Non ostante alcune apparenti contraddizioni dei due cronisti, risulta pur chiaro da essi e da altri ancora, che nel 1177 vi fu una rivoluzione capitanata dagli Uberti, la quale durò circa due anni, con incendi, uccisioni e rubamenti. La loro vittoria fu parziale, perché il consolato restò; ma essi vi entrarono piú spesso di prima, insieme coi loro amici, e però il pseudo Brunetto Latini li dice vittoriosi. Tutto ciò diede nel governo maggior forza ai nobili, ed apparecchiò la riforma aristocratica, che poi sostituí il Podestà ai Consoli, e seminò il germe delle parti e delle guerre civili, che dovevano cosí lungamente lacerare ed insanguinare la Città. Tale in sostanza è la conclusione dei cronisti: i documenti e i fatti posteriori la confermano pienamente. Nondimeno la pace interna fu ristabilita, e la politica fiorentina non fu punto alterata. Il parziale trionfo dell'aristocrazia, rendendola, per ora almeno, contenta, giovò anzi a fare, col suo efficace aiuto, prosperare sempre piú le cose di tutta la Repubblica. Ne è prova la ricordata sottomissione del 1182, con cui gli Empolesi promisero di pagare un tributo ai Rettori della Città, ed in loro mancanza ai Consoli dei mercanti, obbligandosi a far guerra, secondo il volere dei Fiorentini, salvo però contro i conti Guidi, da cui in parte gli Empolesi dipendevano ancora.[175] Il 4 di marzo si sottomisero gli uomini di Pogna, che dipendeva invece dai conti Alberti.[176] I Pognesi si obbligavano non solo a far guerra, secondo la volontà de' Consoli fiorentini, ma a non costruire nuove mura o fortezze nella loro terra o nella vicina Semifonte: se a ciò altri si provasse, dovevano essi opporvisi ed avvertirne subito i Fiorentini, che dalla loro parte promettevano amicizia e protezione.[177] Nello stesso anno presero anche il castello di Montegrossoli.[178] Il 21 luglio 1184 strinsero alleanza coi Lucchesi, che s'obbligarono ad aiutarli ogni anno, per venti giorni almeno, con 150 militi e 500 fanti, nelle guerre che i Fiorentini farebbero nel proprio contado.[179] Questi nell'ottobre assalirono in Mugello il castello di Mangona, appartenente agli Alberti, i quali fecero perciò ribellare la terra di Pogna, che i Fiorentini allora andarono subito ad assalire.[180] Nel conflitto che ne seguí, par certo che fosse presente il conte Alberto, perché nel novembre noi lo troviamo prigioniero, e costretto ad accettare durissimi patti per sé, per la moglie ed i figli. Dové promettere di distruggere nel prossimo aprile il castello di Pogna, salvo il palazzo e la torre; demolire la torre di Certaldo, né piú ricostruire quella di Semifonte; cedere ai Fiorentini una delle torri di Capraia, a loro scelta; dividere con essi, a metà, un accatto o dazio da porsi in comune sui beni che egli possedeva fra l'Arno e l'Elsa. Finalmente, appena uscito di prigione (postquam exiero de prescione), doveva far giurare obbedienza a tutti i suoi uomini, e pagare 400 libbre di buoni denari pisani. I suoi figli abiterebbero in Firenze due mesi dell'anno in tempo di guerra, uno in tempo di pace.[181] Questa sottomissione ed umiliazione del conte Alberto era per sé stessa un fatto di grande importanza. Ma, se vi si aggiunge che ciò avveniva dopo che Firenze aveva abbattuto i Cadolingi, umiliato i conti Guidi, fatto vantaggiosissima alleanza con Pisa, Siena e Lucca, si capirà facilmente la fortissima e quasi minacciosa posizione, che essa aveva saputo, in cosí breve tempo, prendere.

