—Mi restò il manico in mano.
Mi entrò negli occhi come per precipitarsi negli abissi della mia coscienza e risalirne con la bugia in mano.
—Andate! mi disse.
Ho saputo dopo che ero stato condannato a pagarla. Non sono i venti o i trenta centesimi che mi fanno sprecare l'inchiostro. Ma io domando se è giustizia di farmi pagare un chiccherotto che mi si è dato slabbrato e pieno di crepe e che aveva servito a chi sa quanti detenuti. Vi pare, o signor direttore, è giusto che un poveraccio sconti col digiuno un avvenimento che può avvenire a voi, alle vostre figlie, alla vostra signora, alla vostra serva, a tutti coloro che bevono?
Mi tocca proprio dare dell'animale all'avvocato Guglielmo Gambarotta. È qui nel mio raggio, sullo stesso piano, ha la cella piena di volumi, mi ha lasciato supporre che mi avrebbe fatto fare un'indigestione di libri e poi mi tiene qui a penare e ad aspettarli ad ogni piede che passa! Che la guardia non abbia voluto prenderli? Ma e la «colomba», non ha ancora imparato a «colombare»?
Non ho ancora finito di scrivere l'interrogazione che sono stato chiamato alla spia da una voce sconosciuta.
—L'avvocato Gambarotta è uscito. Lo saluta.
—Chi siete?
Nessuna risposta. La sua uscita mi lasciò fantasticare. Che si sia incominciata la scarcerazione degli innocenti?
Il passeggio è monotono. È come un'altra cella scoperchiata. Il gruppo dei passeggi è di venti raggi che fanno capo a una rotonda di mattoni, circondata di pietre, sull'alto della quale è la guardia seduta che sorveglia i detenuti. In direzione opposta i raggi si slargano fino a far posto a una filata di otto uomini, l'uno al gomito dell'altro. Il cancello dalla parte più larga del passeggio ha un lastrone di ferro che impedisce di vedere il viso di chi passa. I muri divisori sono alti quattro metri, così che i passeggiatori di un passeggio non possono vedere, nè capire quello che dicono, i passeggiatori di un altro.