Noi abbiamo dunque sin da' tempi di Matilde, una cittadinanza divisa e costituita in gruppi. Da una parte sono le antiche Scholae, trasformate in associazioni d'arti e mestieri, il germe delle future Arti maggiori e minori; da un'altra le parentele, le consorterie dei Grandi, il germe delle future Società delle Torri. Tutte queste associazioni formavano già il governo effettivo della Città, nella quale i Grandi avevano i principali ufficî, affidati ad essi da Matilde. È assai probabile che quello di Preside, secondo l'usanza del Medio Evo, rimanesse in una medesima famiglia o consorteria, forse quella degli Uberti, i quali, come vedremo, già erano tra i piú potenti, e vantavano un'origine germanica. Però Grandi e popolo non erano allora nemici e divisi, ma uniti da vincoli e da interessi comuni. Infatti, come dicemmo, ben presto i documenti ci mostreranno che alcuni dei Grandi pigliano parte al commercio, si trovano alla testa delle Arti, e già ora combattono, uniti al popolo, contro i nobili del contado. Essi erano, è vero, i possessori della terra e degli armenti, ma tutto ciò formava allora la sorgente principale dell'industria e del commercio fiorentino, a difesa del quale furon intraprese le prime guerre. I castelli che circondavano la Città, chiudevano le vie del commercio; da essi usciva di continuo gente armata, che assaliva, batteva coloro che dalla Città portavano i prodotti del suolo o dell'industria nei vicini paesi. La contessa Matilde, occupata nelle sue continue guerre, di rado poteva dare aiuto, e quindi i Fiorentini, che combattevano in nome di lei, dovevano di fatto difendersi colle proprie armi. Questa unione di tutta la cittadinanza, stretta dai medesimi interessi, in un solo pensiero, contro un comune nemico, fu ciò che costituí allora la forza del popolo di Firenze, del quale Dante ed i cronisti esaltarono con tanto calore la lealtà, la purità dei costumi ed il valore. È il momento in cui si pongono, con la virtú, le basi della futura indipendenza e prosperità del Comune.

Il Villani certo esagera, ma dice pure una cosa che in fondo è vera, quando all'anno 1107 (IV, 25) afferma, che «la Città, essendo molto montata e cresciuta di popolo, di genti e di podere, ordinarono i Fiorentini di distendere il loro contado di fuori, e allargare la loro signoria, e qualunque castello non gli ubbidisse, di fargli guerra». In questo anno infatti essi cominciarono le loro guerre, assalendo il castello di Monte Orlando, presso la Lastra a Signa, che i cronisti chiamano anche da Gangalandi o Gualandi, e che dipendeva dai conti Cadolingi,[108] famiglia allora potentissima, ben presto nemica acerrima di Firenze. Nello stesso anno assalirono e distrussero il castello di Prato, che apparteneva ai conti Alberti, altri nemici potentissimi. Qui però troviamo presente in campo la Contessa, e cosí si spiega piú facilmente la vittoria.[109]

Nel 1110 abbiamo notizia di un'altra guerra. Florentini iuxsta Pesa Comites vicerunt, dicono gli Annales I, i quali incominciano appunto con questo avvenimento, che fanno seguire il 26 maggio. I Comites qui non possono essere i conti Guidi, amici allora di Matilde e di Firenze, contro la quale combatterono assai piú tardi, quando vennero per antonomasia chiamati i Conti. In Val di Pesa furono nel 1110 combattuti e vinti i Cadolingi, chiamati anche Cattani lombardi, che possedevano da Pistoia, per la Val di Nievole, fin verso Lucca, e pel Val d'Arno inferiore, fin verso Firenze. Se questa poté dar loro una rotta, bisogna concluderne che già aveva acquistato una gran forza, quantunque si debba supporre che anche ora sia stata aiutata dalle genti di Matilde.

Nel 1113 seguono altre due imprese militari, che dettero luogo a dispute infinite fra gli eruditi, perché narrate in modo diversissimo dai cronisti. Abbiamo prima di tutto l'assalto e distruzione di Monte Cascioli, che alcuni pongono nel 1113, alcuni nel 1114, altri nel 1119, quando sarebbe stato difeso da un Tedesco, Rempoctus o Rabodo, vicario imperiale, che vi morí. Altri cronisti ripetono la distruzione del castello nei tre diversi anni, e finalmente il Villani mette il colmo alla confusione, riunendo in uno i vari assalti, ponendoli tutti nel 1113, e dicendo che il castello era stato ribellato da Roberto tedesco vicario dell'Imperio, il quale risedeva in S. Miniato al Tedesco (IV, 29). Ma nel 1113, prima cioè che morisse la Contessa, non v'era un vicario imperiale in Toscana, e però non poteva risiedere a S. Miniato, che ancora non aveva l'appellativo al Tedesco. La confusione però secondo noi cessa del tutto, i cronisti si pongono d'accordo, e le diverse narrazioni si spiegano facilmente, se si ritiene che nel 1113 vi fu solo un primo assalto a Monte Cascioli, che poté difendersi con vigore.[110] Non si riuscí allora che a distruggere una parte sola delle mura, e fu perciò necessario rinnovare l'assalto nel 1114, quando esse furono demolite. Piú tardi vennero ricostruite, e però nel 1119, quando Firenze già era indipendente, tornò ben due volte all'assalto, nel quale uccise il messo dell'Impero, che ne aiutava la difesa: il castello allora venne finalmente demolito e bruciato. Ma senza anticipare i fatti, possiamo qui concludere che, prima della morte di Matilde, i Fiorentini colle guerre di Monte Orlando, di Prato, di Val di Pesa, di Monte Cascioli, si erano aperte al commercio le vie di Signa, Prato e Val d'Elsa.

