I Longobardi infatti occuparono la Toscana verso il 570, ed abbiamo due secoli di tenebre fitte. Troviamo ricordato un Dux civitatis Florentinorum, Gudibrandus, che essi vi posero; ma altro non sappiamo. In mezzo a molte calamità d'invasioni di guerre, di dura oppressione, non solo quel commercio, che aveva dato origine a Firenze, fu interamente distrutto; ma molte famiglie, per maggior sicurezza, dal piano si rifugiarono ai monti, e non pochi cercarono perciò ricovero in Fiesole, alla quale, allora come sempre, tornarono a vantaggio i danni di Firenze. E si arrivò a tal punto, che nella seconda metà dell'ottavo secolo, i documenti parlano di Firenze come se fosse divenuta un borgo di Fiesole.[70] Ben presto però, sotto Carlo Magno, cominciarono tempi di maggiore ordine e tranquillità. Dai monti si discese allora di nuovo al piano; Firenze cominciò a prosperare a danno di Fiesole. E siccome i Franchi ai duchi longobardi sostituirono i conti, cosí anche Firenze ebbe un conte, la cui giudiciaria si estendeva per tutto il territorio della diocesi vescovile, che s'era formata sull'antica divisione romana. Questo era ciò che chiamavasi il contado fiorentino, il quale da un lato arrivava sino quasi a Prato, a un luogo detto i Confini, e di là verso il Poggio a Caiano si stendeva, girando dalla parte di Empoli, e confinando col Lucchese, col Volterrano, col contado fiesolano.[71] Carlo Magno si fermò a Firenze e vi celebrò il Natale del 786; esso difese anche i beni della chiesa fiorentina contro le aggressioni dei Longobardi. Tutto ciò dette origine alla leggenda della riedificazione della Città per opera sua. Il Villani, con manifesto anacronismo, non solo vi aggiunge la concessione di molti privilegi immaginarî, ma fa in questo momento nascere il Comune, che invece tardò parecchi secoli ancora. «Carlo», esso dice, «fece assai cavalieri e privilegiò la Città, facendo franco e libero il Comune e i cittadini, e tutto il contado co' suoi abitanti tre miglia intorno, e tutti quelli che si trovavano ad abitare, anche i forestieri. Per la qual cosa molti vi tornarono, ed ordinarono che la detta Città si governasse a modo di Roma, cioè per due Consoli e per lo Consiglio di Cento Senatori».[72] Ma questa non è che una giunta del cronista, piú arbitraria della leggenda stessa.

E non basta. Come Carlo Magno, cosí Ottone I, il restauratore dell'Impero in Germania, doveva essere fautore di Firenze, «perché», prosegue il cronista, «essa era stata sempre de' Romani e fedele all'Imperio».[73] In Firenze l'Imperatore s'era fermato l'anno 955, nell'andare a Roma per la coronazione, cosí continua il cronista, facendo anche da lui concedere alla Città un contado di sei miglia, doppio cioè, ma non meno immaginario di quello che le aveva fatto concedere da Carlo Magno. Ottone, sempre secondo il Villani, mise pace in Italia, abbatté i tiranni, e molti de' suoi baroni rimasero in Lombardia ed in Toscana, tra i quali ricorda i conti Guidi e gli Uberti. Né riflette che alcune di queste famiglie toscane avevano un'origine piú antica assai, e che anche al suo tempo i nobili principali del contado avevano nome di Cattani lombardi, in memoria della loro origine longobarda. E dimentica di nuovo che Firenze non era allora una città libera, cui l'Imperatore potesse concedere un territorio, il quale, come vedemmo, faceva già parte della sua giudiciaria, e non poteva, verso Fiesole almeno, estendersi a sei miglia.[74]

