Quindi ordinò la famosa Tagliata che egli stesso aveva già intrapreso sino da quando trovavasi in Piacenza come capitano delle armi di Santa Chiesa. Per tutto il paese dove quella tagliata dovevasi effettuare, leggevasi inciso su colonnette di pietra «INTRA HOS FINES NEMO STRUCTURAM, ARBOREM, VITEM HABEAT. QUI SECUS FAXIT GRAVIS MULCTÆ REUS ESTO.»
In circostanza delle gazzarre carnevalesche festeggiate con una grande giostra su la piazza della cittadella e con altri publici giuochi e sollazzi, il ticchio gli venne di comandare a tutti i suoi maggiori vassalli che dovessero convenire in città in compagnia delle rispettive loro consorti. E così da siffatte esorbitanze, a cui non tutti consentivano d’ottemperare trasse argomento a sevire contro di questo e di quello.
Perchè il conte Gerolamo Pallavicino, signore di Cortemaggiore, non s’era affrettato a mettere stabile dimora a Piacenza, profittò di saperlo assente, per farne arrestare la madre, Lodovica d’Erasmo Triulzio, e la moglie, Camilla d’Ottaviano Pallavicino, e tenerle a lungo recluse nel vescovado di Piacenza, mentre inviava suoi uomini ad occupare la terra di Cortemaggiore.
In pro’ del Pallavicino, s’interposero moltissimi distinti Signori vuoi presso di Carlo V e vuoi della republica veneta, e tanto più che la di lui moglie trovossi in istato di gestazione. Ma siffatte pratiche a null’approdarono. Pierluigi schermivasi ora accusando il sere di Cortemaggiore di quattro distinti omicidi, ora di parteggiare segretamente per la Francia e lo stesso papa — cui s’erano pure rivolti quegl’intercessori — chiarivasi del medesimo aviso del figliuolo, trovando opportuno il sostener prigioniera donna Camilla, onde impedire a Girolamo ogni successione e dichiarando che la gravidanza di lei altro poteva non essere che una maliziosa simulazione.
In pari tempo, altre gravissime cagioni di sdegno suscitò il Farnese nel nobile conte Giovanni Dal Verme, pretendendo da lui i balzelli per le sue terre di Romagnese, che questi giustamente riteneva piuttosto milanesi che piacentine.
Ed altre ancora nelle possenti casate degli Anguissola, de’ Landi, de’ Scotti e dei Fontana, col voler eleggere egli stesso il Vicariato di Provigione che — per antichissime consuetudini e dritto — perteneva a quelle quattro famiglie.
Arroge i vizî nefandi di cui Pierluigi era macchiato, e il suo continuo insidiare all’onore ed alla domestica pace di quanti gli stavano intorno.
Ciò doveva naturalmente alienargli in breve l’animo di tutti ed accumulare una tremenda tempesta sul maledetto suo capo.
Scoppiò frattanto il moto de’ Fieschi.
Ma — prima di divisarne i casi — diciamo, in breve, da che muovesse ed in che veramente consistesse.