E neppure è credibile che coloro i quali avevano in passato primeggiato, cedessero senza alcuna resistenza, non tentassero di mantenere il loro posto col favore dell'Impero e dei Teutonici, né che coloro cui spettava adesso avere nel governo una parte maggiore di prima, non cercassero a loro volta di farsi forti del favor popolare, sostenuto dai piú vitali interessi della Città. Un conflitto fra queste famiglie di Grandi apparisce inevitabile, e dovette esservi in Firenze, come v'era stato in Pisa al tempo di Daiberto, come vi fu in quasi tutti i Comuni italiani. I cronisti in verità non ci parlano qui di un tumulto propriamente detto; ma quello che dicono basta certo a dimostrarne l'esistenza. Il Villani (V, 30), gli Annales, altri non pochi ci dicono che nel 1115 seguí in Firenze un incendio, il quale si ripeté nel 1117, e cosí «ciò che non arse al primo fuoco, arse al secondo». Questa rovina di tutta la Città è certo un'esagerazione, ma l'incendio è universalmente affermato.[114] E noi sappiamo che allora, quando non v'era la polvere da sparo, il fuoco e gl'incendî erano l'arme piú efficace nei tumulti popolari. Lo stesso Villani aggiunge, che «tra i cittadini si combatteva... armata mano, in piú parti di Firenze». È vero che, secondo lui, si combatté per la fede, essendosi nella Città diffuse l'eresia, la lussuria, la sètta degli Epicurei, e però Iddio la puniva con la pestilenza e con la guerra civile. Ma, sebbene d'una eresia largamente diffusa allora in Firenze non troviamo traccia sicura negli storici, è pur certo che sin dal 1068 noi abbiamo visto i primi albori della libertà fiorentina, mescolati, confusi con un moto religioso, ed è certo ancora che gli Annales I, all'anno 1120, registrano il fatto d'un Petrus Mingardole sottoposto per eresia alla prova del fuoco,[115] ed aggiungono che dal 1138 al 1173 la Città incorse, per ben tre volte, nell'interdetto, cose tutte che sono prova d'una continua agitazione religiosa. Oltre di che Firenze, e sopra tutto il popolo, si mantenne sempre fedele al partito della Chiesa, che gli Uberti ed i loro amici, parteggiando invece per l'Impero, dovevano avversare, e quindi facilmente incorrere allora nella taccia d'eretici. Anche a tempo del Villani si dava il nome generico di Paterini a tutti gli eretici non solo, ma anche ai Ghibellini.[116] Oltre di ciò, avendo egli posto le origini di Firenze, prima ai tempi di Carlo Magno, poi subito dopo la immaginaria distruzione di Fiesole nel 1010, è naturale che non volesse vederle una terza volta ora che il Comune nasceva davvero, e quindi cercasse di esagerare il carattere religioso, che era assai secondario in quel movimento, e non ne vedesse il politico, che era certo principalissimo.
In ogni modo siccome par certo che gli Uberti cercarono l'appoggio dell'Impero, cosí ne segue che dovettero di necessità dimostrarsi ora nemici della Chiesa. Il chiamarli eretici o paterini non avrebbe perciò, specialmente nella bocca del Villani, sempre guelfo dichiarato, nulla d'insolito. Che, al tempo di Matilde, gli Uberti fossero già potenti, apparisce chiaro dai molti documenti che li ricordano. Che avessero avuto allora parte principalissima nel governo, ed il tumulto fosse perciò diretto principalmente contro di loro, trova conferma esplicita nelle parole di un cronista finora poco studiato, in gran parte anzi ignoto, il quale, per avere attinto anche a fonti diverse da quelle del Villani, getta qualche volta nuova luce sugli avvenimenti. Il pseudo Brunetto Latini, infatti, all'anno 1115, narra, al pari degli altri cronisti, il primo incendio, che dice cominciato da Santi Apostoli, e propagatosi fino al vescovado, «ardendo la maggior parte della Cittade, onde molta gente mori di fuogo». Di eresia non parla, ma, quello che è piú, venendo al secondo incendio, seguito nel 1177, aggiunge: «In questo anno s'apprese il fuogo in Firenze, appresso agli Uberti, che reggievano la Cittade, e quasi tutta l'arse, che poco ne campò, e molta gente fu morta per fuoco e per ferro».[117] Qui dunque noi abbiamo chiaramente un vero e proprio tumulto, quasi una rivoluzione col ferro e col fuoco, diretta contro gli Uberti, che reggevano la Città.
