Il Luraghi che aveva visto il Platner ci raccontò la scena notturna.

—Ho veduto stamane il Platner, sbattuto come un individuo che non ha dormito. Gli chiesi se se si sentiva male.

—Non sto affatto bene. Stanotte poi non ho potuto chiudere occhio. Ci hanno portato su, verso le dieci, un uomo quasi morto. Spirò cinque minuti dopo che l'avevano adagiato sul letto. Morì mandando uno di quei gridi che restano nelle orecchie per tutta la vita. Pareva una voce di rame andata a schiantarsi su una pietra della muraglia. Se dovessi morire così anch'io? Senza un'anima che mi porga un bicchiere d'acqua o mi lenisca il passaggio dalla vita tribolata alla pace della tomba con una parola soave? Mi trovai sotto le coltri terrorizzato dal brivido che mi aveva dato il pensiero triste. Il medico? Egli è venuto troppo tardi. Passammo la notte a recitare il rosario dei morti. Col cadavere nella stanza non c'era altro da fare. Dopo la visita lo portarono nella cappella mortuaria. Povero diavolo! Nessuno sapeva chi fosse. Morto, aveva assunta un'aria così feroce che mi faceva chiudere gli occhi.

Il secondo episodio è identico al primo. Erano forse le dieci. Come al solito non potevo dormire. Luraghi mi raccontava un incidente del suo processo.

—Guardia! guardia!

Era un grido che usciva da una finestra delle celle disotto. Tra il grido e la chiave vi fu l'intervallo di una mezz'ora. Sentimmo i prigionieri della camerata che lo portarono in infermeria. Morì anche lui, poco dopo, senza sapere di che male moriva. Quando si fece vivo il medico, il sole era alto e gli ammalati avevano già pregato per la sua anima da tanto tempo.

Il Platner rinunciò all'infermeria.

La sera dopo era tra noi a ripeterci coi colori dell'ambiente quello che vi ho raccontato in poche parole.

Ci salutammo colla promessa che all'indomani mi avrebbero spiegato che cos'era la «pulce».

Questo sì che fa male! Non posso sentir piangere i ragazzi in prigione. Perchè li mettono in prigione come gli adulti?