Neppure la sua malattia implacabile seppe vincerla. Di tanto in tanto si diffonde, tra gli amici, una notizia funebre. La Kuliscioff sta male—la Kuliscioff ha poco da vivere—la Kuliscioff è in fine di vita. E poi non se ne sa più nulla. Non si parla più del suo male implacabile. La si rivede, con la sigaretta in bocca, al tavolino dell'amministrazione o della redazione a lavorare come una negra. Avveniva, su per giù, la stessa cosa con la Harriet Martineau—la grande giornalista inglese del tempo chartista. Questa collaboratrice del Daily News era così sicura di essere agli sgoccioli della vita, che in un momento disperato si mise a scrivere la propria autobiografia, incominciando dall'ultimo capitolo per paura di non finirla.
La Martineau ebbe tempo di completarla e di lasciarla negli armadi dell'editore per venti anni. Per venti anni i suoi amici si aspettavano, ogni mattina, di leggere nei giornali la fine della giornalista che ha prodotto più di ogni altro uomo del suo tempo.
Nel '98 è capitato alla Kuliscioff quello che un secolo prima era capitato a madame Roland. Di vedersi svegliata all'alba dagli agenti di pubblica sicurezza e di andarsene in prigione nella vestaglia.
Nelle poche parole ch'essa pronunciò dinanzi il Tribunale militare è tutta la donna che ho presentato. Compendiano il suo cuore, la sua modestia e il suo carattere. Leggetele, vi troverete la indifferenza tragica per tutto ciò che riguarda l'imputata—la serenità della martire che crede, che persiste a credere, che crederà sempre che nel socialismo sia la rigenerazione sociale.
«La mia azione nel partito socialista era molto limitata e molto modesta. Se verranno fuori dei fatti a mio carico io ne assumo fin d'ora la responsabilità. Io sono socialista da quasi 25 anni, ma in Italia non feci nessuna propaganda, sia per una certa delicatezza verso un paese presso il quale sono ospitata, sia per la paura di essere sfrattata. Io sono poi invalida da un anno, e sono obbligata a rimanere sempre in casa. In questa condizione come volete che io sia in caso di fare propaganda?»
In letteratura io e la Kuliscioff siamo divisi da un abisso. Ella, se l'ho capita bene, sente ancora dell'affezione per la vita romanzesca intessuta dalla fantasia dell'autore e drappeggiata nella fraseologia che non lascia esalare i cattivi odori dell'ambiente. Io sono più rude. Spalanco tutte le porte, discendo in qualunque fogna e mi servo del linguaggio dei personaggi che riproduco. Il mio temperamento mi trascina ad essere sincero in ogni manifestazione della vita senza preoccuparmi se farò smettere di leggere o chiudere il libro anche agli amici che mi vogliono bene.
La ragione di questo nostro dissenso letterario è che in fondo alla Kuliscioff è rimasto un po' d'idealismo e un po' di misticismo. Ella dà la preferenza al libro che lascia vivere qualche illusione e che non svergina o smaga brutalmente chi legge, e crede alla immortalità dell'anima. Non mi meraviglierei domani di saperla spiritista.
Sul terreno delle questioni economiche essa torreggia. E il futuro storico del socialismo italiano lascerebbe un gran vuoto nel suo lavoro s'egli non ci dicesse l'influenza che questa donna ha esercitato sul movimento di quest'ultimi venti anni.
Nel resto la Kuliscioff è donna capace di grandi amori e di odii inestinguibili.¹
¹ Non conoscevo la lettera che la Kuliscioff scrisse in carcere. Ne taglio via due brani, perchè documentano il mio profilo e ribadiscono in tutto la convinzione che la dottora congiunge a un'alta intelligenza un carattere adamantino.