Il regolamento è meno scellerato dei loro interpreti. Esso dà dei riposi anche alla camicia di forza e ingiunge che dopo quarantotto ore consecutive rimanga inoperosa per ventiquattro.

Le infrazioni di poco conto, come le infrazioni al silenzio, sono punite secondo il sistema del direttore. Alcuni—e sono, mi pare, i più saggi—puniscono con la soppressione del diritto al passeggio per tre giorni, altri preferiscono dare addosso allo stomaco dei disgraziati. Diminuiscono loro la razione del pane di trecento grammi o l'aumentano dello stesso peso sopprimendo loro la minestra. La diminuzione del cibo del carcerato non è un castigo. È un omicidio. Il povero diavolo che sconta parecchie di queste sentenze, anche se rimane in vita, non è più un uomo. È un invalido. Glielo dice uno che studia l'ambiente da qualche anno.

La seconda infrazione al regolamento aggiunge alla dieta assassina la cella di rigore o il rigore del cubicolo o cella sotterranea, dove ero io quando avevo la camicia di forza.

Se l'infrazione commessa dal detenuto deve essere punita con più di dieci giorni, allora si raduna d'urgenza il Consiglio composto del direttore, del contabile, del capoguardia e del cappellano. Bisognerebbe essere imbecilli per credere all'indipendenza dei subordinati di un direttore di carcere. Una volta fatto questo Consiglio, non si esce che condannati. È inutile che le dica che le guardie hanno sempre ragione.

Non so se le hanno detto che sono qui anche Vittorio Luraghi, l'Herra e l'avvocato Gelmi. Del secondo non le parlo. Mi pare un incosciente. Non dimentichi che io sono un condannato comune come loro, e che perciò sento profondamente il loro grido angoscioso di gente finita. Di me non ho compassione. Se mi risovvengo dei miei trascorsi gli è per punirmi con una serqua di vituperi. Con gli altri, sono indulgente. Trovo in ogni loro delitto una scusa.

Nell'Herra non c'è nulla del Roberto Macaire. Non ne ha nè l'astuzia, nè l'inquietudine, nè l'audacia. È in cella come un rassegnato. Egli è caduto come una ragazza che si lascia abbracciare con un bacio lungo.—Lo aspettiamo alla matricola. Il direttore gli ha promesso un posto di scrivanello.

Il Luraghi mi desta una compassione indicibile. Tutte le volte che posso andare nella cella mi sento riempire gli occhi. Non mi parla mai dei suoi patimenti. Non mi parla che della sua mamma. Egli la piange come uno sciagurato che dispera. Mi diceva l'altro giorno che la sua povera vecchia di ottant'anni è il suo grande tormento. Ha paura di non poterla più vedere. Perdere i denari, perdere una fortuna nelle speculazioni bancarie è una cosa che si può anche sopportare. Ma perdere la mamma che si adora, in prigione, è superiore alle forze del condannato. Io spero che questo terribile dolore gli sarà risparmiato.

La sua vita è triste. Non spende per il vitto che una media di due lire il giorno. Non va mai al passeggio. Gli ho detto più di una volta che fa male. Che il moto è una necessità dell'esistenza carceraria. Ma non sono riuscito a smuoverlo. È testardo, è nemico della propria salute. Un giorno o l'altro lo porteranno in infermeria perchè non potrà più andarvi con le sue gambe. Fuma e legge avidamente. Il suo disgusto è per i battitori e per le mani dei secondini che lo palpeggiano.

L'avvocato Gelmi è un altro anacoreta che non vuol uscire dal suo guscio. Non so se sia povero o se voglia tenersi i quattrini. So che mangia come tutti i prigionieri che non hanno da spendere. Col suo, non si compera che cinque centesimi di latte. Le confesso che non ha le mie simpatie, pur essendo in questo luogo. Per me egli è troppo furbo e i furbi mi spaventano. La mia ripugnanza per lui non mi ha impedito di domandargli alcune note per il suo libro. Ma egli mi ha risposto che non potrebbe aderire al mio desiderio che commettendo un parricidio. Non appena ritornerà tra i vivi, pubblicherà un'opera intitolata: La Bancarotta della Giustizia. La prega di perdonargli questa gelosia di mestiere, concepibile in un uomo che ha bazzicato nella redazione di qualche giornale letterario.

Non si dimentichi delle tre giornate di gozzoviglia carceraria. Sono tre giornate che si segnano lungo l'anno colla matita rossa.