Nel salone dei Giardini Pubblici, ove aveva finito di parlare Cavallotti sulle elezioni generali, non appena il redattore capo del Fascio si permise di domandare la parola, si sentirono voci spaventevoli.

—Fuori le spie! fuori le spie!

Chi erano le spie? I redattori del Fascio. Ma l'indiziato era
Costantino Lazzari. Tanto è vero che nel questionario, che invitava
Cavallotti a dare «risposte categoriche in nome della verità e della
giustizia», c'era questa interrogazione:

—È giusto paragonare il compagno Lazzari ad un agente di polizia?

Cavallotti non volle mai smentire l'accusa e non volle mai dire pubblicamente su quale documento era basata. Ma tutti gli amici dell'autore di Anticaglie sapevano e sanno che l'accusa era basata su una ricevuta di cinquecento lire, firmata da Costantino Lazzari, nelle mani di Nicotera, ministro dell'interno. Chiunque di noi l'avesse veduta senza cercare altro, non avrebbe potuto venire ad altra conclusione. Cioè che Costantino Lazzari non aveva schifo dei fondi segreti. Ma la cosa non è così. E ne parlo appunto per distruggere una calunnia che perseguita Lazzari da parecchi anni. Non lo si può dire prudente, questo no. Prendere del danaro per un partito senza domandare da che parte venga, con la scusa che il denaro non ha «odore», è un po' arrischiato. Ma in verità Costantino Lazzari entrò come un sorcio nella trappola. Non sapeva del tranello. Gli si esibirono cinquecento lire per il partito in un momento elettorale, le prese, e le consegnò intatte al partito senza curarsi d'altro. Un fatto consimile è avvenuto tra i socialisti di Londra. I tories diedero parecchie centinaia di sterline a un leader socialista per moltiplicare le candidature socialiste tra il candidato tory e il candidato liberale. Il giuoco era che col terzo candidato i liberali avrebbero perduto i voti che venivano dati ai socialisti e quindi qua e là dei collegi. Si gridò al tory money, come qui si gridò alla spia. Ma il leader inglese e il leader italiano poterono salvarsi mostrando, come Walpole, le mani pulite.

Dopo questo fatto il Fascio Operaio—del quale parlo perchè è come parlare di Costantino Lazzari—e il partito operaio subirono le violenze prefettizie e passarono attraverso un uragano indemoniato. Il Comitato Centrale del partito operaio italiano venne sciolto, il Fascio Operaio sospeso e la redazione intiera messa sotto chiave al Cellulare per ottanta giorni. I condannati furono cinque, tra i quali Costantino Lazzari, a tre mesi di carcere e a trecento lire di multa.

E il Fascio Operaio risorse, dicendo che «il socialismo è un gigante che nessuna forza può vincere».

In Costantino Lazzari è rimasta l'avversione del Fascio Operaio per gli «intrusi». Un socialista dottore o avvocato o scrittore o ingegnere o architetto gli fa torcere il viso dall'altra parte. Ha per tutti costoro un'antipatia invincibile. Li chiama i socialisti dal panciotto bianco o i socialisti dal gilé de gess.

Si dice che la gratitudine non sia il suo forte. Ma è indubitato ch'egli, giovanissimo, si è dato la briga di soccorrere la sua famiglia povera, e di mantenere alle scuole di Milano una sua sorella e un suo fratello.

Ha rinunciato alla carriera commerciale per dedicarsi completamente al socialismo. Ma le vicissitudini dell'esistenza tribolata gli hanno fatto riprendere la via di prima. Egli è ora commesso viaggiatore. È stato in prigione più di una volta. Ma i giorni di Finalborgo gli sono ancora sullo stomaco. Perchè il Lazzari si considera il povero Fornaretto del processo dei giornalisti. Egli era nell'Umbria ed è andato in galera per i tumulti di Milano!