Seneci fece loro la raccomandazione del fazzoletto. Romussi ci raccontò che gli agenti erano andati al Secolo a perquisire la redazione, a far scomporre il giornale e ad arrestare tutti i redattori che vi si trovavano. Non vi hanno trovato che il direttore ed un redattore. Negli uffici vi erano parecchie persone, come l'Antongini e il Missori. Ma nessuno di loro venne arrestato. L'episodio storico dell'arresto del direttore del Secolo fu quello della sedia.

Romussi era al suo tavolo che scriveva non so più che cosa sulle ultime notizie. Il delegato, col codazzo dei questurini in borghese, gli annunciò la perquisizione e credo anche la sospensione del giornale. Romussi disse qualche parola sulla libertà di stampa e lasciò che l'uomo di questura andasse a mettere sottosopra il suo cassetto e a rovistare le carte del tavolo unito a quello di lavoro. Per la maledetta abitudine di Romussi di accumulare i manoscritti gli uni sopra gli altri per un anno di seguito, gli sequestrarono un numero infinito di carte e di lettere, non poche delle quali dovevano essere di Cavallotti. Suggellati i pacchi e fatto il verbale di sequestro, Romussi e Girardi vennero invitati in questura. Romussi, prima d'andarsene, voleva scrivere due righe non so se alla moglie o ai colleghi. Prima di sedere buttò via la penna con la quale aveva scritto il delegato, diede un calcio alla sedia, sulla quale era stato seduto e ordinò al portiere di portarla via subito e di bruciarla.

—Portamene un'altra e dammi un'altra penna.

Alla mattina ci svegliammo con le ossa rotte. Avevamo sulla faccia il colore di una notte trambasciata. Ci eravamo coricati sul tavolazzo, vestiti come eravamo entrati, e lungo la notte il sonno ci era stato interrotto centinaia di volte. Dal fracasso degli usci che si aprivano e si chiudevano, dal trambusto, nel cortile, dei soldati che pareva arrivassero ogni quarto d'ora, dai piedi che tumultuavano sotto il portico e dalle voci che giungevano a noi come di gente ammutinata.

Verso le dieci antimeridiane il delegato Eula ci annunciò che era giunto l'ordine della traduzione al cellulare. Venimmo chiamati a due a due, e a due a due venimmo legati, polso a polso, con una catenella, da un maresciallo dei carabinieri alto e spalluto. Eravamo così appaiati: Valentini e Chiesi, Seneci e Federici, Cermenati e Romussi, De Andreis e Girardi. Uscimmo ed entrammo in una folla di circa ottanta arrestati.

Il balcone del palazzo di questura era gremito di altri monturati con alcuni borghesi. Non posso dire se vi era Bava Beccaris, perchè non lo avevo mai visto neppure sulla fotografia. C'era certamente il questore. Un uomo magrettino che ha l'aria di essere gobbo. I grandi gallonati parlavano tra loro e gli uni ci additavano agli altri col dito puntato verso noi.

Prima che il convoglio si mettesse in moto, il delegato Birondi disse a tutti:

—Non salutino alcuno e non parlino, perchè ho ordini severissimi.

Eravamo tutti a piedi, circondati dai carabinieri e dai soldati di cavalleria col revolver in pugno. Qua e là c'erano parecchi questurini.

C'incamminammo verso le undici. L'itinerario fu questo: piazza S. Fedele, piazza della Scala, Santa Margherita, via Mercanti, via Dante, foro Bonaparte, S. Gerolamo, S. Vittore, via Filangieri.