Un altro racconto favoloso è quello, narrato pure dal Villani, della distruzione di Fiesole nel 1010. Il giorno della festa di S. Romolo, i Fiorentini, deliberati a vendicarsi, sarebbero, colle armi celate sotto le vesti, entrati all'improvviso nella città rivale, dove, cavatele fuori a un tratto, e chiamati i compagni nascosti in agguato, avrebbero corso le vie, facendo man bassa su tutto, distruggendo le case, gli edifizî, eccetto il vescovado, la cattedrale, alcune altre chiese e la rocca, che non s'arrese. Fu dopo ciò promessa salva la vita a tutti coloro che volessero venire ad abitare in Firenze, di che molti profittarono. Cosí di due popoli se ne fece uno, e si riunirono anche le loro bandiere. Quella dei Fiorentini era rossa col giglio bianco, quella de' Fiesolani era bianca con una mezza luna celeste, e con esse si formò la bandiera rossa e bianca del Comune.[75]

Questa unione di due popoli in uno fu, secondo il Villani, la causa principale delle continue guerre civili, da cui Firenze fu tanto travagliata, al che s'aggiunse anche l'essere la Città stata costruita «sotto la signoria e influenza della pianeta di Marte, che sempre conforta a guerra e divisioni». E di nuovo, quasi dimenticando d'averlo già detto ai tempi di Carlo Magno, con poco minore anacronismo, ripete che i Fiorentini allora «feciono leggi e statuti comuni, vivendo ad una signoria di due Consoli, e col Consiglio del Senato, ciò era di cento uomini, i migliori della Città, com'era l'usanza data da' Romani ai Fiorentini».[76] È chiaro che egli non conosce le origini del Comune, è convinto solamente che venivano da Roma, e però di tanto in tanto le ricorda, là dove gli torna piú opportuno o gli pare meno improbabile che cominciassero. Di dove poi cavasse questa guerra e distruzione di Fiesole nel 1010, sapendo pure che il fatto era avvenuto invece nel 1125, come egli stesso racconta a suo luogo, non è facile dirlo. Il piú probabile è che, avendo nella leggenda trovato la guerra e distruzione di Fiesole piú di 500 anni dopo la distruzione di Firenze, per opera di Totila, il quale venne 500 anni dopo la fondazione della Città, il cronista ripeté due volte il fatto della distruzione, cioè nel 1010 e nel 1125, soddisfacendo cosí prima alla leggenda, che, in un modo del resto assai vago, lo aveva rimandato indietro, e poi alla storia, che ai suoi tempi era assai nota. Quanto poi alle ragioni della guerra civile, cercate nella forzata unione di due popoli avversi, si può osservare che per molto c'entrava davvero la diversità del sangue germanico dei nobili dal sangue latino del popolo, cosa che il cronista forse sentiva e non capiva.

Certo è che, dai Franchi in poi, Firenze continuò sempre a prosperare, sebbene assai lentamente. Il suo territorio, è vero, fu, come scrive il Villani, tutto incastellato da baroni feudali di origine germanica, ad essa avversi, molti de' quali trovavano sicuro ricovero anche in Fiesole, di dove cercarono danneggiarla. Ma, ciò non ostante, il vantaggio d'una posizione geografica sulla via di Roma, assai favorevole al commercio, si faceva sempre piú sentire. Sin dall'825 l'imperatore Lotario, nelle sue Costitutiones olonenses, la destinava, con altre sette città italiane, ad essere sede d'una scuola pubblica, il che già ne dimostrava l'importanza. Oltre di ciò, gl'Imperatori tedeschi vi si fermavano quasi sempre, ogni volta che andavano a coronarsi in Roma. Piú spesso e piú lungamente vi si fermavano i Papi, quando, il che succedeva di frequente, i tumulti popolari li cacciavano da Roma. Vittore II morí a Firenze nel 1057, dopo avervi due anni prima tenuto un Concilio; nel 1058 vi morí Stefano IX; tre anni dopo Niccolò II e i cardinali vi restarono sino alla elezione di Alessandro II. Piena di tradizioni e di monumenti romani, in continue relazioni con la Città eterna, essa ne sentí fin dai primi tempi l'influenza, manifestando quel carattere religioso e guelfo, che apparisce sempre piú chiaro in tutta quanta la sua storia. Molte sono le chiese che dentro o vicino alla Città sorsero in sul finir del secolo X. La costruzione poi di un edifizio come quello di S. Miniato al Monte, in su i primi del secolo XI, massime se si aggiungono le chiese che sorsero poco prima o poco dopo, è prova manifesta di cominciata prosperità e di zelo religioso. Ed in vero Firenze divenne allora uno dei centri piú importanti di quel movimento della riforma dei chiostri, che, incominciato da Cluny, si diffuse poi largamente nel mondo. S. Giovanni Gualberto di famiglia fiorentina, morto nel 1073, fu l'iniziatore della riforma benedettina, che prese il nome da Vallombrosa, dove egli fondò un eremo assai celebrato, sottoponendo alla stessa regola altri non pochi conventi vicini a Firenze.

