Com’era consueto fare un giorno almeno ogni decade, costui si rese una volta ancora all’abazia, nello esclusivo intento di rivedere l’adorata sua Olimpia, — che tale era il nome della sorella.... o quel che altro fosse del Marazzani. — L’abate lo accolse con l’ordinaria benevolenza, gli fece festa, lo convitò anche, ma di Olimpia non gli tenne parola.
Olimpia non c’era.
L’altro attese paziente l’ora del desinare, persuaso che, a questo, non dovesse mancare d’intervenire. — E l’ora ne giunse, e la campana refettoriale l’annunziò con la sua chiama, e i vari convitati, tra’ quali Giovanni Camia, si assisero a mensa. — Ma non un segno di Olimpia; nemmanco la posata al suo solito posto.
Decisamente Olimpia non c’era.
Messo in sospetto e desioso in pari tempo di uscire d’incertezza, l’Anguissola si volse all’abate, che gli siedeva presso, e francamente glie ne chiese. — L’abate, sbirciandolo di sottecchi con uno sguardo maligno, tutto suo peculiare, crollò un momento la testa in aria beffarda, poi gli rispose Olimpia trovarsi così lontana, che neppure su l’ippogrifo del mago Merlino avrebbe potuto raggiungerla, e si togliesse bene dal capo la matta speranza di mai più rivederla.
Tale risposta risvegliò tutto l’antico e mal sopito odio gentilizio nel cuore dell’Anguissola e gli fece montare il sangue al cervello. — Non disse verbo, non mise fiato; ma — sgranando tanto d’occhi spiritati e digrignando i denti — si scagliò su l’abate e — trattosi di cintura il pugnale — glie lo immerse replicatamente nel petto.
Il Marazzani dètte uno strillo e cadde rovescio.
I convitati accorsero a sollevarlo.
L’Anguissola — quasi uscito di senno — gittò il ferro sanguinolento sul desco, corse alle scuderie, inforcò il suo cavallo e si evase.
Poche ore dopo l’abate spirò.