Che nella mattina successiva lo stesso Turati col Rondani si trovò a Porta Venezia quando si innalzavano le barricate, ed infieriva maggiormente la lotta, e ad un bravo cittadino che a lui rivolgeva preghiera d'interporsi e far cessare un inutile eccidio, rispondeva cinicamente: I cadaveri servono a qualche cosa: sono le pietre miliari delle conquiste avvenire del popolo.

Che poco appresso esso ed il Rondani, sempre insieme, si diressero alla Stazione centrale ferroviaria, ed ivi introdottisi si trattennero a colloquio presso il deposito delle locomotive col noto socialista, pur latitante, Giuseppe Mantovani, conduttore ferroviario a riposo, segretario del Comitato esecutivo della Lega ferrovieri, il quale subito dopo lavorò a tutto uomo per determinare lo sciopero generale dei ferrovieri. Infatti nel giorno appresso furono diramate fra i ferrovieri medesimi due circolari che eccitavano allo sciopero;—nel dì 9 diversi macchinisti e fuochisti si rifiutarono a prestar servizio, e firmarono una dichiarazione diretta ad indurre i compagni allo stesso rifiuto; e soltanto per l'energia delle Autorità superiori e per il pronto accorrere della truppa, fu evitato lo sciopero, le cui conseguenze sarebbero state gravissime.

Che in una perquisizione eseguita nel 7 maggio negli uffici del giornale L'Italia del Popolo fu trovato e sequestrato un biglietto da visita, in cui s'invitava il Turati e compagni socialisti ad una riunione coi repubblicani per quel giorno, e sebbene la riunione non avesse più luogo, pure rimane il fatto a dimostrare il buon accordo fra i repubblicani e socialisti.

Che nella stessa sera del 7 maggio i capi dei diversi partiti sovversivi di Milano in numero di circa 20 si riunirono in casa del dott. Ceretti Vittorio, ora latitante, e da una di lui lettera-testamento ivi rinvenuta si arguisce in modo sicuro la deliberazione presa di proseguire nell'insurrezione, che infatti divenne sempre più fiera nei giorni successivi.

Che nel giorno 8 maggio il Rondani, il fido compagno del Turati, si recò in Svizzera; ed a Brissago, Locarno, Bellinzona e Lugano cercò riunire, formare in bande e dirigere al confine i numerosi operai italiani per accorrere a Milano in aiuto degli insorti.

Ed anche successivamente costui insieme agli altri fuorusciti ha colà raddoppiato nella propaganda e nello spirito settario, collaborando nella redazione dei giornali L'Italia Nuova ed Il Socialista, scrivendo od ispirando articoli della maggiore violenza contro lo Stato italiano, le Autorità e L'Esercito.

Che l'imputato Oddino Mogari nel dì 9 maggio da Torino si diresse a Milano, ove, dopo lasciata la ferrovia a Magenta, si introdusse in modo guardingo e misterioso; vi si trattenne il giorno 10, e nel dì 11 giunse a Lugano e col Rodani dette opera ad organizzare le bande che già si dirigevano al confine; ma poi, al sopraggiungere della truppa, egli si allontanò recandosi a Roma, ove fu arrestato nel 14 maggio e fu trovato possessore di L. 1740,05. Egli deve pure rispondere avanti il Tribunale di Biella di eccitamento all'odio di classe, pel quale delitto la Camera dei Deputati autorizzò il provedimento in seduta del 14 marzo ultimo decorso.

Che infine l'imputato De Andreis è uno dei principali ed assidui redattori dell'Italia del Popolo, giornale che ebbe sempre di mira scalzare il principio di autorità e suscitare nelle masse sentimenti di odio verso il Governo e le istituzioni, ed i di cui articoli divennero ancor più violenti negli ultimi tempi. Basta infatti leggere tutto il numero dal 7 all'8 maggio e specialmente l'articolo intitolato «Ne erano assetati» ove, narrandosi i fatti avvenuti nel 6 maggio al Ponte Seveso ed in via Napo Torriani, fra le altre frasi tutte dirette a maggiormente eccitare in quei dolorosi momenti gli animi della popolazione, si legge: In tutta la giornata i tutori dell'Ordine non avevano bevuto, avevano sete, sete di sangue, si intende.

Che nel giorno 7 maggio il De Andreis si recò più volte negli uffici di quel giornale; vi portò, per essere pubblicati, episodii svoltisi a Porta Venezia, esagerandoli e falsandoli; ed ivi intervenne chiamato ad una riunione di amici repubblicani.

Che il De Andreis si trovò a Parma, Piacenza e Pavia, nei giorni in cui si verificarono disordini in quelle città. Nella mattina del 7 maggio era alle barricate di Porta Venezia in Milano, quando più fiera ferveva la lotta fra gli insorti e la truppa: vi ritornò nelle ore pomeridiane; e al tenente Petella che lo scongiurava ad interporsi per ottenere la calma, rispose in tono quasi di sfida: «Tenente, ormai è tardi, vi è sangue.» Inoltre, tanto nella mattina quanto nelle prime ore pomeridiane del 7 fu veduto a piedi ed in carrozza in corso Garibaldi parlare con diverse persone estranee a quel quartiere, mentre appunto vi si stavano costruendo le barricate; e finalmente nelle ore pomeridiane dello stesso giorno fu arrestato negli uffici dell'Italia del Popolo.