Come il Vieusseux non s'ingannava, dubitando che gli accorderebbero il permesso richiesto, cosí non s'ingannava neppure il Tommaséo, pensando che la Voce non tacerebbe. I redattori stamparono[1363] infatti, com'egli desiderava, lo scritto suo: ma secondo il costume usato, vi aggiunsero assai note; nelle quali, dopo scagliatisi indegnamente contro le scuole gratuite fondate dall'Aporti e dal Lambruschini, chiamavano il Tommaséo “l'Astolfo dei novelli paladini di Francia„, e si dolevano che anch'egli si fosse “posto in partecipanza di delitti e di rimorsi„. Soscriveva l'articolo Cesare Carlo Galvani: ma non egli certo ne era l'autore. Francesco Longhena, scrivendo[1364] nel '41 al Vieusseux, riporta un brano di lettera, a lui diretta dal Tommaséo, il quale gli diceva: “quelle postille sono sottoscritte da un Galvani; ma taluno mi accertò essere stato il Parenti che le distese: l'appurar questo fatto sarà difficile: il Parenti è putta scodata„. Nel '35 però, convinto il Tommaséo che il Galvani fosse l'autore, scrisse[1365] una fierissima lettera contro di lui al prof. Parenti, perché con la sua autorità mettesse vergogna e al direttore e a' compilatori del foglio modenese. Se non che, il principe di Canosa affermò[1366] che “chi pettinò cosí bene la magistrale parrucca del signor Tommaséo„, non fu il Parenti, che “non si mescolò in quella contesa„, ma “un giovine redattore del foglio, il signor Veratti„, che aveva in quel tempo, soli ventidue anni.
Come che sia questa faccenda, ben piú curiosa è una lettera a stampa, che il 20 maggio del '35 il Bali Cosimo Andrea Sanminiatelli “senza timore né di veleni né di stili,„ indirizzava[1367] al Tommaséo. “Dunque — incominciava — bestialissimo, barbarissimo, bugiardissimo, villanissimo signor Niccolò Tommaséo, il Principe Don Antonio Capece Minutolo Principe di Canosa ecc. ecc. è un villano, cacciato di Napoli e della Toscana come uomo stolidamente torbido e vituperevolmente irrequieto? Cosí voi, volgo non dei pensanti ma della canaglia settaria, sentina non del Cristianesimo ma del sansimonianismo, e feccia non del fiele ma delle cloache tutte dell'universo mondo, lo qualificate in una vostra delirantissima ed infernalissima stampa contro l'immortal gazzetta dell'Italia Centrale La Voce della Verità„. E di questo tono difendeva la Voce (“unico giornale che polemicamente conservi, ed intrinsecamente difenda, vendichi e tuteli l'onore d'Italia presso le presenti e future generazioni„), la Voce ch'egli, Tommaséo, aveva “lacerata e vilipesa... seppure — aggiungeva — le vostre parole, che valutiamo meno dei beli del somaro e del porco, possono offendere„. Difendeva principalmente il Canosa, “l'uomo sommo in Italia dei tempi moderni,„ il “martire della legittimità e della fedeltà„. E ad ogni periodo incalza, come un ritornello, “Niccolò Tommaséo bestialissimo„ o “piú che bestialissimo„, perch'egli si era dichiarato “protettore e propugnatore del pestifero, farisaico, buffonesco giornale dell'Antologia di Firenze, di quella Antologia, che attraverso la sua innocenza battesimale pretesa, non poté non eccitare per la soppressione le provvide, illuminate determinazioni del Governo toscano, sebbene indulgentissimo„.
Alla lettera del Sanminiatelli, e insieme alle postille della Voce della Verità, rispose con un secondo opuscolo[1368] il Tommaséo; non per sé, ma per difendere la pace di un onest'uomo, a lui caro. E dopo avere notato che con risposta lunga quasi tre volte piú dello scritto suo, non sapessero pur uno de' suoi argomenti ribattere davvero, diceva: “chi loro non garba, paragonano al ladro, al tagliaborse, all'assassino; e gli danno lo stilo, il coltello, il pugnale, il nappo del tossico.... e lo chiamano a partecipanza (nuove voci bisognano alla nuova stoltezza) a partecipanza lo chiamano di non so che rimorsi e delitti. E chi queste cose scrive, e si lagna d'essere vituperato, e parla di pantano, e di sozzura e di mondezzaio, ha nome di Cesare Carlo Galvani. I' lo compiango, non l'odio„.
Si proponeva il Tommaséo, per “carità dell'Italia„, non scendere piú oltre a risposta: ma que' della Voce, tenacemente fedeli al proposito di notare tutti que' fatti, che tanto (dicevano essi) davano impaccio al Tommaséo, finché la penna non avesse loro “logorate le polpastrella delle dita„; replicavano[1369] ancora per dire che, viaggiando il Vieusseux la maremma senese, egli “con una suggestione in tutto simile a quella di cui usò Satanasso...„ esortava una madre di famiglia ad educare i suoi figli secondo le sue “capziose norme„, promettendo a quella madre, per farla cadere nel laccio, “un nome distinto nella istoria, relazioni coi letterati piú cospicui, ed altre scipitezze di simil genere„. E in un altro lunghissimo articolo[1370], ripetuto ancora che gli antologisti con le loro dottrine sovvertivano i popoli, congiuravano perpetuamente contro l'altare e i troni, proclamavano la democrazia e l'insurrezione, minacciavano tutti i Governi in Italia stabiliti; dicevano: “Quanto è curioso il vedere il Tommaséo arrovellarsi in due successivi libelli per iscuotere il peso della schietta e franca parola che lo scotta, lo punge, lo avviluppa da ogni lato..... E voi sapete, Sig. Direttore, quanto abbiamo riso insieme di quei ridicolissimi foglietti, e riso di gran gusto, come al piú comico spettacolo, e quanta festa facciamo di cuore quando la posta ci trasmette di sí squisiti regali, che ce ne piovano spesso, e di ben indiavolati e disperatissimi„.
