Appendice XX (pag. 364).
Giudizio del R. Censore Padre Mauro Bernardini su l'opuscolo di Niccolò Tommaséo.
“Nota. 19 maggio 1835.
Osservazioni rispettose dettatami dalla lettura.
G. P. Vieusseux si è presentato al Dipartimento per rassegnare al Signor Presidente l'inserto esemplare, uno dei pochi che ha detto essergli pervenuti da Parigi, di uno scritto del Tommaséo stampato in quella Capitale. È questa una filippica contro la gazzetta di Modena La Voce della Verità, che morse già acremente l'editore della soppressa Antologia, ed è per lui l'orazione pro domo sua. Vieusseux mi è parso, e si è tale mostrato, vago assai di questo scritto, col quale sente propugnata e difesa la sua causa dagli attacchi della Voce della Verità, e nel sentimento della sodisfazione, che ne prova, ha espresso il desiderio e l'idea di farne fare una ristampa con data estera, cioè coll'istessa data di Parigi. Ma se la Voce della Verità ha (ed è pur troppo vero) cosí pochi riguardi per gli individui e per i Governi talvolta, se a mano rovescia taglia e fiede, è vero ancora che qualche volta dà nel segno, e impreca contro reputazioni e contro nomi già in discredito presso la massa dei buoni, e dei non malignanti, ed il suo scopo è quello in sostanza di disingannare i sedotti, e di preservare dall'inganno delle dominanti avvelenatrici dottrine gli innocenti, e i meno accorti. Lo scritto che cade sott'occhio, è foggiato con modi di prestigio e di seduzione, e mentre con esso vuole sostenersi la rettitudine delle intenzioni del già editore della Antologia e mettersi nel medesimo disprezzo la Gazzetta Modenese, parmi (almeno per l'impressione che ora ne provo se la meschinità del mio giudizio non mi fa travedere) che indirettamente si trova la difesa del Vieusseux ad offesa e condanna del Governo che volle soppressa l'Antologia. Per questo si citano dei nomi rispettabili, e parte dei quali invulnerati presso qualunque opinione, i cui scritti figurano già nel Giornale. Può essere che io erri, ma lo scritto del Tommaséo, nome da inspirare gran diffidenza per le conosciute sue massime novatrici in fatto di politica e di Religione, è da tenersi per periglioso, e quindi da vietarne la circolazione. È un abuso poi insopportabile quello che egli si permette delle Dottrine Evangeliche e dei tratti presi dai libri santi, e il vedersi citati gli Apostoli, e gli Evangelisti al pari degli scrittori profani, lo che spiega se non altro la minore venerazione religiosa dei banditori della Rivelazione Divina presi alla pari delli scrittori di politica, e dei filosofi. Come entrano le Verità auguste del Vangelo e degli Atti Apostolici in queste diatribe pseudo-morali fatte a sfogo di bile liberalesca, in uno scritto di domma ridondante di contumelie e di sarcasmi? La cosa è indegna, come è indegno non meno l'abuso che vi si fa dei nomi di molti dai sovrani Regnanti ed alcuni defunti. Lo scritto mi pare perciò affatto riprovevole.
Bernardini„.
Appendice XXI (pag. 365).
Lettera di Niccolò Tommaséo a Marcantonio Parenti.
“A Lei, moderato e onest'uomo, invio questo scritto nel quale s'accennano le menzogne di gente divorata da zelo crudele; e non tutte. Di chi sieno i vituperî, gli uomini probi diranno. Ella, prego, dica a costoro come chiamare infernale ogni cosa che loro non paia lodevole, sia peggio che farisaica arroganza; come ripetere menzogna smentita, sia stoltezza ancor piú che fallo: dica che la certa scienza e pazienza (come goffamente il Galvani dice) del Vieusseux nelle ciancie del Maroncelli è bugia: dica che i modi usati da costui per accennare ad un uom carcerato, foss'ancora parricida, son modi di boia e non di cristiano: dica che chiamare congiura l'Antologia, foss'anco rea delle colpe appostele, è abuso di nomi ridicolo: dica che il puzzo, il fetore, la sozzura, modi in cui quel Galvani s'avvoltola, mostrano chi egli sia: dica che piú illustri nomi e piú gravi onorarono l'Antologia che la Voce: dica che non curarsi di sapere de' fatti che possono scolpare l'uom piú reo della terra, è indegno d'accusatori, proprio di delatori: dica che gridare perché altri diffonde scritti in Italia permessi, e denunziarlo, e tremare di lui, è imbecillità, inumanità, codardia: dica che a quel miserabile io non ho dato diritto di stimar falsa la mia fede in Dio e in G. Cristo: dica che a parte alcuna i' non servo, alcuna parte non temo; che per la religione e per la verità saprò vincere e patire e morire: ch'io cito il Galvani non al giudizio di Dio (non sono tanto santo né tanto malvagio da invocare sul capo d'uomo nessuno la divina vendetta), lo cito innanzi alla sua coscienza: dica da ultimo che se la Voce nella sua rabbia persiste avrà in me non un nemico ma un giudice che in capo all'anno, al semestre, al trimestre, saprà mostrare all'Italia chi son costoro che portan l'odio nel nome di Dio.[1409]
Queste parole a lei rivolgo, Signore, perché la stimo; perché credo l'autorità sua valevole a mettere vergogna in costoro; perché il loro stato mi fa non paura e non ira, ma compassione e ribrezzo.
Parigi, 4 giugno 1835.