Questo zelo religioso e monastico si accese ben presto cosí vivamente nella Città, che l'accusa di simonia lanciata contro il suo vescovo Pietro da Pavia, sollevò tutto il popolo. I monaci affermavano che esso aveva avuto il suo alto ufficio per favore dell'Imperatore, del duca Goffredo e di sua moglie Beatrice, favore che sarebbe stato ottenuto pagando grossa somma di danaro. La moltitudine seguiva i monaci, e la contesa durò cinque anni (1063-68), non senza spargimento di sangue, tanto s'erano infiammate le passioni. Il vescovo adirato da queste accuse, imbaldanzito dalla protezione che aveva dal Duca, fece, armata mano, assalire i monaci nel convento di S. Salvi, presso Firenze. S. Giovanni Gualberto, il promotore primo dell'agitazione, n'era per sua fortuna partito; ma i sacri altari vennero manomessi, e parecchi dei monaci ivi presenti furono feriti. Tutto ciò doveva naturalmente portare esca al fuoco, e S. Giovanni Gualberto, che già predicando nelle vie della Città, aveva infiammato gli animi, ruppe adesso ogni freno, ed arrivò sino a dire che i preti consacrati dal vescovo simoniaco non erano veri preti. L'esaltamento giunse a tale, che si afferma (cosa certo singolare, ma pur credibile in tempi di viva fede religiosa), che circa mille persone preferirono morire senza i sacramenti, piuttosto che riceverli da preti ordinati dal vescovo simoniaco.[77] Invano papa Alessandro II cercò calmare gli animi; invano mandò a tal fine il pio, dotto ed eloquente S. Pier Damiano. Questi venne o portar parole di pace, che poi ripeté nelle sue lettere indirizzate: Dilectis in Christo civibus florentinis. Biasimava la simonia, ma biasimava anche il prestar troppo facile orecchio alle accuse. — Mandassero, egli diceva, piuttosto i loro rappresentanti al sinodo in Roma, il quale avrebbe autorevolmente deciso la lite; intanto usassero calma, non si abbandonassero alla riprovevole e cieca illusione, che aveva fatto morir tante persone senza i sacramenti, con grave danno delle loro anime. Guai a coloro che vogliono essere piú giusti dei giusti, piú sapienti dei sapienti. Essi finiscono, per troppo zelo, con l'unirsi ai nemici della Chiesa. Gracchiando come rane (velut ranae in paludibus) confondono ogni cosa, e possono paragonarsi davvero alle locuste che desolarono l'Egitto, perché portano uguale devastazione nella Chiesa.[78]