Che ridessero non so: ma che gli argomenti del Tommaséo non fossero veramente “sofismi„, com'essi dicevano, da far “compassione„, potrebbe assai bene mostrarlo il fatto, che al Canosa parve necessaria una nuova risposta.[1371] Porgendo in essa al bali Sanminiatelli i sensi della sua “piú sincera e devota gratitudine„ per la difesa fattagli, discendeva anch'egli nell'arena per misurarsi con “quell'arrabbiato paladino della rivoluzione„; e vi parlava della “già putrefatta e fetida Antologia„, e del “volgare sofista„ Tommaséo, a cui il Galvani aveva fatta “esalare la vita„, e del quale il bali Sanminiatelli aveva sepolto “il fetido cadavere„. Siamo in un cimitero! Ma in quell'opuscolo, tutto scritto per glorificare sé stesso, non solo accusava e il Vieusseux e l'Antologia e il Tommaséo o Mardocheo (cosí talvolta lo chiama), ma tutto e tutti: il Mazzini, ad esempio, e il Colletta, il quale è chiamato “spia, traditore, giudice ingiusto e sanguinario„; e quasi ciò non bastasse, anche “ladro„. Tanto, in una parola, è velenoso questo scritto, che da Modena l'assessore regale del ministero del Buon Governo, Girolamo Riccini, (in esso scritto particolarmente preso di mira perché aveva bandito il Canosa dagli Stati di Francesco IV) scriveva[1372] alla presidenza del Governo Toscano, che non potendo da per tutto essere noto come “il torbido ed irrequieto principe di Canosa„ avesse stampato contro il Tommaséo, un “libro in gran parte calunnioso e pieno di veleno contro i sovrani legittimi„, mandava quattro copie dell'articolo della Voce della Verità, firmato Imparzialità, che serviva di “confutazione alle imposture recate dal libro anzidetto„; le mandava perché anche in Firenze fosse pienamente conosciuto il “pernicioso autore di quel libello„.[1373]
Non senza un poco di meraviglia il lettore dimanderà a questo punto come mai, pur dopo soppressa l'Antologia, cosí brutale durasse la guerra contro il Vieusseux. Ma la sua meraviglia cadrà del tutto, quando ripensi che la morte del giornale anzi che sciogliere aveva forse viepiú rafforzati quei vincoli che legavano al Vieusseux gli scrittori, e gli scrittori tra loro; quando ripensi che il gabinetto letterario e la casa del Vieusseux erano sempre, rispetto a' desiderî e alle speranze politiche, un centro potentissimo di attrazione da un lato, e di diffusione dall'altro; quando ripensi che il Vieusseux era un editore intelligente e operoso, e che restava sempre, come prima, una vera potenza, un secondo granduca.
Queste sono le cause vere per cui la guerra senza tregua si rinnovava: e ben chiaro i compilatori della Voce lo dissero. Dissero[1374]: “se al cadere dell'Antologia il suo direttore fossesi ritirato in quell'ozio cui sarebbe mestieri forzarlo, noi ci saremmo guardati per sempre di riaprire la tomba del morto giornale per non riprodurne il puzzo; ma finché costui e nel suo Gabinetto scientifico letterario, e in nuove produzioni per opera sua diffuse, prosegue le tenebrose sue mene, noi grideremo, e grideremo senza cessare„.
Senza la sua Antologia, e senza speranza di poter ridare la vita a questa o ad altro nuovo giornale, con ogni mezzo il Vieusseux continuava l'opera rigeneratrice: e le parole iraconde della Voce suonano onorevoli a lui piú che qualunque elogio. Per costringerlo all'ozio, all'ozio ch'egli aborriva, avrebbero volentieri ricorso[1375] “a tutti i mezzi di materiale coercizione„; per lo meno, all'esilio. E infatti il Canosa scriveva, a questo proposito, parole che sono splendida prova e di quel pio desiderio, e insieme dell'efficacia che ebbe il Vieusseux e la sua Antologia; scriveva[1376]: “In Firenze quell'improvviso sfratto di forestieri buoni e cattivi fu un rimedio efficace quanto il mercurio nel mal francese. I Toscani e i Romani devono riguardarsi come altrettanti aggettivi in materia di rivoluzioni. Ora i sostantivi sono i forestieri, quei birbanti che hanno moralmente e politicamente rovinato la nostra Italia, rovinata la gioventú. Cosa erano i Toscani nel 1815, quando io ci passai? Ottimi cattolici, adoratori dell'egualmente ottimo di loro sovrano. Aprirono le locande a canaglia fuoruscita dei diversi paesi, e quei furfanti accomodarono in guisa la povera Toscana, che piú non la conobbi nel 1822 e nel 1830... Approposito come va che, tutti i forestieri cacciati, è rimasto il signor Vieusseux!!! Regolarmente per mantenere l'equilibrio!„.