Quei cittadin che poi la rifondarno
Sovra il cener che d'Attila rimase.
E s'allontana doppiamente dalla leggenda, perché secondo essa furono i Romani, che vennero a ricostruirla, e questa volta naturalmente a similitudine di Roma cristiana, con le chiese di S. Piero, S. Giovanni, S. Lorenzo ecc., come nella Città eterna.
Passarono cosí tranquilli piú di altri 500 anni,[54] quando finalmente Firenze volle vendicarsi della sua eterna rivale, ed improvvisamente assalí e distrusse Fiesole. Ora noi possiamo qui osservare, che se Firenze fu la prima volta fondata ai tempi di Cesare; se piú tardi fu ornata di monumenti romani; se, trascorsi 500 anni, fu distrutta da Totila,[55] e dopo piú di altri 500 anni essa distrusse Fiesole, è chiaro che la cronologia stessa della leggenda ci porta per lo meno al secolo XI. Se poi aggiungiamo che l'assalto e la parziale distruzione di Fiesole avvennero storicamente nel 1125, ne segue che la leggenda non può essersi formata prima del secolo XII, come già dicemmo.
Qui essa sarebbe finita, e dovrebbe aver principio la storia. Il Sanzanome infatti, che è il cronista piú antico, incomincia appunto dalla distruzione di Fiesole. Il Libro fiesolano però, che qualche volta inverte a capriccio l'orditura della leggenda, vi fa infine una giunta, che merita d'essere ricordata, perché dimostra quanto era l'arbitrio con cui questi strani racconti s'andavano formando. La giunta si riferisce agli Uberti, potenti cittadini di Firenze, stati sempre avversi al governo popolare della loro Città. Secondo la tradizione essi erano venuti di Germania cogli Ottoni. Questo però evidentemente non piaceva al compilatore del Libro fiesolano, che forse era amico degli Uberti, e però afferma, con un certo sdegno, che gli Uberti erano invece discesi dal sangue di Catilina, «nobilissimo re di Roma», il quale discese dai Troiani. Questi ebbe un figlio chiamato Uberto Cesare, a cui una moglie fiesolana diè 16 figliuoli, dopo di che fu da Augusto mandato a riconquistare la Sassonia, la quale s'era ribellata. Colà suo figlio Uberto Catilina sposò una gran dama tedesca, da cui nacque «il lignaggio del buon Ceto (Ottone) di Sansognia». Cosí è falso che gli Uberti siano «nati dallo Imperatore della Magna, ma la veritade è questa, che lo Imperatore è nato di loro».[56] Con tale giunta, posteriore al resto della leggenda, si vede che l'autore vuol glorificare gli Uberti; ma, ricordandosi che essi furon sempre nemici del governo della Città, li fa discendere da Catilina e da una Fiesolana. Non potendo però neppure disconoscere affatto il loro carattere ghibellino, la loro origine germanica, se non sa decidersi a farli discendere dagli Ottoni, li muta in loro progenitori. Cosí sono soddisfatte la tradizione e l'ambizione o piuttosto l'adulazione del compilatore.
Uno studio delle fonti di questa leggenda, che non ha certo una vera importanza storica, ci condurrebbe fuori del nostro tema, perché non getterebbe nessuna nuova luce sulle origini di Firenze. Diremo solo che, oltre a Darete, De excidio Troiae, ed al comento di Servio a Virgilio, essa attinge alla Storia di Orosio, alla Storia Romana di Paolo Diacono ed alle altre parti della Historia Miscella, ecc.[57] Ma, lasciando ora siffatto argomento, noteremo invece che, incominciando con essa le loro storie, il Villani ed il Malespini, non solo ricorrono a due diverse compilazioni, ma se ne valgono in modo affatto diverso.[58] Ciò serve anche a provare che, se il Malespini deriva dal Villani, non ne è però sempre ed in tutto una copia. Egli si vale del Libro fiesolano, aggiungendovi di suo due interi capitoli,[59] i quali contengono una vera e propria novella, che probabilmente deriva da qualche episodio della leggenda di Catilina. Piena di stranissimi anacronismi, essa è però scritta in una forma piú corretta e assai piú vivace di tutto il resto.
