Che con tali mezzi di organizzazione e di propaganda i tre imputati, insieme e di concerto con altri capi rivoluzionari che si adoprarono nello stesso senso nelle altre provincie, riuscirono nei primi mesi dell'anno corrente a creare e mantenere in Italia, e specialmente in Milano, nei loro affigliati e nelle masse operaie, uno stato di continuo eccitamento e di tensione e lo spirito di rivolta, la quale quindi per opera loro era pronta a scoppiare ad un sol cenno, all'occasione propizia, ed anche per un accidente imprevisto.

Che sebbene repubblicani e socialisti siano discordi nelle teorie e nei principii, pure sono pienamente d'accordo nel voler cambiare la costituzione dello Stato e la forma del Governo, ed è questo lo scopo comune cui miravano i tre imputati e i loro associati con la propaganda e l'organizzazione dei partiti. Infatti lo stesso Morgari ebbe a dichiarare nelle sue commemorazioni e conferenze: Essi, i socialisti, essere i veri repubblicani, giacchè vogliono la repubblica non come fine, ma come mezzo, che apre la via al fine di togliere, insieme al re, gli altri piccoli re di officina, di latifondi e di banche.

Che oltre a ciò in Milano risiedè fino dopo la sommossa il noto Pietro Gori, maestro e riorganizzatore degli anarchici, e sull'appoggio e concorso di costoro, sempre pronti al disordine, alla devastazione ed al saccheggio, potevasi sicuramente contare, tanto più che col Gori, e coll'Amilcare Cipriani (qui di passaggio nell'aprile ultimo decorso), e con gli altri anarchici, vivevano i socialisti in buon accordo, giacchè di costoro il Morgari dice: non sono cattiva gente e lavorano essi pure per il bene della società; ma credono che l'uomo debba essere libero come l'uccello nell'aria, senza alcuna legge, nè autorità nè comando, e questo per molto tempo non sarà possibile.

Che inoltre i socialisti avevano sparse le loro malsane, ma abbaglianti teorie fra i ferrovieri e si erano concertati coi capi della Lega dei ferrovieri medesimi, onde mediante uno sciopero generale in occasione di una sommossa fosse ritardato od impedito il trasporto della truppa ed il richiamo delle classi in congedo.

Che infine anche oltre i confini dello Stato i capi dei partiti sovversivi tutti uniti e concordi avevano spinte le loro mene; ed infatti i loro associati predicavano il socialismo e l'anarchia agli operai italiani residenti in Svizzera, e con una attiva propaganda erano riusciti a tenerli pronti a scendere in Italia al momento opportuno per recare aiuto ai compagni rivoltosi.

Che intanto sulla fine dello scorso aprile a causa del disagio economico delle popolazioni, del quale i capi dei partiti non mancarono di approfittare, cominciarono moti e tumulti in alcuni paesi e città dell'Italia meridionale, e a traverso le Marche, le Romagne e la Toscana, proseguirono a Parma, Piacenza, Pavia e raggiunsero Milano, ove, per le circostanze e le condizioni già esposte, dovevano pur troppo avere il loro pieno sviluppo, e cangiarsi in aperta insurrezione.

Che infatti nelle ore pomeridiane del 6 maggio al Ponte Seveso ed in via Napo Torriani gli operai dello Stabilimento Pirelli si dettero a tumultuare sotto vari pretesti e specialmente per l'arresto di un individuo che spargeva un manifesto socialista diretto: ai Cittadini lavoratori; e tali tumulti si cambiarono in rivolta e guerra civile con devastazioni e saccheggio nei successivi giorni 7, 8 e 9, nei quali le turbe—numerosissime di persone di ogni età e di ogni sesso—si riversarono nelle vie, innalzarono alle porte dei diversi rioni della città molte barricate, trassero dalle barricate medesime, dalle strade, dalle finestre e dai tetti contro la truppa e gli agenti della forza pubblica colpi di fuoco, sassi e tegole, con l'intento di addensarsi poi al centro unite da un solo grido, da un solo entusiasmo ed instaurare nel Comune un governo provvisorio locale repubblicano, come appunto aveva preconizzato il Turati nella Critica Sociale fino dal 16 marzo 1896, e sarebbero riusciti nei loro disegni senza l'energia delle Autorità superiori militari, l'annegazione, il coraggio e la disciplina dell'Esercito.

Che le località, nelle quali nella sera del 6 maggio ebbero principio i disordini, fanno parte del Collegio di cui l'onorevole Turati è deputato, dove esso gode della massima influenza sopra i numerosi operai di quegli stabilimenti industriali; e dove nei giorni precedenti avevano tenute conferenze alcuni suoi intimi amici e compagni di fede, quali la Kuliscioff e il Dell'Avalle.

Che il manifesto: Cittadini lavoratori, sparso in quel primo giorno e causa dei primi disordini, e firmato: I Socialisti milanesi, ed in esso si parla di rivolta della fame e della disperazione, alla quale il Governo del Re risponde coll'eccidio scellerato dei supplicanti pane e lavoro, si parla del militarismo piovra della nazione a servizio di alleanze e d'interessi dinastici, di privilegi odiosi, ecc.—Si dice che il Governo del Re ha preparato quelle rivolte e le ha volute; sono opera sua. La responsabilità del sangue che essa versa in questi giorni ripiomba tutta sul suo capo, e dopo altri periodi dello stesso genera termina: Giorni gravi si appressano; è tempo che il popolo Italiano rifletta, ricordi ed alfine provveda a sè stesso. Il paese, salvi il paese! Or bene, si hanno gravi ragioni per ritenere che di quel manifesto sparso fra le masse in momento di sì grave commozione pubblica sia autore il Turati, il quale poi in ogni caso deve averlo ispirato e necessariamente conosciuto.

Che durante quei primi disordini il Turati, insieme all'altro capo e ben noto socialista Dino Rondani, ora latitante, si recò sul posto, si impose alle Autorità esigendo la liberazione dell'arrestato, ed arringò le turbe raccomandando apparentemente la calma e promettendo di unirsi e battersi insieme ad esse in un giorno più propizio.