Il galeotto di questo straziante periodo, che si chiuse, credo, nel 90, veniva accoppiato con un altro.

Il compagno di «branca», vale a dire di catena, rimaneva indivisibile per degli anni e degli anni. Attaccati allo stesso anellone del macigno, dovevano dividersi, con la noia penosa dell'unione coercitiva, il peso della catena e seguirsi ogniqualvolta uno si moveva.

Se, per esempio, il 387 si alzava, il 130 non poteva rimanere seduto. Se uno degli infelici aveva dei bisogni urgenti, l'altro si doveva accosciare rasente il mastello puzzolente e aspettare che facesse i comodi suoi. I passi di ciascuno dovevano essere studiati, e il desiderio del 387 doveva essere il desiderio del 130. Immaginatevi, mi diceva uno di questi forzati, di trovarvi appaiato con un tale che avesse la diarrea, come è toccato a me per tre mesi! O supponete, voi che siete educato, che non avete perduto tutto e che aspirate alla riabilitazione, di essere inchiodato allo stesso anello con un uomo volgare, magari brutale, magari capace di fracassarvi lo stomaco con un pugno per una parola mansueta che gli è andata nell'orecchio come una scudisciata!

—Ho letto una volta un libraccio che raccontava gli orrori degli inquisitori spagnoli. Certamente, leggendo, mi si accapponava la pelle. Ma non credevo che il Gutzman sia riuscito più feroce dell'inventore della «branca». Essa non vi fa scricchiolare le ossa contorcendovi, ma a lungo andare vi deturpa e vi masturba la vita assai più degli ordigni di tortura. Appaiato per degli anni con un grassatore o un brigante o un omicida! Pensateci un minuto e vi troverete col capogiro!

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In generale il forzato, come lo abbiamo conosciuto noi, è buono. Nella zona della espiazione diventa un fratello che si intenerisce dei vostri dolori e vi rincuora alla speranza. A Finalborgo c'è stato un tempo in cui adempiva alla funzione pietosa d'infermiere Alfonso Carbone, un capo brigante che aveva della iena e che mutilava le sue vittime attorcigliandosi le loro budella intorno la mano. In infermeria, lo si poteva dire una suora di carità. Si alzava a tutte le ore, accorreva al letto di chiunque lo chiamasse e faceva di tutto per alleviare le sofferenze. Un compagno, che aveva passato dieci e più anni al «Castellaccio», mi raccontava della bontà di Cipriano La Gala. Egli, Cipriano La Gala, era là a scontare la prima condanna di dieci anni di isolamento. Fu un modello di condotta. Così irreprensibile che il direttore, signor Brunellesco, dopo sette anni, lo fece scatenare e mettere in compagnia di altri quindici galeotti. In sette anni il La Gala non aveva mai detto una parola alla guardia, che non fosse di ringraziamento. Nella vita in comune, egli era un agnello che si prosternava alla volontà del primo o dell'ultimo galeotto. Durante la sua residenza, non ebbe mai un rapporto, mai un accento che rivelasse l'eroe di tanti delitti.

In galera, ho conosciuto gente che sente la fratellanza come non la si sente all'aria libera. Ho conosciuto forzati che si sono levati il pane di bocca per darlo a chi aveva più fame di loro. So di un tale che si è tolto il panciotto, che si era pagato coi suoi denari—perchè il panciotto è una concessione del direttore o del medico—per regalarlo a un poveraccio senza fondo di massa, oppresso dalla tosse a scatti che non perdona.

La solidarietà per il diritto comune è nel grido di fuori! fuori! di tutte le camerate, quando i forzati si credono curvati dall'arbitrio e vittimizzati dagli abusi. Spieghiamoci. Supponete che una guardia sia tanto cattiva da farvi punire per dei nonnulla o che il pane non sia che della mota malcotta e indigeribile. In galera non è ammessa la protesta, nè collettiva, nè individuale. Se voi dite: rifiuto questa gamella di minestra perchè è immangiabile, siete sicuro che vi si ordina di portare il vostro materiale lettereccio in magazzino e di andare diffilati ai banchi di rigore. Se vi fate registrare per un'«udienza col signor direttore», vi capita, novantanove volte su cento, che il direttore vi dice che siete un insolente e che fuori, prima di andare in galera, non mangiavate tanto bene e che per questa volta vi manda a mangiar meglio nel cubicolo, per una quindicina di giorni, con l'aggiunta della camicia di forza se osate lamentarvi.

Sovente alcuni forzati, si sottomettono alle punizioni individuali per richiamare l'attenzione del direttore su questo o quel sopruso. Ma quando il sopruso continua con maggiore accanimento e quando il direttore si ostina a «ignorarlo», allora i forzati perdono la pazienza e ricorrono alla violenza del fuori! fuori!.

__Un fuori! fuori!__