Il Turati, non appena libero dalle manette, ci disse che non era nuovo ai nostri registri. Era stato qui, non so quando, a scontare una sentenza per un reato di stampa.

L'avvocato Leonida Bissolati, direttore dell'Avanti!, parla con la grazia di una signora altamente educata. È tutt'assieme una faccia intelligente ammantata di un'ombra spirituale. So che ha tradotto Carlo Marx con un suo amico cremonese. Ma non ho mai potuto leggerlo. Non c'è ancora nella nostra biblioteca. Se avrà occasione di vederlo me lo saluti tanto e gli dica della mia simpatia per lui.

La dottora venne registrata dopo. Io non l'ho veduta. Ma mi s'è detto che essa è venuta qui in vestaglia. È stata arrestata alle cinque del mattino in casa sua e non le si è dato tempo neppure di acconciarsi alla meglio. La sua guardiana mi ha raccontato che la prima cosa che fece in cella fu di accendere una sigaretta. Ho saputo che è una fumatrice instancabile.

È avvenuto quello che doveva avvenire. Coi continui arresti non sappiamo più dove mettere gli arrestati. Ieri eravamo 1048. Il numero eccessivo ha obbligato il direttore a ficcarne, parecchi, tre per cella, coi pagliericci in terra. Fortuna che non fa troppo caldo. L'ultimo pesce grosso che registrai fu don Davide Albertario. È alto, dalle forme erculee. Venne da San Fedele con una comitiva di venti individui della peggior specie. Quasi tutti recidivi. Per impedire agli screanzati di dirgli qualche insolenza, il direttore lo manda al passeggio solo. Mangia bene e riceve il pranzo e la colazione da una trattoria esterna. Fuma anche lui come un turco. Dopo alcuni giorni gli concessero, come ai deputati e ai giornalisti, carta, penna e calamaio. Scrive tutto il giorno ed è sempre in nota per della carta. Deve essere un grafomane.

Domenica si sarà accorto che diceva messa un'altra voce. Il cappellano Enrico Villa è stato sospeso e non può più mettere piede nel carcere. Al suo posto officiava un frate. Lei sa che io sono religioso e può darsi che pecchi d'indulgenza. Ma credo che sia impossibile trovare un cappellano come don Enrico. Era un sacerdote che adempiva al suo ministero con entusiasmo. Lo si vedeva andare e venire come il moto perpetuo. Appena uno era in cella, andava a trovarlo, a consolarlo, a incoraggiarlo. Non lasciava mai alcuno senza libri e diceva a tutti parole che aiutavano a tirare innanzi la vitaccia del cellularizzato.

Il nuovo direttore è tra noi come un flagello. Non dissimula. È una sovrapotenza assoluta, arricchita dalla funzione di punire. È in lui come una spaventevole rettitudine. Respira il dolore degli altri come una donna virtuosa la spiritualità dell'incenso.

La sua vanteria è di essere il direttore che ha fatto mangiare, come si esprime lui, più cella di rigore ai detenuti di tutti i direttori d'Italia. Le guardie che vogliono entrare nelle sue grazie devono dargli ogni mattina prova del loro zelo. Non si sono mai visti tanti puniti a pane ed acqua come in questi giorni. Se qualcuno si lamenta dicendo che la sua infrazione non è di quelle punibili col regolamento, il direttore gli risponde, in modo piuttosto brusco, che il regolamento interno del carcere lo fa lui, perchè ne è il giudice e il responsabile.

Il mio compagno all'ufficio di matricola è stato castigato stamane con dieci giorni di camicia di forza. La sua mancanza era grave. Aveva dato uno schiaffo a un collega che lo aveva accusato di poltroneria in questi giorni che non abbiamo avuto tempo neanche di dormire! Era qui con me da diciannove mesi. Lavorava come un negro ed era forse, tra noi, il più intelligente. Dopo un semestre di tirocinio gratis il suo «stipendio», per un lavoro di diciotto ore sulle ventiquattro, era di dodici lire il mese. Aspetti a dire che non c'era male. Perchè il governo, sulle dodici lire guadagnate dal detenuto, se ne prende sette e venti. Non ho mai capito perchè il governo si trattiene sui guadagni dei carcerati il sessanta per cento. Per me è una truffa. E lo dirò sempre anche se si tenterà di convincermi del contrario, come si è già fatto, mettendomi nella camicia di forza. Rubare al detenuto è il più delittuoso dei delitti. Non le pare?

La camicia di forza è di tela grossolana come quelle delle brande dei soldati e va giù fin quasi alle ginocchia. Gli occhielli per stringervi il condannato al supplizio corrono per il dorso da una estremità all'altra. Le maniche non hanno uscita per le mani. Il supplizio maggiore è intorno al collo. È una tela rigida che lo sega. Se le guardie incaricate di chiudervi l'individuo non sono umane, la camicia di forza diventa una vera tortura. Io credevo di non arrivare alla fine. Vi respiravo con una fatica rantolosa e lo stringimento mi dava una molestia che mi faceva impazzire. Dopo qualche ora passata con le braccia legate sulla schiena, come Gesù Cristo, diventai furioso. Gridavo, mi rotolavo per il suolo della cella buia e sotterranea con degli sforzi per liberarmi dal camiciotto che mi dava un tormento spasmodico, ma nessuno veniva a calmarmi o a vedermi. Non fu che il sonno che mi diede un po' di requie. Molti dei condannati al camiciotto che sopprime ogni movimento, implorano la commutazione del castigo. Preferiscono un periodo più lungo di camerella con pane e acqua alla tela che pigia le carni su sè stesse con intendimenti assassini. Ma è difficile che si riesca ad ammansare i direttori. La clemenza non è il loro forte. Ho conosciuto un detenuto, imbestialito dagli spasimi atroci, che portò via coi denti un pezzo del tavolato sul quale doveva dormire.

La maggioranza tace. Essa soffre il supplizio senza mandare un lamento. Ci sono individui che si farebbero attanagliare piuttosto che domandare perdono al loro carnefice, come ci sono nature che possono resistere a tutte le pene dell'inferno.