—Adesso vado a prendere le chiavi.
Di notte le chiavi delle carceri sono in direzione. Nessuna guardia può aprire le celle. La parola lenta e straziante del disgraziato discendeva dal terzo al primo piano come un gemito che rimescolava il sangue.
—Muoio….
La guardia era in viaggio. Doveva discendere al piano terreno, passare una corte che non è mai finita, andare in ufficio, svegliare la guardia scelta in possesso delle chiavi e rifare la strada e le scale fino alla cella di colui che moriva.
Non esagero dicendo che ci vollero venti minuti. Le guardie, abituate a questi avvenimenti quotidiani o settimanali, ci fanno il callo.
Mezz'ora dopo sentimmo una moltitudine di piedi che discendeva e faceva tremare le pareti della scala come gente che portasse un peso enorme sulle spalle.
Il mio vicino di letto mi disse sottovoce:
—Lo portano via!
Vi fu un momento lugubre per tutta la camerata. Ciascuno era compreso della notizia e ciascuno pensava che un giorno o l'altro poteva trovarsi nella stessa condizione.
All'indomani si seppe che il detenuto era morto.