IV

Tutto questo contribuí di certo non poco ad affrettare la venuta dell'imperatore Federico I in Toscana, dove lo troviamo infatti nel 1185, con animo deliberato a sottomettere il paese. Venne però senza un esercito, fidando nell'autorità dell'Impero, nella sua propria accortezza e reputazione. Credeva di poter riuscire ne' suoi intenti, staccando da Firenze alcune delle città toscane, riducendole a favorire contro di essa l'Impero. Faceva soprattutto assegnamento su Pistoia, che si trovava fra Lucca e Firenze, nemica d'ambedue; su Pisa, che con larghe concessioni sperava di poter ricondurre al partito imperiale, cui essa aveva piú volte aderito in passato. E ciò gli appariva anche piú facile quando, arrivato a San Miniato nella state del 1185, molti dei nobili del contado vennero ad ossequiarlo, levando alti lamenti contro le città libere che li opprimevano. Il 25 di luglio liberò dalla giurisdizione di Lucca molti di loro, ed alcune terre ad essa sottostanti.[182] Il 31 dello stesso mese entrò in Firenze, ed anche ora fu circondato dai nobili del contado, i quali, scrive il Villani, amaramente si dolevano contro la Città, «che aveva occupato i loro castelli, a grande dispregio dell'Impero».[183] E qui i cronisti affermano che Federico tolse a Firenze la giurisdizione sul proprio contado, fino alle mura; anzi la stessa deliberazione egli avrebbe, secondo essi, presa per tutte quante le città toscane, salvo Pisa e Pistoia.[184] Ma su di ciò è sorta grave disputa, non volendo molti prestar fede alla possibilità di un tal fatto, il quale non trova conferma in nessun documento. Altri invece ne vorrebbero vedere la prova in un altro fatto posteriore, che non solo è narrato da parecchi cronisti, ma è anche confermato dai documenti.

Ed in vero, con un diploma che ha la data del 24 giugno 1187, Errico VI, in premio, esso diceva, dei servigi resi dai Fiorentini a suo padre ed a lui stesso, concedette loro la giurisdizione nella Città e nel contado, fino ad un miglio dalla parte di Fiesole, a tre verso Settimo e Campi, a dieci in tutto il resto.[185] Anche in cosí ristretti confini, però, i nobili ed i militi dovevano restare indipendenti dalla Città. In riconoscenza di questa liberalità dell'Impero, i Fiorentini dovevano ogni anno dare ad esso un buono sciamito, bonum examitum.[186] Simili concessioni, limitate del pari, furono fatte ad altre città.[187] Si disse perciò: — se Errico restituí ai Fiorentini la giurisdizione, è chiaro che essa era stata loro tolta dal padre. Noi sappiamo infatti che Federico mise in tutta Toscana Podestà imperiali, che presero nome dalle città.[188] — E andando di questo passo, s'arrivò anche a voler vedere Firenze privata della sua propria giurisdizione fin dentro le mura. Se non che, il diploma d'Errico non parla di restituzione, parla solo di liberalità usata in premio dei servigi resi dai Fiorentini, i quali servigi non si sa in verità quali possano essere stati.[189] È probabilmente un modo di dire, giacché simili concessioni furono da lui fatte a molte città. Da un altro lato riesce assai difficile credere che Firenze, la quale, quando era tanto piú debole, aveva osato combattere a mano armata i messi dell'Impero, uccidendo Rabodo, ponendo in fuga Cristiano di Magonza, potesse, quando si trovava tanto piú forte, alla testa di tutta Toscana, lasciarsi, senza alcuna resistenza, privare della propria giurisdizione in tutto il contado e fin dentro le mura. Oltre di ciò, la esistenza de' suoi Consoli in questi medesimi anni, non par dubbia, il che farebbe senz'altro crollare l'ipotesi di Podestà imperiali dentro la Città. Infatti nel 1184, i documenti ci dànno i nomi dei Consoli. Nei tre anni successivi, è vero, ce li dà solo il pseudo Brunetto Latini; ma è difficile supporre che egli li abbia tutti inventati, o che siasi per tre volte consecutive ingannato. Ed anche in questo triennio, se i documenti non ci dànno nomi di Consoli, indirettamente però accennano di continuo alla loro esistenza.[190]

