Ce n'è uno che deve essere in fondo a una camerella sotterranea. Piange come una disperazione. Il suo lamento arriva nella mia cella come quello di uno che sia stato male ammazzato in una cantina. Ecco che grida più forte. Mamma! mamma! Taci, taci, tormento delle mie viscere, tu mi passi per le orecchie come uno spillone puntuto. Abbiate pietà di un povero ragazzo. Sentite come piange dirottamente! Con che voce chiama la mamma! Forse egli ha peccato, forse egli ha disubbidito, forse egli vi ha insultati, ma pensate ai suoi anni, perdonategli… Bravo, taci, mi fai tanto bene. Il pianto lo ha vinto. Probabilmente egli è sdraiato nel sonno. Se vedrò il cappellano farò di tutto per indurlo a gettarsi ai piedi del direttore. Non è un'umiliazione, quando si è impotenti, genuflettersi ai piedi della iena che lo ha rinchiuso. Il cappellano non c'è più. Me ne ricordo adesso. Egli è stato vittima non so se dell'autorità carceraria o militare. Peccato, era così buono. Ecco che si risveglia, santo cielo. Dormi, dormi, perchè morirai a piangere in questo modo.

—Oh mamma! mamma! oh la mia mamma!

Carnefici, non capite che vuole la mamma? Lasciatelo andare a casa, lasciatelo! Siate buoni, sono io che vi prego.

Che cosa volete che abbia fatto un fanciullo di pochi anni? Bisogna avere le viscere di ferro per resistere alle sue grida, che vanno al cuore come tante pugnalate! Potessi aiutarti, ma sono chiuso, ermeticamente chiuso in un buco. C'è nessuno che senta, che si commuova? E andai all'uscio e premetti il campanello, e feci cadere la banderuola.

—Che volete?

—Sentite come piange quel ragazzo!

—Badate ai fatti vostri!

—La «pulce» è una visita improvvisa. È avvenuta a me nelle carceri di Bologna. A Bologna nessuno entra nella cella. Chi fa la pulizia sono i detenuti incaricati dei servigi domestici. Il coperchio del bugliolo bacia bene e questo vasone da notte rimane chiuso in un buco che ha l'apertura anche lungo il corridoio esterno. Lo scopino lo porta via e ve lo rimette senza annoiare i detenuti nella stanza. Acqua, vino, cibi vengono serviti dal buco dello sportellino.

Eravamo in quattro. Si fumava. Io penso adesso, quando la Cassazione mi farà indossare la casacca del recluso, come potrò vivere senza fumare. Fumo più di quaranta sigarette al giorno.

Una volta ne fumavo cento. Eravamo dunque in quattro. Non si pensava a nulla. Si spalancò l'uscio senza darci tempo di buttar via sigarette e pipe. Entrarono quattro guardie, le quali, dopo averci ingiunto di non muoverci, ci ordinarono di spogliarci. Nudi ci fecero mettere in quella parte della stanza dove non era che la parete. Ci passarono le mani per il corpo dal capo ai piedi, ci guardarono tra le dita, ci frugarono per i capelli, ci palpeggiarono qua e là, ordinandoci di alzare le braccia e di fare dei passi. Poi ci passarono minutamente gli abiti premendoli, piegandoli, dissaccocciandoli, guardando dappertutto. Terminata questa visita minuziosa, la ricominciarono guardando negli angoli, sui banchi, dovunque poteva essere nascosto qualche cosa.