Dopo una ventina di minuti, vedevamo sorgere a destra la torre quadrata del malaugurato edificio nel quale dovevamo passare tanto tempo. Svoltammo il ponte, passammo tra mezzo alla folla, infilammo il viottolo tortuoso a sinistra e, dopo pochi passi, ci trovammo alla porta del reclusorio di Finalborgo.
L'entrata è quella di un portone qualunque. Non dà l'impressione di una tomba di vivi, neppure pensando alle sentinelle di guardia.
Ci si tolsero i ferri tra due cancelli che inchiudono l'ufficio del capoguardia e ci si domandò se avevamo bisogno di qualche cosa.
—Dell'acqua, rispondemmo.
Ce ne portarono due bottiglie e i secondini, con la premura di dissetarci, ci diedero l'impressione di persone che non incrudeliscono col Regolamento.
Anche colle mani libere, sembravamo galeotti autentici. Romussi, coll'ala del cappello floscio che gli ombreggiava la faccia fuligginosa, col solino gualcito e annerito dal sudore e coi baffi sottosopra, aveva assunto l'aspetto di un uomo feroce. Chiesi, colla barba e coi capelli impolverati e coi neracci della notte perduta sotto gli occhi, pareva un capo ciurma invecchiato di dieci anni in poche ore. Don Davide in un altro luogo avrebbe fatto scompisciare dalle risa. Aveva l'aria di un Ernani passato attraverso il polverone della strada. Al margine del cubicolo, colla tesa del tricorno pelosa e abbandonata dalle stringhe, colla collarina scomparsa sotto il merinos, col panciotto dai bottoni escoriati pieno di chiazze, colla veste talare ammantata di polvere e colle scarpe scalcagnate e coperte d'uno strato bianco, faceva compassione. Sulla sua faccia erano tutti i patimenti di uno strazio inenarrabile. I carabinieri consegnarono le buste dei nostri denari al capoguardia, il quale si mise a registrarle, ci salutarono e noi passammo nello stanzone a pianterreno intitolato «banchi di rigore». Lo stanzone, colle due finestrucole che davano sul viottolo, era buio. Col suo immenso lastrone infisso lungo la parete, cogli anelloni sotto il rialzo dei piedi e al disopra della testa, faceva rabbrividire. Si vedeva che eravamo proprio in una casa di pena. Ogni infrazione al regolamento voleva dire andare sul tavolato di pietra incatenato alle mani e ai piedi.
Il capoguardia non ci fece cattiva impressione. Era alto, piuttosto magro, con una voce che faceva sentire il twang americano e con un accento leggermente meridionale. Valera lo battezzò subito per il Javert del reclusorio, per un Regolamento ambulante, per il funzionario che si sarebbe stroncata la vita piuttosto che violarlo.
E attraverso i mesi che siamo rimasti sotto la sua sorveglianza non abbiamo avuto occasione di modificare il giudizio valerano. Egli è rimasto, per tutti noi, l'uomo-regolamento, guidato da uno zinzino di buon senso. Prima di noi, in altre galere, egli aveva avuto sotto di sè Amilcare Cipriani e De Felice.
Per ammazzare il tempo e impedire agli amici di pensare che stavamo per diventare dei numeri di matricola, mi misi a narrar loro la fuga del principe Krapotkine dall'ospedale dei detenuti di San Nicola di Pietroburgo. Fu un grido unanime di protesta. Era una fuga che sapevano tutti a memoria. Sapevano della stanzetta al terzo piano dirimpetto all'ospedale, del violino che suonava che la via era libera e la carrozza di fuori ad aspettarlo, e dei passi guadagnati sulla sentinella coi famosi due lati del triangolo.
Entrò il capoguardia mentre don Davide e Federici, dall'alto del tavolato, cercavano di capire dalla finestruola da che parte dell'edificio penale ci trovavamo. Egli aveva in mano un opuscolo.