A Sampierdarena il cuore del brigadiere si lasciò intenerire dalla voce piangevole dei condannati.

—Ci faccia dare un caffè, signor brigadiere. Sia buono.

—Dio gliene renderà merito, gli disse don Davide che tirava il fiato come un uomo che si sente morire.

Il carabiniere con la caffettiera in una mano e la chicchera nell'altra ci conciliò con l'umanità che sembrava composta di tigri.

Ci si aperse la cella e ce lo si versò in bocca a sorsi, con una pazienza materna. Bravo carabiniere!

Discendemmo a Finalmarina come gente scampata a un pericolo. Aprivamo la bocca per sorseggiare l'aria e ci auguravamo che il reclusorio fosse lontano lontano per aver tempo di sgranchirci le gambe e di rimetterci dallo sbalordimento di un vagone che chiamavamo assassino.

Qualche mese dopo, nella quinta camerata del reclusorio di Finalborgo, ricordando questo episodio della nostra vita carceraria, i direttori del Secolo, dell'Osservatore Cattolico e dell'Italia del popolo si strinsero la mano e promisero che, non appena ritornati al largo, avrebbero intrapresa la campagna contro questa abbominazione che si chiama vagone cellulare.

__L'arrivo al Reclusorio.__

Alla stazione di Finalmarina non c'erano che cinque o sei persone, compresi due preti. Eravamo disfatti. Avevamo gli occhi della gente che non ha dormito, i capelli spettinati, le guance cadaveriche e le punte dei baffi piegate come una desolazione. Il sole ci illuminava le lividure ai polsi che avevano assunto un colore nerastro. Ci si passò la catena da un braccio all'altro e fiancheggiati dai carabinieri e seguiti dai facchini coi fagotti, ci avviammo verso il reclusorio. Il silenzio intristiva la scena. Attraversammo il binario, continuammo lungo la linea ferroviaria fin quasi all'imboccatura di un tunnel e voltammo a destra, per lo stradone carrozzabile che i finalborghigiani chiamano delle «catene», perchè è percorso dai galeotti che vanno e vengono dalla Casa di pena.

I carabinieri ci stavano ai panni e ci incalzavano con degli avanti! È per loro il momento più trepido. Anche legati come cani, potrebbe saltare in testa a qualcuno di darsi alla fuga. Sprofondavamo i piedi nella polvere alta, sollevando un pulviscolo che ci imbiancava e ci andava per la gola e per le nari come un prurito che ci raddoppiava il malessere. Rasentavamo Capra Zoppa perseguitati da un'arsura indicibile. Ciascuno di noi sognava una sorsata di latte o un'altra chicchera di caffè per snebbiarci il cervello. A metà strada, al dorso di un parapetto, trovammo un giovine che aveva l'aria di un chierico e piangeva come un ragazzo. Forse sapeva chi eravamo o forse provava una commozione violenta dinanzi un prete alto e spalluto che passava incatenato come un grassatore.