«Non è la prima volta che mangio la pagnotta, ma era un pezzo che non la sbocconcellavo. Me la hanno portata e mi sono ricordato degli ultimi tozzi di pane bianco che ho dato al recluso che ci porta il barile dell'acqua. Come sarebbero buoni, adesso! In un reclusorio non mi aspetto il pane di fantasia. Ma certamente mi aspetterei un pane migliore di questo. I cavalli ne mangiano del più buono. Le nostre sono pagnotte di mollica ammassicciata. Non è la mollica pastosa, duttile, allungabile, come quella del pane dei signori. È una mollica friabile, di un colore brunastro e di un sapore sciapito.

«Ho sempre sentito dire che la crosta solida è un indizio della bontà del pane; Dev'essere abbondante, fitta, resistente, cotta bene. Questa è molle, sottile, che si stacca senza fatica, che ritiene la ditata non appena la premete leggermente. Ha un colore tra il rosso-bruno e il giallo-dorato.

«Fanno sul serio. È cessata anche la pulizia domestica. Prima ci facevano scopare la camerata e lavare la gamella dai galeotti. Adesso ci si è detto che la cuccagna è finita. Benissimo. Non marciremo neanche per questo. Il male è che con la minestra condita d'olio la latta rimane unta. Senza acqua calda ci ungiamo come guatteri e ce le laviamo male. Ciascuno di noi si è scelta la giornata di pulizia. Lunedì Lazzari, martedì Federici, mercoledì Valera, giovedì Chiesi, venerdì Ghiglione, sabato don Davide, domenica Suzzani. È un movimento igienico. Si puliscono e si mettono a posto i tavoli e si scopa due volte il giorno. I più volonterosi e i più abili sono indubbiamente Lazzari e Federici. Entrambi scopano adagio, passano l'arnese sotto le brande, si fermano a far uscire i crostini dalle commessure tra mattone e mattone e tra pietra e pietra e si tirano a dietro il materiale fino in fondo, senza lasciare per la via polvere e briciole. Scopa bene anche don Davide, ma non con la diligenza degli altri due. Se al sabato si dimentica del suo turno, il Chiesi, gli grida subito alle spalle:

«—Non più privilegi e non più privilegiati!

«Il Ghiglione, campagnolo, scopa male, lo fa di mala voglia e pulisce i tavoli come un uomo che si senta umiliato.

«La direzione di qualunque casa penale vende ogni mese la Rivista di discipline carcerarie, diretta dal Beltrani-Scalia, direttore delle carceri (ora, come si sa, ha preso il suo posto il Canevelli). Lo scopo della rivista è pio. È di assistere con delle sottoscrizioni i figliuoli derelitti dei condannati. Una cosa la quale vi suggerisce che la società punisce più i figli che i genitori. Perchè mette sotto chiave i secondi e lascia sulla strada i primi.

«Le ultime pagine sono occupate dal movimento dei liberati dagli stabilimenti penali durante il mese. In agosto hanno lasciato uscire 54 uomini e 6 donne per grazia sovrana, 299 uomini e 12 donne per indulto e 31 maschi e 2 femmine condizionalmente.

«La tabella dei liberati condizionalmente prova che l'Italia è più crudele d'ogni altra nazione. L'Inghilterra, punto tenera pei suoi delinquenti, dà loro modo, colla buona condotta e col lavoro persistente, di guadagnarsi tre mesi su ogni anno. Conquistandosi il numero fisso di marchette, il condannato, poniamo, a sei anni, è sicuro di non rimanere in carcere che quattro anni e mezzo. Il nostro sistema non assicura nulla al condannato e premia la condotta incensurata con una lesineria che fa piangere. Deduce, su per giù, da un anno a un anno e mezzo per ogni dieci anni di galera!

«Ne scelgo uno. N. A., di Napoli, contadino, condannato a dodici anni, è uscito a 37 anni, dopo avere scontato una pena di undici anni ed un mese!

«Nella stessa tabella si nota che la donna subisce gli stessi rigori. A. L., di Palermo, entrata nella casa di pena a 38 anni, con una condanna di vent'anni per omicidio, è uscita dopo una pena di diciotto di lavori forzati. Che tigri!