Non ci fu ammalato che non mi abbia parlato con entusiasmo di questa perla di condannato che nessun direttore o capo guardia è mai riuscito a punire in ventisette anni di carriera dolorosa. Me lo si raccomandava dicendomi che in infermeria, senza di lui, si poteva morire.
Egli è una suora di carità, un fratello che va dovunque si soffre. Accorre al letto degli infermi con sollecitudine materna, si alza di notte se qualcuno si sente male, e, con quel poco che il medico mette a sua disposizione, cerca di lenire i dolori altrui. Avete la schiena tormentata dai reumatismi? È la sua mano che viene a battervela, a spalmarvela di una goccia d'olio come un allievo del professor Panzeri, o a pennelleggiarvela magari con della tintura di iodio, se ne ha nell'armadio e se il medico lo ha ordinato. Avete un dente che vi strazia? Eccolo pronto con la tenaglia. Non è un cavadenti di professione, ma ha la praticaccia del frate che sdenta il pubblico senza passare gli esami.
Per provare la bontà del 193, non ho da citare che tre testimoni che non lo dimenticheranno facilmente. Gaspare Giucchetto, minorenne, Giovanni Vedani, di 32 anni, e Angelo Vanoni di Luino, come il Vedani, e padre di tanti figli.
Il primo aveva ricevuto una palla al petto con lesione, pare, al polmone; il secondo era stato colpito allo stinco, e il terzo aveva lo stomaco perforato da due proiettili—uno dei quali gli è rimasto nel corpo. Io li ho veduti in infermeria, subito dopo il loro arrivo.
Erano giunti a Finalborgo in una condizione da commuovere le pietre. Straziati dai dolori, con le ferite ancora aperte e col Vedani che non poteva e non può, credo, neppure oggi,¹ stare in piedi, perchè la ferita continua a produrre materia purulenta. In una infermeria, dove non ci sono che dei letti, una cassetta di polverine, un vasetto di tintura di iodio e della liquirizia per i catarri stomacali e le tossi che non lasciano dormire, anche un infermiere come il 193 non può fare molto. Ma li curava da cristiano, lavando, fasciando loro le ferite, aiutandoli a mangiare, curvandosi a ogni minuto per spostare la gamba al Vedani, la testa al Giucchetto e le spalle al Vanoni, il quale Vanoni era diventato tetro, perseguitato dal pensiero che il suo polmone fosse stato toccato dal proiettile. Mi diceva che «si sentiva il polmone in sussulto».
¹ Questo capitolo fu scritto prima del secondo indulto.
Il Gaspare Giucchetto portava il numero di matricola 2749; il Giovanni
Vedani il 2731, e l'Angelo Vanoni il 2747.
Don Davide Albertario non è stato in infermeria che quattro o cinque giorni a trangugiare due o tre drastici per liberarsi da una tenia che noi chiamavamo, per ridere, un «serpente boa».
Il direttore dell'Osservatore Cattolico ritornò nella quinta camerata pieno di entusiasmo per il 193 che lo aveva curato come una madre. Gli stava alle calcagna quando era in piedi, gli andava intorno quando era nell'altra stanza a scrivere e sedeva di notte, per delle ore, vicino al suo letto, a vegliare i suoi movimenti.
Il 193 è vecchio, e nelle mani della giustizia dal 25 luglio 1873 e la sua condotta è sempre stata irreprensibile. Se io fossi nel ministro di grazia e giustizia direi: basta! E lo lascerei andare al suo paese di Ariano di Puglia, a morire in santa pace, sotto gli occhi di sua sorella, che gli vuol bene, tanto bene.