Questo moto somiglia assai a quello promosso quasi nello stesso tempo in Milano dai Patarini contro la simonia dell'arcivescovo. Anche qui, come a Firenze, S. Pier Damiano fece la parte di paciere, ed anche qui molti preferirono morire senza sacramenti, piuttosto che riceverli da preti simoniaci.[79] Se però le due insurrezioni si rassomigliarono, il resultato finale fu diverso, per le diverse condizioni delle due città, e per l'attitudine assai diversa che di fronte ad esse prese la Corte di Roma. Ma comunque sia di ciò, le esortazioni di S. Pier Damiano non valsero a nulla in Firenze. I monaci vallombrosani mandarono a Roma i loro rappresentanti solo per dichiarare dinanzi al Concilio allora radunato, che essi erano pronti a risolvere la questione, ricorrendo al giudizio di Dio. La loro proposta non fu accolta né dal Papa, né dal Concilio; anzi essi ne furono severamente biasimati, sebbene l'arcidiacono Ildebrando, che si trovava presente, e che già era salito a grande autorità nella Chiesa, cercasse difenderli, come avevano difeso la Pataria a Milano. Il Concilio impose loro di ritirarsi nei proprî conventi, e restare tranquilli, senza piú osar di agitare gli animi già troppo esaltati. S. Giovanni Gualberto voleva ora obbedire, ma era tardi; esso non poteva piú fermare la tempesta che aveva sollevata. Il popolo, saputo ciò che i monaci avevano proposto in Roma, chiedeva in ogni modo l'esperimento del fuoco. Il campione, a questo fine eletto, già pronto ed impaziente di presentarsi alla prova, era un tal frate Pietro, vallombrosano, conosciuto poi col nome di Pietro Igneo, stato, secondo alcuni scrittori, guardiano di vacche e giumenti nel monastero, sebbene altri lo dicano della nobile famiglia dei conti Aldobrandeschi di Sovana. Guglielmo dei conti di Borgonuovo, soprannominato il Bulgaro, offrí ai monaci il campo franco, presso la Badia di S. Salvatore a Settimo, di suo patronato, a cinque miglia da Firenze.[80] Il vescovo però non solo respinse sdegnosamente la sfida, ma ottenne un ordine, che chiunque, laico o secolare, non avesse riconosciuto la sua autorità, sarebbe stato legato, e non condotto, ma trascinato dinanzi al Preside della città.[81] I beni poi di coloro che si fossero per paura dati alla fuga, sarebbero stati confiscati dalla Potestà, cioè a dire dal duca Goffredo che favoriva il vescovo. Alcuni ecclesiastici ribelli, che s'erano rifugiati in un oratorio, ne furono intanto colla forza cacciati.[82] E tutto questo, come è naturale, non fece che accendere sempre piú gli animi. Pietro Igneo si dichiarò pronto a passare anche solo attraverso il fuoco. Il 13 febbraio 1068, una folla enorme di uomini, donne, fra cui alcune incinte, vecchi e bambini, s'avviarono, cantando salmi e preghiere, alla Badia di Settimo. Ivi tra due cataste di legna (cosí almeno racconta chi dice d'essere stato testimone oculare), quando già le fiamme salivano in alto, il frate passò miracolosamente illeso. L'entusiasmo fu allora indescrivibile, le grida di gioia arrivavano al cielo, e vi mancò poco che Pietro Igneo, il quale dalle fiamme era stato rispettato, non rimanesse schiacciato dalla moltitudine, che s'affollava intorno a lui per baciarne le vestimenta. Fra molte difficoltà, a forza di mani e di braccia, poterono salvarlo alcuni ecclesiastici. La notizia corse come fulmine a Roma, e poi ogni cosa fu minutamente descritta al Papa, che dinanzi al miracolo dové arrendersi. Il vescovo di Firenze si ritirò in un convento; Pietro Igneo venne nominato cardinale, vescovo d'Albano, e fu dopo morte adorato come santo.

Questo ci ricorda l'altro esperimento del fuoco, die doveva farsi a Firenze nel 1498, e che invece provocò il martirio del Savonarola, poco prima della caduta della Repubblica, la quale cosí sarebbe stata, nel nascere e nel morire, preceduta da due simili fatti. Per quanto la narrazione di tutto ciò possa essere stata esagerata dalla passione e dalla superstizione, per quanto i nomi di Preside e di Podestà, che troviamo nell'antica narrazione, indichino solo, in termini generali, chi comandava, noi siamo adesso entrati in una società nuova. Troviamo un Duca di Toscana, un Preside armato, che sembra rappresentarlo in Città, e quello che è piú, un popolo che, sebbene apparisca solo come una moltitudine fanatizzata, pure comincia a sentir finalmente la propria personalità, combatte il Vescovo, resiste al Duca ed al Papa, finisce coll'ottener quello che vuole. Indirizzandosi al Papa, assume il nome di populus florentinus, e ad esso si rivolge S. Pier Damiano, con le parole cives florentini. Non sono, è vero, altro che forme imitate dall'antico; ma hanno, come vedremo, la loro importanza.

Capitolo II LE ORIGINI DEL COMUNE DI FIRENZE

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