—Se fai così, mi disse, staremo assieme poco. Andrai al cimitero assai prima che finisca la mia sentenza. Caro mio, il pianto è debolezza d'animo. L'uomo non deve mai perdersi di coraggio. Io ho già portato le catene per cinque anni nel bagno di Civitavecchia e non sono morto. Non ci penso neanche a finire i miei sedici anni. Provati a dire che non c'è rimedio e vedrai che la vita ti diventerà meno pesante.

Tre giorni dopo lasciammo il bagno alla Foce con una «catena» di novantasei persone. L'idea di scappare non poteva venire a nessuno. Eravamo incatenati come delinquenti che non avessero fatto altro al mondo che pascersi del sangue della gente macellata con le loro mani. L'estremità della mia catena a destra era stata attaccata all'occhiello dell'anellone al piede sinistro dell'altro al mio fianco. Di modo che il mio piede destro e il piede sinistro del mio compagno di sventura, dovevano fare passi limitati e avere movimenti isocroni. Si intende che, oltre a questa precauzione alle gambe, ci avevano ammanettati fino al gonfiore e passata la catena dall'ascella dell'uno all'ascella dell'altro, lucchettandocela nella schiena dell'ultimo in fondo. Coi zigzag ci legarono tutti e novantasei assieme, lasciandoci appena lo spazio per muoverci e per i passettini.

Il passo rapido dei primi veniva sentito dagli ultimi e le punte delle scarpe di una fila andavano sul dorso delle scarpe di un'altra.

Da questo bagno al Castellaccio c'erano, su per giù, tre chilometri. Era una strada malagevole che si ascendeva sudando come bestie, sotto un sole di giugno che scottava fin negli occhi. Perdevamo la lingua come i cani. I carabinieri che ci circondavano erano quaranta, tutti a cavallo, armati fino ai denti. Fumavano e si buttavano da una parte all'altra le birichinate della sera prima con le donne, senza punto badare al nostro supplizio. L'assieme era lagrimevole. Ci sarebbe voluto un fotografo. Perchè la penna, per quanto sia addestrata alle descrizioni minute e sia padrona di un'officina di vocaboli, non riesce mai a impadronirsi di tutto e a conservare, cogli atteggiamenti individuali, i colori del quadro grandioso.

Al Castellaccio ci matricolarono, separando i buoni dai cattivi. Le coppie che avevano subìte punizioni, venivano mandate nelle stanze a pian terreno, mentre le altre venivano disperse per i piani superiori. Il bagno era composto di stanze di sedici persone, con otto pagliericci da una parte e otto pagliericci dall'altra. Così che non vi so ancora dire la differenza tra le stanze di sotto e quelle di sopra.

La prima cosa spiacevole del Castellaccio, fu la distribuzione degli utensili di cucina. Invece della gamella, mi si diede una cosa di legno rotonda, coperta di due dita di muffa, e un pezzaccio di cucchiaio che pareva stato in una cantina umida per degli anni. Me li lavai e me li rilavai senza mai far loro perdere l'odore nauseoso contratto in un ambiente dalle pareti viscide. Un mio compaesano che si trovava nella stanza, prese a proteggermi e a consolarmi. Si chiamava Francesco Gentile, stato condannato a vita dal tribunale di guerra, come brigante che non aveva voluto sottomettersi al governo di Vittorio Emanuele. Egli aveva fatto parte della banda dello Schiavone, il capo brigante che avrete sentito nominare. Il Gentile era vecchio, ma di cuore. I suoi primi consigli sono stati la mia guida.

—Rispetta tutti e specialmente i tuoi superiori. Procura di farti amare dal tuo compagno di branca, anche se fosse il peggiore degli assassini. Perchè senza vincerlo con la tua benevolenza, la vita ti diventerebbe odiosa e intollerabile. Fatti animo e non lasciarti mai adescare a far delle confidenze al personale di custodia, se ti preme di morire nel tuo letto.

Mi prese a volere così bene che il giorno dopo il mio arrivo mi regalò un piatto di zinco, una striscia di pelle ovattata per mettermi sotto la maniglia che mi spellava e mi piagava la noce del piede, e un panciotto di flanella bianca per salvarmi il petto dai clima traditore. Il gilet era un sacrificio superiore ai bisogni del galeotto. Ma il buon vecchio mi pregò di non darmene pensiero, perchè lui, in sartoria, con gli stratagli, avrebbe saputo farsene un altro.

Nella prigione di Benevento avevo imparato a consumare il tempo con dei lavori di carta. In pochi mesi ero riuscito a mettere assieme una gabbiuccia che regalai a un secondino. Ma al Castellaccio non c'era proprio nulla da fare. Eravamo condannati ai lavori forzati per ridere. Tranne i mozzi addetti ai lavori domestici e alcuni fabbri, non avevamo da lavorare che col catenone che pesava e ci martoriava. Era una fannullonaggine tormentosa in tutta la camerata. Il mio compagno di catena, col quale rimasi appaiato trentadue mesi, era un originale bizzarro che sapeva, di tanto in tanto, farmi ridere con qualche frizzo o con qualche lepidezza. Col tempo diventava però noioso. Ignorante come una talpa, era stato preso dalla pazzia del dantomane.

Senza capire il sommo poeta, aveva imparato dei canti—specialmente quelli dei gironi—e me li recitava a ogni quarto d'ora, trascinandomi sulla riviera del sangue bollente quando avevo voglia di conciliarmi col genere umano e facendomi lacerare dalle cagne bramose, proprio nell'ora in cui sentivo il bisogno di una voce pia che mi consolasse e mi aiutasse a credere che le anime affannate dei cerchi del sepolcro dei vivi potevano cullarsi ancora nella speranza di un perdono! Non gli dicevo nulla e fingevo di sorridere sotto la pioggia dei versi che mi picchiavano il cervello, perchè avevo giurato di non inasprire colui dal quale non potevo disgiungermi; ma nel silenzio infuriavo e gli andavo sopra con le verghe a fargli sanguinare le carni. Prostrato dalla sua voce assassina, dicevo mentalmente: taci! taci! taci! o «fiera crudele» che io «sono un che piango»! Se volete offendermi, mandatemi la Divina Commedia. Non posso più sentir parlare di Dante. Se non avessi che i suoi versi in cella, farei voto di non leggere più mai. Un suo verso mi provoca il vomito.