—Non fatemi male, dissi loro.

—Non fargli male che è di zuccaro!

E quasi tutti i ferratori—che erano degli altri forzati—scoppiarono in una risata che mi andò al cuore come un punteruolo.

—Dammi qua la gamba, piagnolone!

Mi misero il piede sull'incudine, mi inanellarono il ferro al disopra della caviglia e poi coi martelli si misero a battere e a ribadire i chiodi senza pietà alcuna. Avrei giurato che godevano del mio strazio. A ogni lamento che voleva frenare le brutalità del martello, mi rispondevano con parolacce che mi facevano male quanto il peso che mi avevano attaccato al piede.

—Dammi qui la catena da appendergli all'orologio, disse il ferratore al mozzo.

E me la ferrarono all'anello con dei colpi spietati che davano loro piacere.

—Basta, basta, Signore Iddio!

Mi rialzai e prese il mio posto il mio compagno di branca, cioè l'uomo col quale stavo per essere appaiato chi sa per quanti anni. Ero così assorbito dalla mia sciagura, che non ebbi uno zinzino di compassione per il mio futuro fratello di catena. Incatenati l'uno con l'altro, ci si condusse in un ufficio ove venimmo matricolati, lui col numero 3446, io col numero 3414.

Il mio compagno di catena era certo Stefano Cristini, della provincia di Roma, condannato a sedici anni di lavori forzati, il quale rideva e mi dava la baia perchè piangevo di essere carico di catene che potevo a mala pena tenere su col braccio o con le braccia.