Ha un'istruzione tumultuaria, è un conferenziere improvvisatore, ha una tendenza sentita verso la misantropia, ed è disgustato degli uomini e della vita.

Se dovessi riassumere Lazzari, direi, con Tommaso Grossi, ch'egli è un «orso mal leccato».

__Si muore di fame.__

Per ricordarmi di queste giornate negre, ammucchiavo le mie impressioni sui margini, sui frontispizi e sotto e sopra gli indici dei libri. Mi servivo di un moncone di lapis che tenevo nascosto tra il dorso e la legatura di un volume, il quale rimaneva con me giorno e notte. I libri che giovano di più al prigioniero sono quelli che offrono più spazio.

Quelli che hanno cinque o sei pagine bianche prima di arrivare alla prefazione, che incominciano e finiscono i capitoli con dei vuoti preziosi, che sono stampati in modo da lasciarvi una linea tra una riga e l'altra e che terminano in fondo col lusso della entratura. A me, per esempio, sono stati di grande giovamento la grammatica tedesca del dottor Friedmann e le Ascensioni Umane del Fogazzaro. Mi hanno permesso di scrivere un volume su ciascun volume. Se dovessi ritornare in prigione e qualcuno volesse regalarmi qualche libro, non dimentichi di dare un'occhiata agli spazi.

Copio, o meglio completo i periodi coi riempitivi che lasciavo fuori per economia.

«Il periodo della fame venne inaugurato stamane, sei settembre. Se lo avessi saputo prima, ieri sera mi sarei imbottito con un pranzo luculliano. Non si è mai contenti. Era una giornata che ci aspettavamo di minuto in minuto, ed ora che è giunta troviamo che è giunta troppo presto. Io poi, che non ho tanti denari da spendere, non dovrei tormentarmi con queste seccature di gola. Tanto più che mi rincresce di stare a tavola cogli amici, che non sono capaci di mangiare in santa pace il loro pranzo, senza costringermi, con la massima gentilezza, ad assaggiare un po' di questa o di quella pietanza. Adesso siamo pari. La nostra mensa è diventata la mensa degli uguali.

«Che cani! Ci hanno portato via penne, calamai e lapis. Sono venuti a prendere i libri per registrarli. Ho domandato il permesso di scrivere una lettera per comunicare agli amici l'avvenimento, ma mi si è detto che il regolamento non mi autorizza a scriverne che una al mese. Chiesi, che è alla reclusione, non può scriverne che una ogni tre. A proposito, egli è alla reclusione, e rimane con noi. Dunque non c'è differenza che nelle spese e nelle lettere. Lui può spendere venticinque centesimi e noi, alla detenzione, trentacinque.

«Non riuscirete mai, signori aguzzini, a farmi capire l'utilità sociale di impedirci di scrivere per tenerci qui a guardarci l'un l'altro. Seguitiamo a chiacchierare sulla dieta. Nessuno ha paura. Se non sono morti quelli con la catena che la subiscono da anni senza migliorarla col sopravitto, vuol dire che non si muore.

«Le latrine sono indecenze primitive. Mi sono messo con la faccia alla ferriata della prima finestra e sono stato lì per recere. Sotto, nel cortile, è un mastellone nascosto da un murello a curva, che lascia venir su una puzza velenosa. È il mastellone dei condannati addetti ai lavori domestici. Il direttore di questa casa di pena deve avere l'olfatto molto ottuso. In tutto il penitenziario non c'è una latrina. Ciascuno fa i suoi bisogni come in un bosco. Peggio che in un bosco. Perchè qui non potete alzarvi e andarvene via. Qui vi si lascia il mastellone che riceve il materiale di tutta la camerata tutto il giorno e tutta la notte. Non lo vuotano che alla mattina e nel pomeriggio. Noi, per fortuna, non siamo che in sette. Immaginatevi il fetore costante di una camerata di settanta o ottanta individui! C'è però un guaio anche nella nostra. In alto alla parete sono due finestrucole che comunicano con una camerata piena di reclusi. Di notte e di giorno riceviamo la loro atmosfera appestata e siamo condannati a sentirli trullare come maiali!