<tb>

Il forzato a tempo ha la callotta scarlatta e la striscia di un verde slavato. Se vedete un camerotto o un cortile di queste «facce da galera», vi sentite correre per la schiena i brividi dello spavento. Provate gli orrori di sapervi dinanzi ai sanguinarii che hanno fatto a pezzi le donne, squarciata la gola agli uomini e spaccato il cranio ai bimbi. Il loro abbigliamento e il loro viso galeottizzato triplicano la ripugnanza che vi ispirano.

Non appena il forzato entrava nello stabilimento di pena, gli completava la toilette il fabbro, un altro collega che gli ribadiva al malleolo l'anellone di ferro massiccio della catena. Il catenone a diciotto maglie era così lungo e così pesante che nessun forzato, per quanto forte, sapeva stare in piedi più di un'ora.

Uno di questi sventurati di Finalborgo mi descriveva tutta quella massa di ferro, che il codice gli imponeva di trascinarsi dietro fino a sentenza finita, con queste parole:

«La maniglia—come chiama lui l'anellone—era assai diversa da quella che mi vedete ora. Era un grosso cerchio che mi dava un grande fastidio. Di giorno mi lacerava le mani a ogni movimento e di notte, con la parte mal ribadita, mi scorticava l'altro piede tutte le volte che mi voltavo addormentato. Mi alzavo con la gamba stracca e indolenzita.

«Il catenone mi tribolava dalla mattina alla sera. Non sapevo dove metterlo. Se me lo tiravo sui fianchi, non sapevo reggerlo più di dieci o quindici minuti. Erano minuti di spasimi. Se me lo tenevo sospeso con le mani, dovevo abbandonarlo non appena mi dolevano le braccia. E se me lo ammucchiavo sulla spalla o sul braccio sinistro, sentivo subito il bisogno di levarmelo.

«Erano dei quintali che mi indemoniavano. Non era che in terra, seduto sulla pietra, incatenato al grande anello di ferro confitto nel rialzo del granito della cella, che potevo trovare un po' di quiete. Con la maggior parte del peso sul suolo, si poteva tirare il fiato. Ma tutti noi, di questi ambienti, sappiamo che il moto delle gambe è questione di vita. Guai al condannato che poltrisca nella disperazione! La sua sentenza si estingue presto. Egli si avvia col treno lampo al sepolcro.»

—E adesso, quest'altra di quasi due chili di ferro, che vi penzola dalla gamba, vi rompe le scatole?

—Una catena alla gamba, coll'anello massiccio che non si può rompere che colla morte o nel giorno in cui avete finito di espiare la pena, è un tormento senza nome. Quante volte questa catena mi ha fatto pensare al suicidio!

<tb>