Un altro avvenimento, seguito pure negli anni 1113-15, e ricordato invece dai cronisti nel 1117, l'impresa cioè dei Pisani alle Baleari, dette anch'esso origine ad una disputa abbastanza intricata. Come già dicemmo, i Pisani guerreggiavano i Musulmani fin dalla metà del decimo secolo, e la guerra infierí piú che mai nella seconda metà dell'undecimo. Nel 1087, uniti ai Genovesi, essi schierarono una flottiglia di quaranta navi dinanzi a Mehdia; nel 1113 partirono per la piú grossa impresa delle Baleari. Con essi andarono molti conti e marchesi lombardi e dell'Italia centrale, fra cui anche alcuni del contado fiorentino. Unitisi poi ai conti di Barcellona, di Montpellier, al visconte di Narbona e ad altri, assalirono le Baleari, e, dopo ostinatissima difesa, presero il castello di Maiorca, menando secoloro un giovane Burabe, ultimo rampollo della dinastia che ivi governava. Il Villani accennando a questa guerra (1113-15), la fa seguire, al pari di altri cronisti, nel 1117, ed aggiunge che i Pisani, temendo, nel partire, che i Lucchesi, come già altra volta avevano fatto, assalissero la loro città, ne affidarono la guardia ai Fiorentini. Questi s'accamparono subito a due miglia dalle mura, e severamente ordinarono che nessuno del campo osasse entrare in Pisa, pena la vita, perché non volevano che, trovandosi essa quasi vuota di uomini, venisse fatta qualche ingiuria all'onore delle donne, con grave discredito della lealtà fiorentina. E l'ordine dato fu mantenuto. Un solo che osò violare le leggi della disciplina venne condannato a morte, né a salvarlo valsero punto le preghiere dei Pisani, i quali, non potendo altro, protestarono di non volere che sul loro territorio si eseguisse dai Fiorentini una sentenza capitale. E questi, per dimostrarsi anche in ciò scrupolosi degli altrui diritti, avrebbero, secondo il cronista, comperato un pezzo di terra, sul quale misero a morte il colpevole.

Tornati intanto dalle Baleari i Pisani carichi di preda, offrirono, in segno di loro riconoscenza agli amici fedeli, o due porte di metallo o due colonne di porfido, a libera scelta. I Fiorentini preferirono le colonne, che furon consegnate, come cosa preziosa, ricoperte di drappo scarlatto, e son quelle che si trovano ora sulla porta principale di S. Giovanni. Quando però le ebbero scoperte, s'avvidero che, per invidia, erano state sciupate col fuoco. È chiaro che in tutto ciò la leggenda ha avuto la sua parte, e vi si scorge almeno una giunta posteriore, fatta quando tra Pisa e Firenze nacque un lungo ed inestinguibile odio.[111] Ma l'errore di data che troviamo ripetuto nel Villani ed in altri non pochi cronisti, a proposito d'una guerra durata piú anni, e che nel 1117 pareva dovesse solo ricominciare, non può essere una ragione per negare quello che da tanti è costantemente affermato.[112] L'impresa delle Baleari è certa, come è certo che fu condotta dai Pisani, con l'aiuto di parecchi amici ed alleati. Il timore che la Città potesse essere, nella loro assenza, aggredita dai Lucchesi, era giustificato, essendosi il fatto già in altri tempi avverato. I Pisani erano ora nemici dei Lucchesi ed amici dei Fiorentini, la cui lealtà, in quei primi tempi, veniva assai generalmente riconosciuta. Perché non si deve credere, che ad essi gli amici pisani affidassero, in sul partire, la guardia della propria città, e che essi rispondessero degnamente alla fiducia in loro riposta? Paolino Pieri non solo ripete il fatto narrato da tutti gli altri cronisti, ma aggiunge, che la terra su cui venne eseguita la condanna del soldato violatore della disciplina, fu comprata per mezzo di Bello sindaco, e che egli la vide ai giorni suoi tenuta sempre senza lavorarla, in memoria del fatto: «ciò fu a di quattro di luglio, anni trecento due piú di mille, allora ch'io la viddi soda». Il che dimostra almeno come la tradizione del fatto continuasse nel secolo XIV, e come tutti vi prestassero piena fede.

