— Siete pronto?
— Pronto ed ansioso!
Terremoto si rimise su le sue due gambe, poi — come appunto una mamma avrebbe potuto farlo col proprio poppante — sollevò il giovine soldato dal suo pagliariccio e delicatamente se lo recò su le spalle.
In quella, uno scoppio fragoroso rintronò pe’ chiostri del cortile e gli tenne dietro un confuso vociare.
I due birri si rincantucciarono anche più allibiti di spavento; il capitano Villa strabuzzò gli occhi e il da Niceto uscì in una truce bestemmia, mentre l’altro ferito mormorava una preghiera.
Costoro pure avevano raffigurato Terremoto, e s’imaginavano fosse il vanguardo de’ Camia, che ritornassero alla riscossa.
Il gigante, tuttavia — col suo umano fardello tra le braccia — erasi affrettato ad uscire, per raggiungere la porta maggiore.
Suo intendimento era quello di riabbassare il levatoio e di trarsi dalla rôcca.
Ma, a pena nel cortile, s’avvide d’aver fatto male i suoi calcoli.
La porta — giusto in quel momento — cedendo al formidabile impeto di una bombarda, volava in schegge e — per la breccia — una mano di nicelleschi, capitanati dal Monte Ochino in persona e dal marchese di Cattaragna, erompevano furibondi nel cortile, brandendo ferocemente le spade e mettendo urla bestiali.