Il nostro barbiere era un altro omicida, condannato a trent'anni. Nel reclusorio sembrava mite, gentile, afflitto soltanto di trovarsi in mezzo a tanta zavorra umana. Era pallido, emaciato, colle sfumature, intorno gli occhi, degli individui che portano nei polmoni i bacilli della morte. I suoi colpettini di tosse mi davano la sensazione penosa di essere accanto a un moribondo. La sua faccia era repulsiva per la carne scrofolosa gualcita dal coltello anatomico, per le contrazioni che gli avevano lasciato il segno sulle guance scarne e sulle palpebre rosse e senza peli.

Ci considerava uomini superiori e ci radeva con una delicatezza femminile, raccontandoci sovente il suo amore sventurato.

A diciannove anni si era ammogliato con una giovane che ne aveva diciotto. Dopo la cerimonia nuziale la sposa gli raccontò che un altro—un «civile»—l'aveva delibata a tredici. Fu una notte burrascosa quella della sua confessione. La poveretta gli buttava le braccia al collo piangendo dirottamente e gli domandava perdono. La colpa non era stata sua. A tredici anni non si ha la testa e una ragazza si lascia saccheggiare della verginità come un viandante dai malandrini. Lui la consolò con una sfuriata di baci, impromettendosi di obbligare il «civile» a farle la dote. Chi rompe paga, era la sua morale. All'indomani andò a trovare il «ganzo» e a dirgli come stavano le cose. Il «civile» promise di pagare. Ma i denari non venivano mai. Allora ritornò a ripicchiare allo stesso uscio e a esigere la promessa. Il «civile» gli rise in faccia.

—Adesso che l'hai, tientila!

Gli «calò una benda sugli occhi» e lo uccise come un dissoluto malvagio.

—Il mio dolore massimo è di essere stato creduto capace di premeditare il delitto.

«Ero andato da lui per riscuotere, non per ammazzarlo. Il mio fu un impeto di passione. Lo dissi al presidente del mio processo.

Ora ne era pentito. Non potendo andare dalla famiglia, come fra Cristoforo, a domandarle perdono, le mandò una lettera bagnata delle sue lagrime.

—La famiglia mi ha perdonato, il parroco del mio paese lo ha fatto sapere a tutti dal pulpito, ma il governo tace ancora. Ah, è duro il governo coi poveri condannati! Una volta che siamo pentiti dovrebbe permetterci di riabilitarci. Invece ci lascia morire in galera o ci manda fuori quando non siamo più che dei carcami da ricoveri.

«Porto la catena e la giacca rossa da diciannove anni e morirò forse in galera. Sia fatta la volontà di Dio! Ma mi dispiace, credano, di non rivedere più il mio paese!