E del resto c'è poi da maravigliarsi di quest'odio contro gli Uberti, di questa guerra civile cui essi dettero occasione? La tradizione, noi lo sappiamo, li diceva venuti di Germania cogli Ottoni; ed abbiam visto che anche la leggenda del Libro Fiesolano, respingendo questa origine, li faceva nondimeno discendere dal «sangue nobilissimo di Catilina», il nemico di Firenze. E secondo la storia, non sono essi gli antenati di quei medesimi Uberti, che piú tardi, nel 1117, troviamo primi ad assalire il governo dei Consoli, incominciando quelle guerre civili che per sí lunghi anni lacerarono poi la Città? Non sono essi gli antenati di quello Schiatta Uberti, che nel 1215, insieme con altri, pugnalava il Buondelmonti sul Ponte Vecchio, ai piedi della statua di Marte? Non sono gli antenati del gran Farinata, che diè in Montaperti la rotta ai Guelfi, e si trovò nell'assemblea di Empoli, là dove cosí fieri propositi si meditarono contro Firenze, eterno nido di Guelfi; quel Farinata che Dante pone nella bolgia infernale degli eretici?[118]
VII
Ma chi vinse intanto nella lotta seguita dopo la morte di Matilde? I fatti lo provano abbastanza chiaramente. Nell'anno 1119 i Fiorentini uscirono a dar quell'ultimo assalto al castello di Monte Cascioli, cui abbiamo sopra accennato. Ed è in questo momento che incontriamo davvero il già menzionato Rempoctus[119] o Rabodo, che il Villani (IV, 29) con altri cronisti, fa apparire nel 1113, chiamandolo Roberto tedesco, vicario imperiale, e facendolo quell'anno morire in guerra, a difesa del castello. Noi abbiam detto che allora non potevano esserci vicarî imperiali in Toscana, dove furono mandati dopo la morte di Matilde. Infatti i documenti solo adesso cominciano a parlarne, trovandosi l'11 settembre 1116, per la prima volta, ricordato Rabodo ex largitione Imperatoris Marchio Tusciae;[120] e nel 1119, Rabodo Dei gratia si quid est,[121] la stessa formola di cui si serviva Matilde ne' suoi diplomi. Nel 1120 esso scomparisce dalla scena, ed in sua vece troviamo il margravio Corrado. Possiamo dunque ritenere, che Rabodo veramente morí alla difesa di Monte Cascioli, nel 1119, per opera dei Fiorentini, i quali allora finalmente riuscirono a demolire del tutto e bruciare il castello.[122] E cosí la prima loro impresa, dopo la morte di Matilde, fu la distruzione d'un castello dei Cadolingi, con la disfatta e l'uccisione del primo vicario imperiale, mandato allora in Toscana. Ce n'è piú che d'avanzo, per sapere quale fu l'attitudine che essi presero di fronte all'Impero ed ai Teutonici.
L'altro fatto piú notevole ancora, che seguí poco dopo, fu la presa e distruzione di Fiesole nel 1125. Il Sanzanome, che da questa guerra fa incominciare la storia, come esso dice, moderna di Firenze, ce ne dà una descrizione assai lunga, retorica, ampollosa. Dalla quale però caviamo che la vera origine del conflitto fu principalmente il commercio. I Fiesolani avrebbero malmenato, spogliato d'ogni suo avere un mercante fiorentino, che, con le proprie mercatanzie, passava tranquillo per la loro città. E questo fatto, unito alla memoria degli antichi rancori, di altre recenti depredazioni, avrebbe acceso gli animi alla guerra. Immantinente factum est Consilium per tunc dominantes Consules de processu. Uno dei primi cittadini arringò il popolo, incominciando: Si de nobili Romanorum prosapia originem duximus.... decet nos patrum adherere vestigiis. Dopo di che, illico a Consulibus exivit edictum. Un Fiesolano, invece, alludendo alla origine leggendaria della propria città, cosí cominciava la sua perorazione: Viri frates, qui ab Ytalo sumpsistis originem, a quo tota Ytalia dicitur esse derivata. Tutta questa retorica erudita, che, in uno scrittore dei primi del secolo XIII, ci fa sempre piú vedere quanto pieni di tradizioni romane fossero gli antichi Fiorentini, innanzi e dopo la formazione del loro Comune, non può nascondere l'origine vera della guerra, quale ci vien confermata anche dal Villani, che incomincia adesso ad avere assai maggiore importanza storica. Fiesole, questi dice, era divenuta un vero nido di Cattani e masnadieri, i quali infestavano le strade ed il contado fiorentino.[123] Eran sempre quei signori feudali, che dalle loro rocche volevano impedire il commercio e l'espansione del Comune.
