Mi è rimasto in mano il manico del chiccherotto e la terraglia è andata in frantumi. È come se avessi rotto un caraffa di cristallo finissimo. C'è tutto il Cellulare sottosopra.

Il secondino di servizio guardò i cocci con aria di sospetto, fece un'annotazione e richiuse l'uscio. Rividi lo stesso agente con un sottocapo, il quale entrò a dare un'occhiatina ai frantumi.

—Come avete fatto a romperla?

—Cadde. Me ne faccia dare un'altra a mie spese.

—Uhm!

Stamattina sono stato chiamato ad «udienza». Tra le sette e le otto il direttore viene al centro della carcere, va in una stanza che partecipa della rotonda lambita dagli esagoni e dà «udienza».

Coloro che si sono fatti iscrivere e coloro che sono stati iscritti a loro insaputa, escono dalla cella al suono della campana che chiama a «udienza», discendono e si fermano sulla punta del raggio, dove aspettano che Minosse vada in sedia.

È una mezz'ora che l'ho veduto.

Il direttore era seduto a un tavolo di cucina, con la faccia sullo sfogliazzo e le braccia sul tavolo come pesi in riposo. Con una mano faceva dei segni rossi in margine al nome e con l'altra andava alla ricerca della pagina.

—Come avete fatto a romperla?