Le due finestre a doppia inferriata, coi famosi cassoni, che non ci lasciavano vedere dall'alto che un profilo di Capra Zoppa, diventarono, per noi, delle aperture illimitate che lasciavano entrare aria a volumi. Le brande lungo il dorso del camerone assunsero la forma di letti elastici, con dei materassi sprimacciati, sui quali si poteva adagiare il corpo affranto dai patimenti, con un guanciale soffice che pareva appena uscito dalle mani del materassaio.

Guardavamo tutto con compiacenza. Paragonavamo l'asse al disopra delle brande, che correva lungo la parete, a una elegante guardaroba o a una comodissima dispensa. Ciascuno di noi aveva un largo spazio per ammonticchiarvi la biancheria e i libri, per mettervi il catinetto di zinco, la fiaschetta impagliata, la brocca per bere, la spazzola e la pettinina, la gamella con inciso il nostro numero di matricola e la pagnotta che ci avrebbero portata tepida due volte il giorno. Il sole completava la nostra contentezza. Vi entrava un po' di sbieco dalla prima finestra e veniva a frangersi sui bastoni di ferro della seconda, lasciando cadere dei barbagli fino al suolo e portandoci del calore e della gaiezza che si diffondeva dappertutto.

La sola noia del luogo erano le mosche—delle mosche grosse come quelle che vivacchiano intorno ai letami—delle mosche pesanti che aleggiavano con un ronzìo greve, che parevano sonnolente anche nell'aria, che si fermavano sul nostro naso, sulle nostre orecchie, sul nostro collo, sulle nostre labbra, sulle nostre mani, senza paura di essere schiacciate dalla nostra collera. Si cacciavano via e ritornavano a noi con una insistenza feroce e con una ostinatezza che ci faceva perdere la pazienza. Più di una volta fummo obbligati a rincorrerle e a dar loro una caccia disperata coi fazzoletti, inseguendole fino alla inferriata. Ma era della fatica sprecata. Ricomparivano a sciami più inviperite di prima. Erano le nostre arpie.

In camerata non eravamo più che delle cifre. Gustavo Chiesi era divenuto il numero 2555, Carlo Romussi il 2556, don Davide Albertario il 2557, Bortolo Federici il 2558, Paolo Valera il 2559, Costantino Lazzari il 2560 e Achille Ghiglione il 2561.

La prima volta che si spalancò il nostro cancello e che entrò un sottocapo con due galeotti a fare la distribuzione degli asciugatoi e delle lenzuola, ci fu un po' di confusione. Nessuno era ancora riuscito a tenersi a mente il proprio numero di matricola e a convincersi che non eravamo più che dei numeri.

—2555?

—Presente!

A mano a mano che si veniva chiamati, si andava vicino al cancello a ricevere la «biancheria». Per asciugarci la faccia e tutto il corpo, ci avevano dato una pezzuola di canape ruvidissima, a rigoni spaventevoli, a listoni alternati, che andavano dal bigio al cioccolato—due colori che porto nella testa con orrore. Perchè sono le striscie che rappresentano la casa di pena e riassumono l'emblema del reclusorio. Sono i colori della camicia, i colori delle lenzuola, i colori del saccone, i colori del tascapane, i colori delle mutande, i colori del berretto, i colori della casacca e i colori dei calzoni.

Per tutto il tempo della condanna non si vedono che dei clowns. Delle schiene a rigoni, delle braccia a rigoni, delle gambe a striscie e delle teste col copricapo listato di caffè e di bigio con dei puntini che paiono tante punzecchiature di pulci.

Il numero di matricola aveva ingrossato il cuore di alcuni miei compagni. Romussi si era seduto sul suo sedile di legno con le lenzuola sulle braccia e l'asciugatoio in mano dicendo: «Saccorotto!» Don Davide, di temperamento sensibilissimo, che si lascia commuovere, o trasportare, o abbattere dagli avvenimenti, sarebbe dato fuori a piangere se non fossimo stati presenti. Gli pareva impossibile, come diceva lui, che un sacerdote, che indossava la veste talare da trentasei anni, questa veste, aggiungeva, «che mi fu compagna e amica nei tempi lieti e tristi», potesse essere diventato il 2557, con la gamella matricolata e con la branda in una camerata comune ch'egli doveva calare e piegare al suono di una campana!