¹ I lettori crederanno che l'ergastolano esageri. Ma io posso disilludervi. Quello che avveniva allora avviene anche adesso. Me lo diceva pochi giorni sono un brigadiere dei carabinieri che si è proprio trovato in piena tempesta con una catena di condannati.

—Ero incaricato di condurli da Civitavecchia alla Sardegna. Partimmo con un mare tranquillo. I forzati erano stati stivati, incatenati e chiusi nella stiva. La burrasca incominciò nel mezzo del mar Tirreno con tanta furia da obbligare il capitano a preparare l'equipaggio a tagliare le corde delle lance di salvataggio e a dare a ciascun passeggero il salvagente. I miei forzati strepitavano e domandavano con alte grida di essere slegati e smanettati. Era una scena da far piangere e, se devo dire la verità, provai un'emozione che mi inumidì gli occhi. Tentai di pacificarli con buone parole dicendo che il pericolo non era così imminente come credevano. Loro mi rispondevano buttando su tutto ciò che avevano mangiato. Il mare era così grosso che attraversava il ponte, e innondava l'interno in un modo così rapido e così frequente da impedire ai marinai di far lavorare le pompe. Il moto della macchina a vapore non era più regolare. Lo stantuffo non manovrava più bene e il tubo sul ponte pareva qualche volta che si piegasse a baciare il mare in lotta con sè stesso. Quando vidi che il naufragio era imminente andai dal capitano e ottenni il permesso di togliere loro le catene. Era tutto quello che si poteva fare in un momento spaventoso come quello. Loro, i galeotti, urlavano disperatamente, e mi accusavano di non avere cuore perchè non toglievo loro le manette. Ma nè io nè il capitano potevamo contentarli. Anche se fossimo stati arcisicuri del naufragio la legge non ci avrebbe permesso di essere umani. Eravamo obbligati a lasciarli affogare ammanettati e chiusi nella stiva. È una legge di ferro, ma legge.

Non c'è penna che possa narrare che cosa ho sofferto e che cosa hanno sofferto i forzati lungo la traversata burrascosa. Io credevo di essere diventato grigio. I galeotti uscirono dalla stiva lividi e paonazzi come gli annegati. Io non sono giornalista, ma se lo fossi non starei quieto fino a quando questo assassinio legale fosse cancellato dai regolamenti che regolano il trasporto dei forzati per mare. Sono severità penali che gridano vendetta.

Siamo stati in mare tre giorni e tre notti. Tre giorni e tre notti di stiva, in mezzo ai guazzi e alle pozzacce delle porcherie vomitate, senza lavarci, senza svestirci, senza cavarci le scarpe, con un mastellone per i bisogni corporali vicino a noi, in mezzo a noi, come se fosse stato della catena, mangiando di tanto in tanto un boccone di pane insudiciato e stantio e bevendo nella secchia come il cane che vi tuffa il muso e ne lambisce il liquido con la lingua!

Sbarcammo più morti che vivi. Ci guardavamo sulle pietre del porto come gente che non sapeva più in che mondo vivesse. Avevamo le occhiaie dei naufragati. Eravamo macilenti, con le facce bianche come quelle dei cadaveri buttati sulla spiaggia e andavamo via come poveracci che non sapevano più reggersi in piedi. Che viaggio, oh che viaggio! Me ne ricorderò per tutta la vita. Sarà e rimarrà l'episodio più spaventevole della mia esistenza di condannato perpetuo.

Arrivai al bagno di Genova più morto che vivo. Ci tolsero le manette e ci slegarono dalla catena che incatenava il braccio dell'uno al braccio dell'altro. Le mie mani rimasero giù penzoloni come se fossero state riempite di piombo. Non le sentivo più che come un enorme peso che mi trascinava verso terra. I ferri m'avevano lasciato un cerchio profondo e nerastro nelle carni come se i polsi fossero stati nelle strette della morsa.

Ero tutto in un'acqua. L'arsura prolungata e il polverone dello stradale, ci avevano perfino attutita la sete spasmodica che avevamo in mezzo al solleone. Ma non appena vedemmo i mastelli d'acqua, divenimmo quasi tutti impazienti di agguantare il boccalino. Ne votai due, uno dopo l'altro, senza prender fiato. Il terzo non potei finirlo. Mi parve un'acqua di tinta motosa col sapore dell'acqua salmastra.

Al bagno di Genova non arrivavano mai meno di due o tre «catene» al giorno. Era come il bagno che incatenava i galeotti che dovevano poi disperdersi in altri bagni. Cogli altri giunti, eravamo più di una cinquantina. Coloro, che non indossavano ancora il costume del forzato, vennero vestiti alla presenza di tutti e di una moltitudine di guardie. Ci si buttavano gli abiti, senza badare se erano adatti per un gigante o per un nano. A me, come ergastolano, diedero la berretta verde, la cravatta rossa, la giacca rossa, e i calzoni con strisce turchine. I calzoni avevano la gamba destra divisa coi bottoni per la catena. Non riuscii a mettermeli che aiutato da un mozzo che vi aveva fatta l'abitudine. Vestito da galeotto, dovevo avere l'aria di un diavolo o di un sanguinario. Lo scarlatto mi ricacciava col pensiero nel sangue di mia moglie.

Ci si condusse in un cortilone che gelò il sangue a tutti. Nel mezzo c'erano due montagne: una di catenoni e una di grossi anelli che chiamavano maniglie. A destra di questi ferramenti che sospendevano il respiro, si vedeva una lunga fucina infocata che sparpagliava una pioggia di faville e incendiava superbamente i battitori del ferro rovente. Era una scena terribilmente dantesca. Le incudini erano parecchie. Su alcune precipitavano le mazze che scrostavano il volume del ferro ardente che incominciava ad assumere una forma, su altre irrompevano i magli che massellavano i ferri che avevano già assunta la forma che volevano dar loro. Quando tuffavano nella pila i ferri che uscivano dalla fucina come pezzi di lava incandescente, e i mozzi soffiavano col mantice nel bracere, i lavoratori galeottizzati rimanevano come perduti in una nube bianca e luminosa. I fabbri, per completare l'orrore dell'inferno, si levavano sui piedi, portando in alto la mazza, e colle loro braccia poderose si curvavano violentemente nel fitto dei barbagli che mettevano della brace sulle loro facce annerite. I sussulti cupi delle catene dei galeotti che martellavano il ferro mi passavano dalle viscere come un tremuoto. Io guardavo. Guardavo con gli occhi smarriti nell'incendio, come dinanzi a uno spettacolo fantastico.

Furono i mozzi che mi scossero. Era venuta la mia volta. Mi chiamarono vicino alle due montagne, scelsero un catenone e una maniglia e mi fecero sedere su uno sgabellotto, vicino all'incudine che si levava un palmo dal terreno.