Bisogna, io credo, cominciare dal riconoscere, che, secondo le idee e la politica di Federico I, il suo diritto d'esercitare giurisdizione nella Toscana, non era disputabile; che se le città l'avevano di fatto esercitata, senza una speciale concessione, esse avevano violato i diritti dell'Impero, il quale poteva, anzi doveva riprenderli. Perciò egli aveva mandato Rainaldo e Cristiano a mettere per tutto suoi Podestà,[191] a far tornare le cose in quello che per lui era il solo stato legale e normale. Se non che, la difficoltà qui non stava nel provare il suo diritto, secondo la teoria imperiale; stava invece nel farlo valere. Era una quistione di fatto, che solamente la forza poteva risolvere. I Podestà imperiali, come noi abbiamo già visto, furono per tutto istituiti; ma se nel contado riuscirono ad ottenere obbedienza, non senza contrasto e parzialmente, nelle città piú grosse, invece, massime a Firenze, non riuscirono punto. I Potestates Florentiae o Florentinorum, come di Siena o dei Senesi, e simili, che noi incontriamo assai di frequente, son quasi sempre, e per Firenze può dirsi addirittura sempre, Podestà imperiali, messi nel contado, di cui disputavano la giurisdizione ai Consoli. Or siccome pel Comune il contado era suo proprio territorio, e voleva perciò comandarvi; per l'Impero, invece, il contado doveva, insieme con la Città, essere sottoposto ai Podestà imperiali, cosí ne seguiva naturalmente che essi venivano da tutti chiamati Podestà di Firenze o dei Fiorentini, e per le stesse ragioni, Podestà di Siena o dei Senesi, d'Arezzo o degli Aretini, ecc. Nel fatto però, essi non solamente non riuscivano a comandare dentro le mura delle grosse città, ma nel contado stesso erano in conflitto continuo con l'autorità dei Consoli, ed abbiamo già visto quanta confusione ne nascesse. È tuttavia assai naturale il credere, che, con la venuta di Federico I in Toscana, l'autorità di questi Podestà dovesse immensamente crescere, e che, per qualche tempo almeno, riuscissero davvero ad esercitare la propria giurisdizione in tutto il contado, fin sotto alle mura delle città. Questo fece dire ai cronisti, che l'Imperatore aveva tolto a Firenze il contado. È certo però, che quando egli partí, le cose tornarono subito nello stato di prima; i Consoli cioè continuarono a rendere ovunque, piú che potevano, vana l'opera e l'autorità degli ufficiali imperiali. Il sorgere dei Comuni aveva creato un nuovo stato di cose, del quale l'Impero poteva non ammettere il valore legale, ma che non aveva poi la forza di distruggere. Questo fu che indusse finalmente Errico a riconoscere in parte, e sotto forma di liberale elargizione, lo stato di fatto, che egli sperava cosí di potere almeno circoscrivere entro limiti determinati.

E veramente, col diploma 1187, egli concedeva ai Fiorentini meno assai di quanto essi già da un pezzo possedevano. Se infatti il territorio del Comune non avesse dovuto estendersi piú d'un miglio dalla parte di Fiesole, ne sarebbe rimasta fuori questa città, già sottomessa con le armi, insieme con tutto il suo contado, il quale sin dal 1125 faceva parte del territorio fiorentino, come era stato sempre nei trattati riconosciuto. E quasi ciò non bastasse, anche in sí angusti confini, Errico dichiarava esenti dalla giurisdizione della Città tutti i nobili, cioè anche quelli che ad essa si erano legalmente e solennemente sottomessi. Ma, ciò non ostante, a Firenze conveniva d'accettare la concessione imperiale. Lo stato di fatto sarebbe rimasto quale era, essa avrebbe cioè continuato sempre a comandare ed a prendere piú che poteva. Il cronista Paolino Pieri, nel ricordare questa concessione, dice che i Fiorentini riebbero il contado, «cioè che si ritolsero,» espressione con la quale inconsapevolmente egli manifesta la vera condizione delle cose. Intanto l'Impero cedeva nel punto di diritto, riconoscendo la giurisdizione dei Consoli nella Città ed in una parte del contado. Il resto sarebbe stato in avvenire, come pel passato, risoluto dalla forza. A noi pare che tutto ciò ponga in chiaro le cose, e spieghi ancora le inesattezze e la confusione dei cronisti, i quali, non sapendo distinguere la questione di fatto da quella di diritto, mescolarono di continuo l'una con l'altra. E veramente non era agevole distinguerle, quando di fronte al fatto stavano due, anzi tre diritti, ognuno dei quali non riconosceva gli altri: il diritto cioè dell'Impero, quello del Comune e quello finalmente del Papa, che ripeteva sempre, quantunque sempre invano, che la Chiesa era l'erede di Matilde.