Ma in questo caso v'erano speciali ragioni, che dovevano rendere inevitabile e piú sanguinosa la guerra. I comitati o contadi delle due città s'erano, come avvenne anche altrove, formati sul territorio delle diocesi, che a lor volta erano stati calcati sulle antiche divisioni romane. Essendo però, non solo vicini, ma quasi intrecciati, compenetrati fra loro, e i rispettivi vescovi non avendo mai avuto, come in Lombardia, l'autorità ed il potere di conti, ne seguí, che finirono col formare una sola giudiciaria. I documenti infatti parlano spessissimo del contado o giudiciaria di Fiesole e di Firenze, come se fosse una sola medesima cosa. Era quindi naturale che, alla morte di Matilde, Firenze, col divenire un Comune indipendente, volesse dominare sui due contadi, come era naturale che Fiesole a ciò si opponesse vivamente, e però, sebbene assai piú piccola, valendosi della sua forte e fortificata posizione, s'alleasse coi nobili di contado, li accogliesse nella sua rocca, e di là dessero insieme noia continua ai mercanti fiorentini, e depredassero le campagne. Cosí incominciò la guerra. I particolari di essa ci restano ignoti, perché il Sanzanome li esagera in modo da renderli incredibili, e gli altri ne tacciono affatto.[124] Non dovette però essere breve, né facile, a cagione della forte posizione di Fiesole, e fini certo con stragi crudeli, con la quasi distruzione di quella città. Né ce lo dicono solo i cronisti. L'abate Atto di Vallombrosa, poco dopo, invocava da papa Onorio II perdono pro Florentinorum excessibus, adducendo, a loro scusa, che fra di essi v'erano pure vecchi, donne e bambini, che certo non avevano potuto prender parte alla fesulana destruccio, e che molti di quelli che erano andati al campo, dichiaravano ora di volersi correggere, perché sinceramente pentiti di tutti gli eccessi, che non meditata nequitia commisere.[125] La memoria del fatto, sopravvissuta poi lungamente in Firenze, s'incontra spesso nei documenti,[126] ed è certo che con esso e con la disfatta del vicario imperiale a Monte Cascioli, la indipendenza del Comune fu assicurata stabilmente.
VIII
Nessuno può dubitare che Firenze avesse ora un proprio governo coi suoi Consoli, sebbene nei documenti che abbiamo, si trovino menzionati la prima volta solo nel 1138. Il Sanzanome però ce ne parla esplicitamente nella impresa contro Fiesole, quando, come vedemmo, fa da essi deliberare la guerra. Ma quale è l'origine vera e la natura di questo nuovo magistrato? Fu da molti sostenuta l'opinione, che i Consoli derivassero generalmente dagli antichi giudici. In Lombardia sarebbero stati non altro che una trasformazione degli Scabini franchi, e sarebbe quindi assai naturale che fossero in Firenze una trasformazione dei giudici del tribunale margraviale, ai quali Matilde aveva, già assai prima di morire, abbandonato l'ufficio di pronunziare le sentenze. Ma questa è un'idea, che ormai non può piú sostenersi, perché contiene una parte sola del vero. Quando, infatti, noi vediamo i Consoli nell'esercizio delle loro funzioni, che cosa essi sono, che cosa essi fanno, secondo i cronisti e secondo i documenti? Conducono le guerre: conchiudon trattati in nome di tutto il popolo, che rappresentano; governano la Città; amministrano la giustizia. E quest'ultimo è a Firenze come altrove, uno dei loro ufficî, il quale essi adempiono, perché strettamente connesso coll'esercizio del potere politico, che è la vera e principalissima loro funzione. D'altronde che cosa è che fa veramente nascere il Comune fiorentino? La mancanza appunto di quella superiore autorità politica che sino allora aveva comandato in Toscana, il bisogno di condurre le guerre contro gli antichi e nuovi nemici. Il carattere politico ed il carattere militare dovevano adunque di necessità prevalere.
Ed in questo concetto dobbiamo confermarci ancora, se esaminiamo come era costituito il tribunale dei Consoli. Dapprima sembra che tutti o parte di essi indistintamente lo presiedessero; piú tardi tre di essi, scelti a turno, e chiamati Consules super facto iustitiae, o anche Consules de iustitia, presiedono per un mese; piú tardi ancora sono due che presiedono per due mesi, e finalmente, quando però il governo primitivo ha mutato natura, ve n'è uno solo che presiede per tutto l'anno.[127] Potevano essere o non essere uomini periti in legge, giacché non facevano che pronunziare, confermare la sentenza, ma non l'apparecchiavano, né la formulavano. A quest'ufficio attendeva un vero e proprio iudex ordinarius pro Comune, con tre Provveditori o Provisores, che studiavano il processo e scrivevano la sentenza. I Consoli non facevano che presiedere il tribunale, e quando mancavano, il che pur seguiva qualche volta, esso funzionava da sé. Il posto adunque che vi pigliavano era in sostanza quello di Matilde, di chi cioè rappresentava la sovranità, non quello de' suoi giudici.[128]