Fiorino, che qui diviene un re di Roma, aveva in moglie la piú bella donna mai vista, chiamata perciò Belisea. Dopo la disfatta e morte di suo marito, ella restò prigioniera d'un pessimo cavaliere, chiamato Pravus, che Catilina fece uccidere, pigliando seco Belisea, di cui s'era perdutamente innamorato. Ma essa trovavasi in preda al piú disperato dolore, perché non sapeva che cosa fosse mai avvenuto della sua bellissima figlia Teverina, che stava chiusa nella casa di Centurione, il quale l'aveva presa prigioniera e se n'era poi invaghito. Baciandone le bellissime trecce, egli esclamava: «Queste sono quelle che mi hanno incatenato, che io non vidi mai le somiglianti trecce di bellezza». Il giorno della Pentecoste, la madre andò a sentire la messa nella Canonica di Fiesole, dove a calde lacrime piangeva la figlia perduta. Colà fu sentita da una fantesca, che conosceva dov'era la giovinetta, e lo rivelò alla madre. Saputolo Catilina, assalí subito Centurione nel proprio palazzo, e dopo fiera battaglia lo prese prigioniero. Questi dovette allora la vita alle intercessioni di Belisea, la quale, avuta la figlia, volle salvarlo; ne curò le ferite, e lo indusse a partire, perché non fosse preda dello sdegno di Catilina. Persuaso a partire, e già salito a cavallo, Centurione chiese di rivedere Teverina, per darle l'ultimo addio. Ma quando l'ebbe vista, distese a lei la mano, la tirò sull'arcione, e se ne fuggí subito con le sue genti, menandola seco a galoppo. La madre tramortí per dolore, e Catilina «con tutta la sua baronía», con mille cavalieri e due mila pedoni, inseguí il traditore, che raggiunse a dieci miglia di distanza, nel castello di Nalde, dove pose l'assedio. Ma in quel momento gli giunse novella che i Romani correvano verso Fiesole, e fu costretto a ripartire subito, per arrivare colà prima che vi ponessero l'assedio. E cosí finisce questo singolare episodio, aggiunto alla leggenda, quando essa, perduto il suo primitivo carattere, pretendeva di essere una storia, e diveniva una novella.
Il Villani segue invece una piú antica compilazione, e non accoglie la novella di Belisea; conosce anche il Libro Fiesolano, e se ne vale, ma lo respinge come poco autorevole, appunto là dove abbiam visto che il Malespini lo segue. Ricordando infatti la pretesa discendenza degli Uberti da Catilina, egli aggiunge: «questo non troviamo per alcuna autentica storia, che per noi si provi».[60] Oltre di ciò, volendo dare alla leggenda, per quanto gli è possibile, una forma piú autorevole e storica, vi porta piú d'una volta alterazioni, che cava ora dalle fonti medesime da cui essa ha attinto, ora da poeti e storici romani che cita, come Ovidio, Lucano, Tito Livio, e specialmente Sallustio, del quale si giova per aggiungere particolari storici ai racconti leggendari su Catilina. Resterà pur sempre un fatto psicologico eternamente istruttivo quello che ci presentano gli uomini di questo tempo, massime il Villani, il quale, contemporaneo di Dante, pratico degli affari, culto, intelligente, acuto osservatore, poteva a tanta intelligenza, cultura e buon senso, unire tanta e cosí puerile credulità.
Ma che cosa, in sostanza, si può cavare di certo dalla Chronica de origine Civitatis? Oltre all'ambizione, che avevano quasi tutte le città italiane, di ricondurre le loro origini ai Romani ed ai Troiani, essa vuol farci sapere che Fiesole, etrusca, fu l'eterna rivale di Firenze, romana, la quale non poté prosperare fino a che non l'ebbe distrutta. E però Catilina, nemico di Roma, è il difensore di Fiesole; Cesare, Augusto, gl'Imperatori sono i fondatori, difensori, restauratori di Firenze, fatta sempre a similitudine di Roma, chiamata piccola Roma, Augusta, Cesarea, ecc.; Totila o Attila, cioè i barbari che sovvertirono l'Impero, sono quelli che la disfecero. Piú tardi un'altra leggenda la fa ricostruire da Carlo Magno, il restauratore dell'Impero. Cosí almeno è narrato dal Villani e dal Malespini; ma non ve n'è traccia nel De Origine, e neppure nel Libro fiesolano, che, imbevuti di tradizioni romane, non conoscono ancora leggende cavalleresche. Infatti, nel darci questo racconto, il Villani dice: «Troviamo per le Croniche di Francia».
Le prime origini di Firenze furono attribuite alla etrusca Fiesole. E Dante stesso dice de' Fiorentini nel suo Inferno (xv-61-3):