Le autorità del penitenziario sono obbligate a curvare la fronte dinanzi a questa sentenza invisibile che infligge al malnato una specie di ostracismo sociale. E quando non vogliono sottomettersi alla legge galeottesca, avviene sempre qualche inaffiata di sangue. Mi spiego con una di queste tragedie che si è svolta nel bagno di Castellaccio nel 1880. Due galeotti—un abruzzese e uno di Terra di Lavoro—vennero assunti come «mozzi», cioè come persone di servizio. Una spia tra i «mozzi» diventa, in un bagno, una vera disgrazia in famiglia, mi diceva uno dei miei amici forzati, ora in un altro bagno. Nessuno si arrischia più a mandare un addio a un «paesano» nella camerata in faccia.
L'odio per la spia è il sentimento che signoreggia tutti gli altri. In ogni galera e in ogni carcere giudiziario voi trovate sulle pareti, sui cancelli, lungo i corridoi e per i muri dei raggi di passeggio un solo pensiero che nessun direttore è mai riescito a far cancellare, questo:—Morte ai boia! I boia, cioè le spie, cioè i Petito, non hanno quartiere. Sono considerati dei rognosi e presi a pugni e spesso a coltellate. Dove è uno di loro, l'ergastolano o il recluso o il detenuto non è più tranquillo. La sua vita rimane un tormento spasmodico fino alla sua scomparsa. Chi l'uccide diventa un eroe ed ha l'applauso generale, perfino, spesso, dei secondini che disprezzano le spie.
Francescone, della provincia di Caserta e Topino, di non so più dove, vennero incaricati di «accomodare la faccenda.» E costoro, senza giri fraseologici, proposero ai due «sospetti» il dilemma: o di smettere di fare il «mozzo»—occupazione che dava loro modo di fare la spia—o di prepararsi a morire.
I due mozzi che si credevano protetti dal personale del bagno, non vollero credere alla sentenza e tirarono innanzi a fare il loro mestiere. La cosa non andò per le lunghe. I due sanguinarii, con un pezzo di cerchio di mastello, si erano preparati due ferri affilatissimi. Il giorno in cui, nel cortile di passeggio, capitarono loro tra i piedi, non esitarono un attimo. Piombarono sulle «spie» a guisa di due «leoni». Una di esse cadde in terra come un sacco di cenci. Era morta. L'altra, ferita mortalmente, si contorceva e boccheggiava nel proprio sangue.
Il Francescone credo che sia ancora nel bagno Dalghera di Finalborgo, col numero di matricola 2031.
L'influenza del sangue, tra i criminali, la trovate pure nei «delitti di camerata». I delitti di camerata si limitano a tre: amori turpi—scoppi di odio personale—e vendette covate a lungo.
I primi possono infiammare o eccitare i galeotti fino all'omicidio—l'odio personale può erompere con una morsicata che mangi via il naso o strappi fuori un orecchio o lasci un guazzo sanguinoso nel collo—e la vendetta—specialmente tra i delinquenti del Mezzogiorno, quali erano quelli di Finalborgo—si compie quasi sempre con lo «sfiguramento». Vale a dire facendovi uno sberleffo che vi renda orribili tutta la vita, come la celebre fioraia milanese scomparsa dalla scena col viso illustrato dal rasoio di un malnato.
Nel bagno di Castellaccio, per esempio—diceva il mio informatore che aveva passata la gioventù in parecchi bagni—le «tagliatine di faccia» erano avvenimenti quotidiani.
Mi pregava però di credere che coloro che si «abbandonavano a questi brutti scherzi» erano tutti «avanzi di galera».
—E voi credete che queste esplosioni di collera malvagia elevino gli autori di qualche gradino sugli altri?