«Il mio programma sociale è ampio e generoso. Io accetto tutto ciò che nei postulati del socialismo è compatibile colle dottrine della chiesa cattolica e mi adopero per attuarlo formando l'opinione in questo senso. Deploro il concetto fondamentale materialista del socialismo, deploro che non ammetta le verità cattoliche, perchè il materialismo e la negazione delle verità cattoliche scavano un abisso tra il cattolicismo e il socialismo. L'Osservatore Cattolico combatte la speculazione che impoverisce, combatte l'usura, invoca provvedimenti di Stato che salvaguardino i diritti e gli interessi delle classi inferiori e ne migliorino le condizioni. Esso però rifugge dallo Stato collettivista. Tutto questo vogliamo ottenere con la persuasione della propaganda pacifica, con la carità generosa, col mezzo delle autorità e delle leggi. Credetelo, è una calunnia dire che io ecciti all'odio o alla discordia.

«Da questo potete argomentare del valore delle motivazioni della sentenza del Tribunale militare. No, non sussiste la fine ironia contro la monarchia, non sussiste la congiura con altri partiti contro le istituzioni, non sussiste l'eccitazione di odio tra le varie classi sociali, non sussiste l'educazione del clero in senso opposto alla missione assegnatagli da Cristo. Non sussiste nulla di nulla. Di vero non c'è che questo: che si è mandato in galera un innocente.

«Volete una prova che il direttore dell'Osservatore Cattolico non ha tentato di sviare dal retto sentiero il clero italiano? Da che sono nella casacca del galeotto, sua santità il papa mi ha mandato la benedizione più di una volta, e una medaglia d'oro che tengo carissima, centinaia di vescovi, da ogni parte d'Italia, scrissero a me e a mia sorella lettere affettuosissime, sacerdoti e vescovi—come quello di Savona—sono venuti a trovarmi e a ogni distribuzione postale ricevo, come avete veduto, un mucchio di lettere e di telegrammi. Se non ci fossero di mezzo i patimenti di questa vitaccia, che sopprime il sacerdote e distrugge l'uomo, direi che il Tribunale di guerra mi ha reso un segnalato servigio.»

L'affezione per sua sorella è nota a tutti coloro che leggono le sue lettere datate da Finalborgo e indirizzate alla «cara Teresa». Sono lettere castrate e scritte nella condizione di un uomo che non può dire quello che sente e che vuole. Ma in esse è il pathos di un'anima addolorata. C'è la tenerezza di chi soffre della separazione e della lontananza. E la sorella lo ricambia di pari affetto. La sua assenza è il suo strazio. Per liberarlo, ha messo sossopra mezzo mondo. Ha mandato una lunga epistola all'episcopato italiano—ha scritto al presidente dei ministri e ha fatto bussare, a insaputa del fratello, fino alle porte reali.

In mezzo a noi, don Davide, non ha mai fatto sentire il prete. Egli era un compagno che prendeva parte alla discussione, che si adattava in un modo mirabile alla vita comune, e che rideva delle nostre risate come un giovialone che non si ricorda della condanna.

__I forzati.__

Il «forzato» è colui che sta scontando la sentenza che gli ha inflitto il vecchio codice. Lo si può dire il martire del bagno penale. Nessuno ha subito le sue torture. Egli è passato attraverso tutte le sevizie che sono nel regolamento composto dagli «estratti dei regi bandi del 22 febbraio 1826». Un'infrazione qualunque, come quella, per esempio, di essere reo di bestemmia o di imprecazione contro l'onore e la riverenza dovuta alla Maestà di Dio, alla Beatissima Vergine ed a tutti i santi, lo avrebbe mandato croatescamente sulla panca a ricevere la punizione di parecchie «bastonate». Tutti noi, compresi i direttori dei reclusori, possiamo smarrire qualche cosa senza crederci, per questo, meritevoli di punizioni corporali, non è vero? Il forzato che perdesse il semplice libretto di «massa» viene invece disteso sulla pancaccia della bastonata!

Istigando alla disubbidienza o all'ammutinamento o rivoltandosi contro i «suoi custodi», il galeotto incorreva «nelle pene corporali estensibili sino alla morte».

Il bastonatore era sempre un grandiglione dalle braccia poderose che faceva divenire alto il sedere con colpi che strappano dei misericordia!

L'abito del forzato differisce da quello del recluso. Il forzato a vita indossa una giacca rossa, porta una callotta verde alta e rotonda, ed ha sul cuore una striscia nera sulla quale è stampato il numero di matricola.