«Sentite, caro Prampolini: voi sapete che non sono ipocondriaca, che non sono portata all'esagerazione dei miei malanni fisici, anzi sono fatalista e piuttosto fiduciosa della mia resistenza. Ho tante volte visto vicina la morte e le ho sempre resistito: perchè dovrei proprio morire in questi due anni?

«Ma, dall'altro lato, sono osservatrice e sono medico. Vedo che i sintomi dell'idremia si aggravano: temo che il medico, per rassicurarmi, non mi dica tutta la verità, asserendo che non vi siano alterazioni renali. Caso mai, dunque, che il mio stato si aggravasse, lascio a voi, a Leonida la tutela della mia dignità. Vi prego a mani giunte di opporvi a qualunque passo che si volesse fare per ottenere la mia libertà con una grazia personale o con un indulto speciale. Impedite a chicchessia, per amor di chicchessia, fosse anche mia figlia, che mi sia fatta un'offesa morale. Se dovessi conquistare la libertà a questo prezzo, sarei tanto avvilita, tanto diminuita, tanto degradata, che nulla mi sarebbe la libertà, l'affetto pei miei cari, l'affetto degli amici buoni. Questa, caro Prampolini, è l'unica preghiera che rivolgo agli amici, prima che si rinchiuda la nostra tomba.»

__Gli ultimi giorni dei deputati e dei giornalisti al Cellulare.__

Turati, De Andreis, Romussi, Federici e Valera si sono riveduti, dopo tante noie, con dei baci, degli abbracci e delle strette di mano, nel cellone esagonale B, numero 2, del secondo raggio. Gli ultimi tre erano giunti dal reclusorio di Finalborgo e i due deputati erano ancora sbalorditi dai dodici anni di reclusione che aveva inflitto loro il Tribunale militare.

La loro vita era piuttosto agitata. Si alzavano, alla mattina, mezz'ora prima dell'alba e ciascheduno nella propria cella, dopo il caffè, si metteva al lavoro. Turati aveva sempre un mucchio di lettere da scrivere e un numero infinito di Riviste da leggere; Romussi, il quale sdrucciolava dal letto sempre di buon umore, era sommerso nelle opere di Carlo Cattaneo, del quale stava facendo uno studio; De Andreis, l'uomo che non pensava mai alla condanna, aveva del lavoro fin sopra i capelli. Leggeva dei poeti inglesi, tedeschi e francesi—-tre lingue ch'egli deve sapere benissimo—studiava o piuttosto correggeva il suo latino con lo Schultz alla mano e dedicava parecchie ore a un lavoro di elettricità che deve avere veduto la luce prima che gli abbiano spalancate le porte del reclusorio di Alessandria. Federici si nutriva di storia e negli intervalli rileggeva l'opera massima di Giuseppe Ferrari, del quale è sempre stato ammiratore fervente. Valera studiava o fingeva di studiare il tedesco e passava attraverso la Social England di Traill—volumi che incominciano col Conquistatore e finiscono col regno della regina Vittoria, e danno una pittura esatta della vita intima e pubblica di un popolo che non ha più freni nè per la penna del giornale e del libro nè per la lingua della piattaforma.

Alle otto antimeridiane, si trovavano tutti nel raggio del passeggio—un raggio angustissimo—si davano il buon giorno, si dicevano se avevano dormito bene o male—la maggioranza pativa di insonnia—si comunicavano le notizie portate loro dalle ultime visite e dalle ultime lettere e poi incominciavano la conversazione, la quale era sempre interessante anche quando, per ridere, discutevano della possibilità di una evasione, citando quelle storiche di Napoleone III, di Rochefort, dei prigionieri politici della monarchia di luglio, di Krapotkine, di Bakunine, ecc., ecc.

Ritornavano in cella a lavorare per un paio d'ore e poi, alle undici, ciascheduno usciva con la sedia, col tovagliolo, con la forchetta e col cucchiaio di legno e andava a far colazione nel cellone turatiano.

La loro colazione alla forchetta era modestissima. Quando non ordinavano il risotto alla certosina o la polenta col fegato in comune, Romussi mangiava i tagliatelli al sugo e la costoletta coll'osso, Turati un piatto di carne e due uova strapazzate, De Andreis vi aggiungeva un po' di gorgonzola, Federici faceva precedere al pollo o al fegato la zuppa alla pavese e Valera alternava le uova al tegame con la pasta al burro, ben cotta.

La discussione si animava bevendo qualche bicchiere di vino buono delle bottiglie che mandavano gli amici, mangiando dei dolci che inviavano la mamma di Turati, o la signora di Federici o di Romussi—e fumando le sigarette che trovavano un po' dappertutto. Qualche volta capitavano loro, durante la giornata, dei cestelli di frutta fresca, dei panettoni che obbligavano De Andreis a mettere sul tavolo la bottiglia di barolo che Turati dimenticava nell'angolo.

Il deputato di Milano non voleva mai bere. Egli diceva che gli astemi vivono più a lungo e sani come corni. Ma si insisteva e lui beveva, versandoselo in gola come una medicina che gli faceva stralunare gli occhi.