La nostra camerata non ha che la spia nella fodera del cancello. Ma le altre ne hanno due anche nelle muraglie che le fiancheggiano.

La guardia le scopre all'insaputa dei reclusi e li sorprende fuori di posto o a chiacchierare o a giuocare a dama colle pedine di mollica di pane.

Di tanto in tanto la udite che ingiunge loro di stare quieti o zitti.

—Fate silenzio, voi, numero tale, se non volete andare in «camerella»!

La guardia di Finalborgo fa il suo dovere senza esagerazione e senza imbestialire contro la ciurma che ha delinquito. Ma è possibile, dite, di rimanere in un camerone di settanta o ottanta individui per delle settimane, per dei mesi, per degli anni, con una mano nell'altra, col pensiero istupidito, senza mai lasciarsi scappare una parola, un'interrogazione, un grido che viene su dall'anima in un momento di crepacuore? No, non è possibile. Me lo disse tutto il personale del penitenziario di Dublino quando ero là a visitare i dinamitardi e gli altri condannati alla servitù penale. La lingua non sa acconciarsi alla paralisi completa. Me lo disse e lo scrisse il principe di Krapotkine che ha scontato la condanna francese nella Maison centrale di Clairvaux.

Questo sistema—diceva—è così contrario alla natura umana che non poteva essere mantenuto che a forza di punizioni. Nei tre anni che passai a Clairvaux, il sistema era caduto en désuétude. Lo si era abbandonato a poco a poco, a condizione che le conversazioni all'atelier e alla passeggiata non fossero troppo rumorose.

Volete un documento che le punizioni non riuscirono, nè riusciranno mai a far perdere agli inquilini delle carceri l'abitudine di parlare?

Ero al Cellulare quando il signor Sampò prese il posto del signor Astengo. I detenuti conversavano senza vedersi, stando alla ferriata della finestra. Il nuovo direttore si mise a infliggere delle settimane e dei quindici giorni di pane ed acqua, con l'aggiunta magari della cella di rigore, ai violatori del silenzio. Credete che ci sia riuscito?

Dalla conversazione di finestra in finestra era stato eliminato il linguaggio stomachevole. Ma il chiacchierìo era rinato pochi giorni dopo con maggior vigore di prima. E quale castigo, o signori carcerieri, riuscirebbe mai a tappare la bocca ai prigionieri subito dopo la sveglia e mentre squilla la campana del silenzio? Voi sentite mille bocche in una volta che si scambiano dei buon giorno commoventi, degli addii pieni di cuore, dei saluti che inchiudono il «coraggio!» o il «non pensarci che passeranno anche questi mesi!»—Ciao, Biscella!

—Addio, Lumaghin!