VI

L'anno 1115 morí la contessa Matilde, e ne seguí un pericolo di tanto disordine, che incominciò addirittura un'èra novella per tutta l'Italia centrale, e specialmente per Firenze. La Contessa, come è noto, aveva lasciato in testamento alla Chiesa i suoi beni; ma una tale donazione poteva avere effetto solamente pei beni allodiali, perché i feudali tornavano di diritto all'Impero. Distinguere con precisione gli uni dagli altri, non era sempre facile, spesso non era possibile: quindi una serie interminabile di liti. E queste venivano sempre piú complicate per l'ambizione del Papa e dell'Imperatore, ognuno dei quali pretendeva avere diritto a tutto, l'uno perché erede universale di Matilde, l'altro perché autorità suprema del Margraviato. Si aggiungeva poi, come vedemmo, che molti si ritenevano ingiustamente spogliati dei loro beni, dati invece a chi non vi aveva diritto alcuno. E ne seguí quindi una vera crisi politico-sociale, che portò il disordine al colmo. L'imperatore Arrigo IV mandò allora in Toscana un suo rappresentante, col titolo di Marchio, Iudex, Praeses, ad assumerne in suo nome il governo. Legalmente nessuno poteva certo contestargli questo diritto; ma l'opposizione del Papa; l'attitudine delle città, che ormai si ritenevano indipendenti; il disordine universale mandarono in fascio il Margraviato. I rappresentanti dell'Impero non poterono perciò far altro che mettersi alla testa della nobiltà feudale del contado, e raccoglierla intorno a loro, per formare un partito germanico avverso alle città. Nei documenti del tempo, i membri di questo partito sono di continuo chiamati addirittura Teutonici.[113]

Firenze, circondata dai nobili incastellati nel suo territorio, non aveva adesso che due partiti dinanzi a sé. O cedere a coloro che, stati sempre suoi mortali nemici, erano insuperbiti del favore che dava loro Arrigo, o, per combatterli a viso aperto, dichiararsi nemica anche dell'Impero, il che, nello stato presente delle cose, equivaleva ad una dichiarazione d'indipendenza. E fu quello che fece. Ormai aveva acquistato coscienza delle proprie forze, ed in sostanza poi non aveva altro scampo che nelle armi. Il fatto avvenne in modo semplicissimo, quasi senza parere. Quegli stessi Grandi, che avevano amministrato la giustizia, guidato il popolo, comandato il presidio in nome di Matilde, ora, che ella piú non non c'era, né altri ne aveva preso il posto, continuarono a governare in nome del popolo, che nelle occasioni piú solenni consultarono. Cosí essi divennero i Consoli del Comune, che si può dir nato, senza che alcuno se ne avvedesse. Ed è perciò che i cronisti non ne parlano, che i documenti ne tacciono del pari, e che sembra quindi oscurissimo e complicato un fatto chiarissimo e per sé stesso evidente. A forza di volere scoprire avvenimenti ignoti, e documenti smarriti, che non sono mai esistiti, si rese difficilissima la soluzione d'un problema assai facile, e si perderono di vista perfino i particolari piú evidenti e noti, che meglio valevano a spiegarlo.

Non bisogna però credere che tutto ciò avvenisse addirittura senza alcuna scossa, perché un mutamento assai notevole vi fu. Il governo, è vero, rimaneva quasi lo stesso; ma se ne cambiava la base, giacché veniva assunto, non piú in nome di Matilde, ma del popolo. E neppure questa sarebbe stata gran cosa, perché già da un pezzo la Città era, non legalmente, ma di fatto, padrona di sé, ed il popolo sentiva e faceva sentire la sua propria personalità. Ma le conseguenze sociali e politiche non furono poche né piccole. Come era naturale, sotto Matilde, coloro che governavano venivano scelti da lei, e per quanto nei tribunali e negli uffici le persone di tanto in tanto mutassero, si restringevano però sempre in un piccolissimo numero di famiglie, a capo delle quali, come già dicemmo, assai probabilmente si trovavano gli Uberti e i loro consorti. Ora, invece, che l'elezione doveva esser fatta dal popolo, essa cadeva di necessità sopra un numero piú largo, sebbene pur sempre limitato, di famiglie. Si mutava quindi piú spesso, e si andava a turno dall'una all'altra. Questo era l'uso che già prevaleva negli altri Comuni, ed anche a Firenze nelle associazioni del popolo e dei Grandi. Dovette quindi inevitabilmente prevalere adesso nella formazione del nuovo governo.