V

L'esistenza dei Podestà o conti tedeschi nel contado non fu però senza un'azione, per lo meno indiretta, nell'interno della Città. Essi contribuirono anzi a modificarne la costituzione, promuovendo in certo modo la creazione d'una nuova magistratura municipale, che portò lo stesso nome. In vero, il nome latino di Potestas, Potestà o Podestà era dato nel Medio Evo ad ogni superiore autorità: noi lo abbiamo visto già attribuito nel 1068 a Goffredo duca di Toscana. Piú tardi fu dato ai conti tedeschi, insediati nel contado, in nome di Federico I. Da essi passò poi a magistrati municipali. Sembra che dapprima venisse dato ad ufficiali che il Comune mandò nel contado, quando v'erano già i conti tedeschi, ad imitazione di essi e contro di essi. Tali almeno dobbiamo credere che siano alcuni, i quali hanno nomi italiani; e portano il titolo di Podestà fiorentini o di Firenze, prima che una tale magistratura fosse Stata creata dentro la Città. Ne conosciamo almeno due, Renuccio da Stagia e Guerrieri,[192] che i testimoni di Rosano ricordano piú di una volta. Renuccio sembra, con abbastanza probabilità, aver tenuto l'ufficio prima del 1180,[193] quando cioè in Firenze v'erano certamente i Consoli.[194] Bisogna quindi ritenerlo ufficiale del contado. Si ammetta però o non si ammetta una tale ipotesi, è qui da notare che nei documenti fiorentini, ogni volta che s'allude ora ai Consoli, si comincia costantemente ad aggiungere le parole: sive Rector vel Potestas vel Dominator. Dapprima non è che una formola vaga e generica, la quale accenna, in modo assai indeterminato, alla possibilità di un'altra magistratura. Ma a poco a poco la formola assume un carattere piú concreto; la parola Potestas prende una importanza sempre maggiore, tanto che spesso precede quella di Consules.[195] E allora la nuova magistratura è vicina a nascere; essa infatti comparisce finalmente l'anno 1193, nella persona di Gherardo Caponsacchi, un Fiorentino di famiglia consolare.

L'Ammirato s'ingannò quando credette di ritrovare un tal magistrato nel 1184, perché nella lega tra Firenze e Lucca vide ricordato non un individuo in particolare, ma l'ufficio in genere del Podestà.[196] Questo però, come notammo, segue troppo spesso nei documenti, anche quando a Firenze v'erano di certo i Consoli, per poterne tirare una tal conclusione. Può darsi che anche prima del 1193 vi sia stato in Firenze un qualche Podestà; ma sino a che non si trovi il nome dell'individuo in un documento, che ce lo mostri in ufficio, noi non possiamo asserirlo.

L'istituzione della nuova magistratura fu, in ogni modo, preceduta da un incremento della nobiltà dentro le mura cittadine. Questo anzi ne fu una delle cause efficienti. Le carte del tempo ci hanno dato di ciò prove continue, che sono confermate dai cronisti. Il pseudo Brunetto Latini dice, che nel 1192 erano Consoli «Messer Tegrino dei conti Guidi, paladino in Firenze, e Chianni de' Fifanti». Ora il vedere al Consolato in Firenze un conte ed un conte palatino o paladino che sia, è un fatto assolutamente insolito. Lo stesso cronista ci dice che, nel medesimo anno, si fece ordinamento in Firenze, che li conti Guidi et li conti Alberti et li conti da Certaldo, Ubaldini et Figiovanni, Pazzi et Ubertini, conti di Panago et altri nobili assai, cittadini, dovessero abitare i quattro mesi dell'anno nella città di Firenze». Sia qualunque il valore che si voglia attribuire a questo cronista, la sua asserzione è in armonia colle notizie che si cavano dai documenti, e spiega l'origine della nuova magistratura. Non poteva certo ai nobili piacere di sottostare al governo popolare dei Consoli, contro cui fin dal 1177 avevano combattuto, e specialmente poi essere giudicati da coloro che essi ritenevano inferiori per grado e dignità. Inoltre, quanto piú gli elementi di cui la cittadinanza si componeva, divenivano eterogenei, e piú si avvicinava perciò il pericolo di guerra civile, tanto piú la possibilità di essere giudicati dai proprî avversarî politici, doveva apparire incomportabile. E quindi si cercava una magistratura nuova, d'indole diversa, preferibilmente aristocratica, e si prese a modello una istituzione imperiale, quale era quella del Podestà. Esso non è già un semplice giudice, come molti credettero e scrissero; è addirittura il capo e rappresentante del Comune; firma i trattati e comanda l'esercito; piglia il posto dei Consoli.